Film o sound è il tuo secondo disco solista, a fianco della tua avventura con Cesare Petulicchio nei BSBE. Come pensi che cambi il modo di scrivere e pensare musica dentro e fuori la band? 

Un disco nasce perché deve nascere. Posso essere ovunque, in casa, nel backstage di un concerto o in viaggio. Sul treno è uno dei momenti preferiti, perché ci si può sentire sospesi dalla vita qualche ora. Annoto sul telefono dei frammenti di musica, mentre su un quaderno tutto bianco mi dedico alle parole, dalle quali poi (se si è molto fortunati) nascono piccole intuizioni, piccole idee. D’inverno, quando è già tutto buio e non mi va di andare da nessuna parte, riprendo tutto e come nel caso di Film o sound mi viene voglia di lavorarci e sviluppare qualcosa, studiare, anche solo perché mi fa stare bene. È un lavoro minuzioso, a volte molto noioso, perché ci si può trovare persi e insicuri, a volte esaltante, quando ti ritrovi a domandarti se davvero l’hai suonato tu quel brano. Adoro il mio strumento, la chitarra, sono un appassionato. Dedico molto tempo a ciò che mi emoziona, che sento vicino o che vorrei suonare con naturalezza. 

Parlaci del “filmosound”: come l’hai scoperto e in che modo pensi abbia favorito il tuo processo creativo? 

Il Filmosound è un proiettore degli anni ‘50, il primo portatile, con sezione audio incorporata, comodo per le aule universitarie o convegni, dotato di uno speaker monitor piccolo e di una cassa aggiuntiva. Negli ultimi anni ho visto sul web parecchie discussioni sulle qualità notevoli della sezione audio, e in molti hanno ottimizzato il proiettore ad amplificatore. Così io e mio padre, grande esperto di elettronica e valvole, abbiamo cominciato a lavorare su uno di questi apparecchi cercando però di modificare e ottimizzare il suono per le mie esigenze. È stato un bel modo per condividere passione, idee e armonia familiare. Sfogliando i vecchi manuali del proiettore ho notato come tutte le font e le immagini fossero ben coordinate ed estremamente evocative; tutto ciò ha alimentato la mia curiosità verso questo immaginario lontano. Inoltre ho potuto sperimentare nuove sonorità, adattare nuovi pickup alla mia chitarra, fare esperimenti. Trovo tutto ciò molto affascinante, e romantico. 

Come mai a differenza dei lavori con i BSBE scegli di realizzare dischi (perlopiù) strumentali? 

Registro la musica che mi piacerebbe ascoltare. Film o sound e Goldfoil sono morbidi da sentire, non vogliono essere pretenziosi o invadenti, quando raggiungo questo risultato sono davvero contento. La mia voce avrà spazio in altre registrazioni. Con i BSBE suoniamo forte e tanto, è un’altra parte di me che si sprigiona in quella condizione: due strumenti, tanto spazio da riempire, occhi chiusi e fiumi di groove. Con i Bud c’è il canto perché mi è venuto naturale cantare sulle jam che improvvisavamo in sala nel 2007 e faccio cosi anche oggi quando abbiamo delle idee nuove. Adoro le registrazioni di Santo & Johnny e cerco di ricreare un’emozione simile fatta da me, da lasciare al mondo come testimonianza della mia esistenza, del mio animo. L’idea di lasciare tutto in quattro pareti di una casa mi mette paura, se si ha qualcosa da “dire”, è dovere farlo, nel modo più interessante possibile. 

Goldfoil mostrava un Adriano intimo, con la sua chitarra e il suo spazio descritto dai riverberi. Sebbene anche in questo disco ci siano alcune canzoni sulla stessa onda emotiva (“Nemi”, “Mondo Slack key” ad esempio), l’album è orientato verso una ricchezza e complessità sonora. Cosa hai portato da Goldfoil e cosa hai trovato in Film o sound? 

