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Sapete cosa manca alla Musica italiana? Essere cool.
Non che non ci sia la Grande Musica qui da noi, per carità, ma mancano il carisma, i personaggi, gli eroi di un mondo che ha bisogno di Leggende per andare avanti. Se gli altri, là sopra, avevano i Bowie o i Jagger noi avevamo i De André o i Battiato.
Poi c’è Morgan.
Ecco, Morgan è una leggenda della musica italiana, una di quelle viventi. Dai, ci si avvicina almeno. Carismatico, affascinante, presumibilmente colto, saccente e spocchioso quanto basta per mettere una distanza tra sé e il proprio interlocutore. Vacuo e artefatto come ogni snob, ricercato e profondo come i grandi cantautori, ridicolo e leggero come ogni artista pop.
Poi, la tv, la notorietà, il mito che cresce e si gonfia.

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The rise.
Morgan è l’eroe di un mondo musicale italiano alternativo ma capace di raggiungere il grande pubblico. È il moderno Tenco, il Bowie italiano, la voce di due generazioni musicali che si sovrappongono fino a sparire.
Tutto gli sembra concesso, lecito, disponibile e facile, perché lui è più bravo, più bello (mh, forse no), più distaccato e più preparato degli altri.
Ma i dischi non sembrano arrivare, se non in compilation di cover. Le canzoni inedite vengono centellinate in apparizioni fugaci e reunion improbabili. Sopra tutto c’è lo spettro di un uomo che non riesce a gestire la propria vita, il proprio successo e ahinoi il proprio talento.

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The fall.
Il personaggio diventa più grande della persona. I deliri televisivi sembrano essere più rilevanti dell’arte suonata. Così, sembra di vedere l’Uomo schiacciato dai vizi, dagli “scandali”, sconfitto dai flutti, sommerso da un circolo che non sembra conoscere requie. Non c’è più musica, non c’è più voce, c’è solo teatro (con la t minuscola), recita, comparsa televisiva e poco altro. La farsa?

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Ieri ho visto Morgan al ‘Na Cosetta, il delizioso locale al Pigneto dove passano alcuni dei migliori nomi italiani, specie della “canzone d’autore”. L’ambiente è domestico, familiare, comodo e pratico. E lì ho visto un Morgan ubriacoide, rumoroso, caotico, sfrenato nel picchiare sui tasti del pianoforte e compulsivo nel percuotere la chitarra. Che usa le basi, stile karaoke, perdendo il tempo e riallacciandosi quando possibile.

E mi sono divertito.

Ho visto un artista che può dare qualcosa a un pubblico in maniera diretta, esplicita, sudata e sporca. Ho visto anche l’Uomo che cerca dei percorsi personali e musicali insondabili, che si muove tra le proprie canzoni (poche) e le canzoni della sua vita (tante), lo si vede concentrato nell’inseguire un filo logico musicale, mentre distrattamente cerca da bere.
Quando parte “Altrove” il pubblico si sveglia, freme e si scuote. Canta con lui, per lui, sopra di lui.
Prima la abbozza al basso, ma ha quasi il sapore della parodia. La chiude e la ricomincia, stavolta con la base al computer (tragicomico espediente essenziale per il successo della performance).
Sembra che tutto stia andando finalmente come deve andare, che lo show abbia preso il suo momento angolare e finalmente può avvenire il coito sensoriale tra l’Artista e il suo pubblico.
C’è emozione nell’aria: le persone lo amano per le sue canzoni, non per il suo personaggio. Morgan lo sente, lo vive, se ne rende conto e se ne frega delle pretese di chi ha davanti. O forse, semplicemente, non se ne rende conto, e finisce incastrato nella farsa, nel cliché, nello spettacolo che copre la Vita.

Cambia tutto, ritorna sui tasti, zoppicandoci sopra e iniziando a scavare nei ricordi musicali e nei brani: d’improvviso emerge un “This ain’t rock’n’roll, this is genocide”, prima abbozzato, come un moto inconscio di Marco, poi ripreso con forza – un messaggio prima a se stesso e poi al pubblico – e si tramuta in una lancinante “Diamond dogs”, stropicciata e viziosa. Bowie, Lou Reed, Bindi, Tenco, ancora i Bluvertigo, in una stortissima “L’Assenzio”.
È come osservare qualcuno che per un istante rivela la propria intimità, mentre per quel decimo di secondo si scorda di essere lì, sfumato forse in un drink di troppo, mentre vaga errabondo tra idee e flussi di coscienza personali, chiedendo i testi che non ricorda, cercando quaderni e reggendo smartphone. Sembra divertirsi. Sembra orgoglioso della propria persona, del proprio personaggio, della sua Musica (e di quella degli altri).
Sembra.
Il pubblico cicaleggia, a volte canta, a volte si perde con sguardo confuso perdendo di vista chi è il vero protagonista della serata.

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Morgan non c’era, ieri sera sul palco, lo so.
“This ain’t rock’n’roll, this is genocide”.

C’era altro.
C’era un decennio strano e difficile, fatto di tv e abusi fisici. Ma c’era anche il barlume di quell’artista geniale e carismatico, piacevolmente decadente, che Morgan ancora riesce ad essere, seppure per qualche istante.
Non è stato un concerto da pianobar, non poteva esserlo. Sostituendo il protagonista principale della performance, tutto sarebbe stato diverso, certamente intollerabile. Eravamo tutti lì per vedere Lui, il Mito e la Leggenda, forse caduta, certo decadente. Morgan è – comunque – sempre performance, show, spettacolo. Puoi accettarlo, puoi combatterlo, ma non puoi fingere che ti lasci indifferente.

È come vedere una stella cadente, che sparisce all’improvviso ma la cui scia ci rimane negli occhi in mezzo a tutto quel buio.

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Le foto sono di Alessandra Virginia Rossi

 

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