Chitarrista e cantautore, abruzzese ma amico di Colm Thomas figlio di quel famoso Dylan Thomas che prima di morire, a quanto pare, visse in Italia, proprio in quello stesso paese, proprio come uno di tutti i giorni. Perché la vita di tutti i giorni è fatta di questo come di tutte le “Storie di presunta normalità” che quasi sempre ci lasciamo scappare. La canzone d’autore di Adriano Tarullo è semplice, lineare, pulita e a parte i ricami pregiati di matrice sfacciatamente blues che ci regala con la sua chitarra, non cerca chissà quale trasgressione e non promette la Luna. La semplicità è di colore blues e non fa altro che immortalare ogni attimo che passa e tradurlo – appunto – in canzone. Un nuovo disco ma soprattutto un nuovo video assai interessante, disegnato a mano e realizzato dal Collettivo Lhumasn.

Sono le tue “Storie di presunta normalità”? Cioè possiamo dire che è un disco autobiografico?

Le storie che racconto sono parte della mia vita e di quello mi circonda ma non lo definirei un disco autobiografico. Ci sono canzoni in cui anch’io sono protagonista, come la storia di mio padre malato d’Alzheimer o quella in cui sono in riva al mare, ma nella maggior parte sono stato solo uno spettatore, cercando di carpire tutte le dinamiche. Ho cantato in prima persona ma in realtà ho interpretato la parte di qualcun altro.

Che poi alla fine è sempre musica personale quella di un cantautore?

Uno scrittore di canzoni racconta ciò che vede o quello che vuole vedere. Può anche non attenersi a ciò vede ma semplicemente prendere spunto da una storia per inventarne un’altra. Le storie di questo album sono sincere ma sono cantate sempre attraverso una mia verità personale. Magari altre persone, nelle stesse storie, vedono altre verità.

Uno strumentale: per un cantautore, chiudere il disco con un pezzo senza voce e quindi senza parole, mi sembra una cosa assai strana…che significato ha per te questo brano?

Per me è molto naturale, lo sottolineo anche nella canzone “Io mi sento chitarrista”. Io suono la chitarra ogni giorno ma non scrivo testi quotidianamente. Infatti ho molta facilità nel creare musica, meno nello scrivere dei testi, anche se la ritengo un’attività che mi ripaga molto. Avevo scritto dei versi per il compleanno di mia madre per i suoi ottanta anni. Quando li ho letti davanti a lei ci siamo messi a piangere e ci siamo abbracciati. Volevo assolutamente inserire questa testimonianza all’interno dell’album: la storia di una donna di altri tempi. Così come ho iniziato con mio padre, ho voluto terminare con la storia di mia madre. Ho provato a musicare quei versi ma non ci sono riuscito perchè non sono nati con una metrica adatta a una canzone. Quindi ho associato quei versi, che si possono trovare all’interno del booklet, con un brano strumentale nato dalla mia chitarra. Una musica che possa restituire il senso di quello che ho scritto.

Un disco senza dialetto portante. Come mai questa scelta? Per uno come te che ha spesso usato il dialetto…

Nasce dall’esigenza di comunicare delle idee e per far questo devo farmi comprendere il più possibile. Il dialetto limita molto, considerando che questo può cambiare da un paese all’altro, solo in pochi chilometri di distanza. Ho voluto mettere al centro la storia da raccontare e non la musica che precedentemente poteva risultare più in evidenza nel momento in cui ho cantato in dialetto. Non ho tralasciato gli arrangiamenti ma diciamo che ho voluto mettere più i panni del cantautore.

Il terremoto…come non parlarne…in Abruzzo penso sia un argomento importante. Come e quanto entra nel disco al di la del brano “Crollava l’intero paese”?

Dati gli eventi che si susseguono nella mia regione, effettivamente volevo scrivere una canzone sul terremoto ma non ci sono riuscito. Direi giustamente, perchè non l’ho vissuto in pieno, non ho vissuto fortunatamente il dramma: vivo in una zona lontana dal cratere. Quindi correvo il rischio di scrivere una canzone senza la dovuta sincerità del racconto. Invece ho raccontato la storia di una coppia che è sopravvisuta a un terremoto fisico ma soprattutto, in termini metaforici, a quello ugualmente feroce che riescono a scaturire le chiacchiere di paese.

Ti voglio invitare ad una riflessione che faccio ascoltando alcuni brani come “Un mestiere difficile” oppure proprio “Crollava l’intero paese”…il blues non ti abbandona mai. Per quanto…

Come potrei abbandonare il blues? Una volta che ti entra non ti molla più. Però in realtà in questo disco non ci sono blues e ho spesso delegato la registrazioni di molti strumenti, comprese alcune chitarre, proprio per ricercare un suono diverso. Nello mio stile chitarristico puoi trovare una venatura blues. Direi che quello che difficilmente mi abbandona è l’approccio musicale nelle canzoni in cui non manca un riff o una tema strumentale nato suonando una chitarra.

Angelo Rattenni

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