-Di Silvia Ravenda-
Al Capitol di Pordenone, Sexto ‘Nplugged porta “Una lunghissima ombra” di Andrea Laszlo De Simone dentro una cupola geodetica con ascolto spazializzato. Un’ora in cui la memoria ha fatto quello che voleva.
Sexto ‘Nplugged esiste dal 2006, un festival con vent’anni di scelte coraggiose alle spalle: ha portato a Sesto al Reghena, borgo medievale nel Pordenonese, Philip Glass, Antony and the Johnsons, The War on Drugs, Mogwai, Cat Power e molti altri. Da qualche edizione il raggio si allarga con eventi satellite, e il Capitol di Pordenone è uno di quei posti che tornano nel giro ogni volta con qualcosa che non ti aspetti. Il 18 e 19 aprile era lì la bolla immersiva costruita attorno a “Una lunghissima ombra”, l’album che Andrea Laszlo De Simone ha pubblicato il 17 ottobre 2025 per 42 Records, primo disco di inediti dopo sei anni.
L’evento era sold out da giorni, il che per una domenica mattina con un’ora di strada davanti è già una premessa che regge. Il Capitol, sala buia, una cupola geodetica al centro con uno schermo e cuscini sul pavimento per una dozzina di persone, formato volutamente piccolo, pensato per tenere l’ascolto al centro senza dispersione. La scelta dello spazio ridotto ha una logica precisa: dentro quella cupola l’unica via è stare dentro quella cupola.
“Una lunghissima ombra” è un disco che conosce già chi lo porta in un contesto del genere. Diciassette tracce con una costruzione lenta che attraversa cantautorato italiano e francese, psichedelia e aperture sinfoniche. De Simone lo ha concepito come opera totale, ogni canzone ha un corrispettivo visivo, quadri filmici girati in formato vintage anni Settanta: una stazione, un’alba, una strada, un fuoco, un albero… Materiale apparentemente ordinario che in quell’ambiente acquista una funzione precisa: portare l’ascolto sotto la soglia del controllo. I primi due brani passano ancora con l’ascoltatore in posizione di guardia. Dal terzo in poi, se ci si lascia andare, la cupola fa il suo lavoro.
Quel che accade a quel punto dipende da quello che ognuno porta dentro, e non c’è modo di renderlo uguale per tutti. Le immagini lavorano in silenzio sulla memoria: una stazione, un’alba, una strada, niente di eclatante, eppure nel buio di quella cupola con la musica che arrivava da punti che non riuscivo a fissare ho perso l’orientamento nel senso migliore possibile. Non so dire quando esattamente: a un certo punto ero ancora lì seduta sui cuscini e contemporaneamente ero in casa di mio nonno da bambina, poi con mia figlia piccola che dormiva, poi ragazza in un bosco che non ricordavo di ricordare. Ricordi affiorati, tenuti a galla come in un rito ipnotico dove le immagini erano il tramite e la musica la voce guida. Guardavo ogni tanto le persone attorno e nessuna sembrava molto più presente, il che mi ha convinta che non stesse succedendo solo a me.
Un’ora è sparita in quel modo in cui sparisce solo quando non stai più a misurarla. Tornando in macchina ho rimesso il disco, cosa che non mi capita quasi mai. È la misura di un evento riuscito, quello che ti muove qualcosa mentre non te ne rendi conto.







