– di Martina Rossato –
Disclaimer: per capire ciò che sto per scrivere, basterebbe guardare questo video del 1993 in cui Kurt Cobain, nel pieno dei suoi vent’anni incazzati, si sconvolge scoprendo che un biglietto per Madonna costa 50 dollari. Cinquanta. «Who charges that much money?» chiede, perplesso — «Chi è che chiede così tanti soldi?», come se la cosa fosse semplicemente inconcepibile.
E in effetti, per lui, lo era.
Trent’anni dopo, quello che allora erano 50 dollari – oggi pari a circa 111, tenendo conto dell’inflazione – è diventato il prezzo standard per un live. Eppure, all’epoca, fu uno shock.
Per i più audaci – quelli che vogliono andare a fondo, piuttosto che accettare la superficie luccicante dei post su Instagram — ecco qualche dato su una situazione che è sfuggita di mano. Non da ieri, ma da un po’.
In Italia, nel 2025, il prezzo per un concerto oscilla tra i 60 e i 120 euro per i grandi eventi, mentre a livello globale si viaggia verso i 140 dollari di media. I biglietti per artisti mainstream superano con disinvoltura i 100–150 euro, anche per i settori più lontani dal palco. E questo è solo il prezzo “ufficiale”. Poi ci sono le rivendite, il dynamic pricing, il mercato secondario: tutta quella farsa algoritmica per cui un biglietto comprato oggi a 80 euro può costare, domani, 200. Perché c’è “domanda”. O almeno così dicono, e la questione non riguarda solo l’Italia.
La storia però insegna. Già negli anni ’70, in Italia, gruppi di giovani e militanti politici contestavano il sistema dei concerti a pagamento, organizzando eventi gratuiti o a libero accesso. Era il tempo dei festival del proletariato giovanile organizzati dalla rivista Re Nudo, dove migliaia di persone si radunavano senza pagare, con musica alternativa e una forte critica alla mercificazione dell’arte. E c’erano gli autoriduttori, che si rifiutavano di pagare il biglietto nei concerti ufficiali, spinti dall’idea che la musica dovesse essere gratuita, accessibile a tutti.
Ma oggi il discorso è cambiato? Il prezzo del biglietto viene giustificato con cachet stellari, produzioni da film di Hollywood, palchi che sembrano astronavi. Tutto vero. Eppure, un concerto dovrebbe ancora valere quello che si prova, non quello che si mostra. Negli anni ’90 anche artisti già affermati suonavano con niente – e con niente si portavano a casa notti indimenticabili.
Ma il vero cortocircuito non sta solo nel prezzo. Il nodo sta nel fatto che non sempre quei concerti “sold out” lo sono davvero. Negli ultimi mesi, diversi articoli e inchieste hanno sollevato il velo su un (turpe) spettacolo parallelo: quello dei finti esauriti. Eventi venduti come “pieni”, eppure con settori visibilmente vuoti. Si parla di biglietti distribuiti a sponsor, aziende, dipendenti, agenzie. Regalati, svenduti, pur di fare numero. Il tutto per costruire un’illusione: quella del “successo assicurato”.
Lo racconta bene Federico Zampaglione che in un post sulla pagina Facebook ufficiale dei Tiromancino parla di un “diabolico meccanismo”: stadi che si riempiono sulla carta, ma molti biglietti non sono stati comprati da fan reali. Vengono dati via a pochi euro o addirittura gratis, perché servono a costruire un’immagine, non un’esperienza, mentre i biglietti veri – quelli pagati da chi ci crede – sono pochi e cari. Il peggio? L’artista paga comunque la produzione: anche se ha “riempito” lo stadio, può uscire dal tour in pari, se non proprio in rosso. E resta vincolato a manager e agenzie.
E il COVID? Nel dimenticatoio.
Nel frattempo, ci siamo quasi dimenticati del trauma collettivo che è stato il COVID. Per due anni la musica si è fermata e in quel periodo la promessa era che saremmo ripartiti, migliori. Invece, appena è stato possibile, tutto è ripreso peggio di prima: cachet alle stelle, prezzi gonfiati, produzioni sempre più mastodontiche. Nessuno ha fatto davvero i conti con le difficoltà degli organizzatori, spesso strozzati da richieste esorbitanti imposte dalle agenzie, né con quelle economiche del pubblico.
Ma, di nuovo, non è solo il costo del biglietto. C’è il sistema truffaldino dei token, che ti costringe a caricare 10 euro di credito per una birra che ne costa 8. C’è il merchandising venduto come se fosse alta moda. Poi ci sono i costi degli spostamenti, la difficoltà a raggiungere la venue coi mezzi pubblici, i parcheggi improvvisati a prezzi folli, il cibo venduto come se uscisse dalla cucina di uno chef stellato.
Tutto congegnato per spremere il fan. Per trasformare l’amore per la musica in una serie infinita di micropagamenti. E nessuno, nemmeno tra gli artisti, sembra voler dire qualcosa. E non basta dire che anche gli artisti sono vittime del sistema. Certo, molti lo sono. Ma solo pochissimi si espongono, mettendo in discussione questo meccanismo. Nessuno si scandalizza più per i 50 dollari.
E quindi il sistema va avanti indisturbato, spinto anche dagli artisti, non solo dalle major o dai promoter. Il risultato di tutto questo meccanismo è un doppio inganno. Per chi compra, perché paga una cifra folle per un evento che non è davvero tutto esaurito, e magari si ritrova accanto a un settore mezzo vuoto. Per chi suona, perché viene intrappolato in un sistema in cui conta l’immagine, non la sostanza. Una beffa in piena regola.
Se – come dice Zampaglione – spesso gli artisti con i sold out negli stadi vanno appena in pari, allora a chi conviene davvero questo sistema? Chi ha deciso che una produzione debba costare centinaia di migliaia di euro? Chi ha trasformato una passione collettiva in una macchina di profitto che esclude proprio chi la ama di più?
Tutto questo farebbe probabilmente sorridere amaramente Kurt Cobain, che una volta dichiarò che la musica dal vivo doveva essere accessibile, anche per chi non aveva niente. Oggi, la sua idea sembra una reliquia punk in un’era dominata da streaming, algoritmi e hype costruiti a tavolino. Sul lungo periodo, il risultato è chiaro: frustrazione, esclusione culturale e la sensazione che la musica stia diventando un lusso da cui molti restano fuori.
Chi ci rimette, alla fine, sono i giovani, le famiglie, chi ama davvero la musica ma non può più permettersela – se non su Spotify. Chi rimane fuori perché un concerto costa quanto una settimana di spesa. E anche gli artisti, quelli veri, che vorrebbero solo suonare e invece recitano una parte in un business che non controllano.
La verità è che ci siamo abituati a pensare che tutto questo sia normale. Che un concerto debba costare come una vacanza. Che vedere uno stadio vuoto ma “sold out” sia solo un caso. Che i live debbano essere enormi, spettacolari, eccessivi — quando, a volte, basterebbe solo un palco, quattro luci e un amplificatore.
Forse è il momento di riprendere quella lotta degli anni ’70, quando la musica non era merce, ma spazio condiviso. Dove il “successo” si misurava con il suono, non con i numeri.
Forse è ora di fare pace con l’idea che la musica non è un’esperienza “premium”. Non è un contenuto da vendere. È una cosa che succede tra persone. Se ci togliamo anche quella, ci resteranno solo i video su Instagram.