Goldfoil è il mio primo lavoro in solo, dove mi sono affacciato al mondo in modo diverso, come se parlassi ad un amico vero, vestito semplice e sottovoce, senza il bisogno di tanto volume per esprimere un’emozione. Film o sound è la sua evoluzione, dove però ho sentito forte il dovere di sognare, come il libro di uno scrittore che narra con dettagli minuziosi luoghi in cui non è mai fisicamente stato. Di Goldfoil rimane la voglia di immediatezza, di suonare musica non solo per se stessi ma anche per chi vuole ascoltare: ho cercato di far evolvere il suono per dare all’ascoltatore il piacere di “sentire”, senza per forza costringerlo a “capire”. 

In questo senso, la musica permette di viaggiare stando a casa propria. Nel disco precedente avevi cercato ed esplorato tanto il continente americano, che torna coi suoi orizzonti sonori anche in questo disco. Che America descrivi e cerchi nelle tue composizioni? Che America hai conosciuto e riconosciuto nei tuoi tour transatlantici? 

Avete mai visto il film “Pleasantville”? Ecco in Film o sound è quella l’America che ho voluto descrivere, quella sognata e idealizzata nell’immaginario degli anni ‘50. Girando in tour negli Stati Uniti ho suonato in tantissimi posti diversi, Memphis, Nashville, Ashville, Chapel Hill, NYC, Boston, Washington, Houston, Seattle, Clarcksdale… Ho suonato in posti molto umili, caldi e sperduti, in luoghi molto sofisticati e in lussuosi edifici di fianco a Central Park, in club punk hardcore, in università, nei juke joint, in venue importanti, tanti volti diversi della stessa America. Ogni città ovviamente è differente, ma il rispetto per la musica è lo stesso, come fosse una cosa sacra. 

Ma c’è anche molto del resto del mondo tra le tracce: Africa, Sud America, Asia. Quali pensi che siano i luoghi simbolo che ritrovi all’interno del tuo lavoro? 

Non sono mai stato in Africa, ma adoro la musica africana e avendo avuto la fortuna di suonare spesso con Bombino ho potuto ascoltare tante storie e fantasticare su quei orizzonti, sul deserto, sull’essere completamente da soli. Ramon ed il suono della sua tromba poi riescono a portarti in posti assolati, polverosi, senza autostrade, la sua meravigliosa Cuba. Poi ci sono tanti luoghi che ho nel cuore, come il mio paesino Castel Gandolfo, il laboratorio di mio padre e le sue intuizioni speciali. Sono tutti elementi che ho fermato in questo disco.

Nel’album sono presenti tantissimi ospiti: tra questi Alberto Ferrari dei Verdena, alla voce nell’unico brano cantato, “Bring it on home” di Sam Cooke. Come mai la scelta è caduta su di lui e cosa ti ha spinto a realizzare questo unico brano con vocals? 

Ho sempre sognato di poter lavorare con Alberto, la sua voce è superiore alla stragrande maggioranza dei cantanti italiani, ed il suo talento è smisurato. Alberto è il cantante della più internazionale tra le band in Italia, e la sua competenza in materia di suono è sopraffina. Avevo lavorato a diverse versioni strumentali del brano, ma non ne ero mai soddisfatto, quindi ho considerato l’ipotesi di una “supervoce” ed ho immediatamente pensato a lui. Il brano è molto semplice – una chitarra, una voce e due percussioni suonate da me – e sono molto felice del solo di chitarra, ottenuto alzando il volume a 10 di un piccolo ampli e usando un delay stereo. Alberto è la voce che sognavo per reinterpretare il pezzo di Sam Cooke: è piena di talento, con un timbro così speciale e perfettamente contemporaneo. Non volevo la classica voce che emulasse o copiasse l’originale; zero pose, ma solo sostanza. Quando ho ascoltate le tracce vocali mi sono emozionato. 

Oltre Alberto, le guest star sono tante e con tante altre diverse “voci”: Bombino, Fabio Rondanini, Stefano Tavernese, Enzo Pietropaoli, Jose Ramon Caraballo Armas. Chitarre, trombe, violini, contrabbassi. Come sono nate queste collaborazioni e come ti sei orientato per inserirli nelle tue composizioni?

Negli ultimi tre anni ho suonato tantissimo e con tanti musicisti diversi: con Fabio Rondanini ci siamo avvicinati grazie alla passione comune verso la musica africana; sono stato in Tour con Fabi Silvestri Gazzè e la band suonando così con dei musicisti speciali: con Ramon e Piero Monterisi è nata l’idea di vederci e suonare musica cubana. Quando tre anni fa vivevo nel quartiere Testaccio a Roma, passeggiando, ho incontrato Enzo Pietropaoli e abbiamo cominciato a suonare un misto di blues e jazz: non avevo mai suonato jazz ma con Enzo e il suo suono, la sua sapienza, e l’esperienza dei suoi concerti con Chet Baker ho davvero sognato. Con Bombino lo stesso: era in Italia a promuovere Nomad, il disco prodotto da Dan Aucherbach dei Black Keys, ho sostituito il suo chitarrista che aveva avuto dei problemi ed è nata un’amicizia, spinta dalla volontà di continuare a suonare insieme. Mi piace lavorare con le persone con cui sto bene e che stimo, trovo sempre molto da imparare e condividere. Potrei sviluppare (e credo che lo farò) un disco con ognuno di loro, sottolineando le caratteristiche dei mondi che si creano tra le nostre interazioni. Per ogni brano mi è venuto naturale pensare a chi potesse essere l’ospite, ad esempio su “Tunga Magni”, Enzo Pietropaoli era perfetto per la sua soffice ritmicità, piena di note giuste. In “Bakelite”, Stefano Tavernese ha dato tanto e gliene sono grato, è stato un momento emozionante. Senza scordare Marco Fasolo, nel ruolo di produttore del disco, con la sua professionalità e la sua psichedelica magia. 

Un grande peso nell’economia del disco lo ha avuto la figura di Ry Cooder. In che modo la sua ricerca musicale ti ha influenzato? Cosa ti spinge a condividere con lui l’amore per il blues? 

I dischi di Ry Cooder sono un ottimo mix tra arte e cultura. Cooder è curioso e non si ferma all’apparenza, alla moda del momento, va ben più a fondo e sente il suo cuore, questo è l’esempio che seguo. Quando tutti vanno da una parte, ho sempre la forte sensazione che io debba prendere altre strade, quasi come un dovere nei confronti della musica. È un buon esercizio per lo spirito e per la mente. In più rischia di portarti in luoghi isolati ma profondi, quello che serve per capire meglio chi voler essere. Il blues è ciò che mi ha subito attratto della musica di Cooder, e con il blues mi sento meglio, nutre l’anima e mi fa sentire libero e fuori dal tempo. Una musica semplice ed immediata, che può essere suonata da tutti, con cui poter condividere ed esprimere quello che a parole a volte sembra così difficile. La chitarra è uno strumento immediato, sotto le dita ci sono le corde, basta premere e si ottengono suoni, basta tirarle e si ottengono effetti, con poco si creano atmosfere. Il blues nasce da questo tipo di attitudine: semplicità, immediatezza, sapienza e dedizione. 

Una buona metà dei brani sono rifacimenti di classici della musica americana e non solo. Come mai hai scelto questi brani in particolare? C’è una volontà di riscoprire certe canzoni, ridargli una veste nuova e farle conoscere a un nuovo pubblico o è più un approccio da “fan” e amatore? 

Certa musica, quella in secondo piano, che non gira sul web e non viene passata alla radio, che non è una novità, spesso mi interessa di più. Mi sono avvicinato alla musica africana grazie ad una cd che mio padre portò dal Niger quindici anni fa, ed ho pian piano capito quanto quella musica fosse musica del futuro. Lo stesso vale per vecchi classici come “Sleepwalk”, di Santo & Johnny, estremamente evocativi e di altri tempi. La mia volonta è quella di ascoltare in un solo album tutto ciò che adoro in un determinato momento della mia vita e condividerlo con gli altri. 

“Film o sound” giunge infine quasi come se fosse una domanda, un porre una scelta tra le due opzioni. Quale delle due ha più influito in questo disco: le immagini o i suoni? Come queste si rapportano tra di loro? 

In Film o sound tanto l’impianto visivo quanto le sonorità che ricercavo si sono sovrapposte: musica, immaginario, involucro, copertina, foto, citazioni, tutto deve essere ben coordinato, altrimenti non funziona come vorrei e come dovrebbe essere la Musica. Tutto si è mescolato bene e sono estremamente soddisfatto tanto da poter dire che è il mio disco più riuscito.

Riccardo De Stefano

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