SCATOLE: QUANDO I RIFUGI DIVENTANO PRIGIONI
Quando decido di scrivere un libro, capisco di essere pronto per iniziare quando ho una storia da raccontare per introdurre il concetto di cui parlerà il mio manoscritto. E per la terza volta su tre, la storia riguarda mio padre. E per l’ennesima volta, su ennesime volte, lo stimolo arriva da una canzone.
I libri, citando quasi fedelmente il testo, sono solo scatole dove io mi rifugio quando fuori piove. E a guardare il mio ricordo di questa storia e di questa canzone è che anche quel giorno pioveva, anche se non credo veramente il meteo fosse quello.
Nell’ultima nostra vera litigata, le parole sono volate molto pesanti. Come nella canzone Scatole dei Pinguini Tattici Nucleari.
Ricordo un giorno mi prese da parte. Mi disse:
«Non capisci proprio un cazzo della vita,
perché solo a chi si sporca le mani
è concesso il privilegio di avere una coscienza pulita».
Le parole di un padre sono sempre forti, soprattutto quando sei adulto e quando ti portano a rivedere le tue scelte.
Il vero successo, nella vita e nello sport, è quando raggiungi il tuo sogno. Ma la vera domanda che vedo spesso sorgere negli atleti, soprattutto quelli giovani, è:
Ma questo è il mio sogno o quello di qualcun altro?
Poi ci sono persone che si definiscono per scontro e non per incontro, come l’autore della canzone: molto deciso, sa qual è il suo sogno ed è in aperto contrasto con le richieste del padre, pure troppo.
«Ma io volevo fare il musicista,
a suonare la chitarra passavo le mie sere».
Io con questa canzone faccio un difficile esercizio: ti parlo intimamente di me e ti racconto come ho vissuto questo costante confronto con la figura di mio padre. E sfrutto una canzone che ogni volta che ascolto mi ricorda quella litigata, quella discussione, quelle emozioni.
Perché, se ci pensi, ci sono quei momenti in cui l’altro parla e, come me in quel giorno di pioggia, senti solo: SONO UN FALLITO. Almeno per lui. E quel giorno me lo ha detto penso proprio con quelle parole, anche se lui i Pinguini Tattici Nucleari non li ha mai ascoltati.
Ma questo succede a tutti: ascolti le parole che ti danno emozioni e poi un giorno, come per magia, una canzone ti riporta a quel preciso momento. In quel momento in cui è successo, in quel giorno di pioggia, e da lì in avanti quella canzone è diventata il mio rifugio, uno dei tanti modi per dire a mio padre, senza dirlo:
«Io non sono come te.
Io sono diverso, io sono migliore».
Lui guardava al presente, al passato, mentre io continuo tutt’ora a spingere lo sguardo verso il futuro. Ma il futuro ha un tempismo tutto suo e ho scoperto in fretta che si presenta spesso al presente.
«Ero un po’ come un testimone di Geova,
il mio futuro spesso suonava al campanello
ed io non ci provai neanche ad aprire».
Il futuro che bussa e il mio sogno che lo respinge, e mio padre sempre e comunque presente per ricordarmi e dirmi cosa e come dovevo fare. Come a me, anche a molti miei atleti capita che, nella vita e nello sport, ci mettiamo gli occhiali di altri per guardare i nostri sogni.
E in quel momento, in quel giorno di pioggia, a parlare era la mia paura: che non sarei mai riuscito a diventare come quell’immagine che mi ero costruito e sarei diventato come lui.
«Di quello che sarò tu che ne sai?
Sì, ma io non sono come te,
vedi di non dimenticarlo mai».
A volte mi chiedo: cosa mi rende un fallito ai suoi occhi?
Spendere tutto senza raggiungere gli obiettivi.
Spesso mi chiedo: cosa mi rende un fallito ai miei occhi?
Il mio vero fallimento è pensare in negativo.
Perché quando penso in negativo fallisco.
E come me, anche tu, quando ti convinci che il futuro che bussa alla porta non sia quello “giusto”, oppure quando credi, con presunzione, di essere “migliore” delle opportunità che ti si presentano, stai costruendo una scatola che assomiglia a una prigione, ma della quale hai solo tu le chiavi.
Il sogno si costruisce con la fame, con la ricerca continua, ma anche con le piccole vittorie quotidiane.
E forse la differenza tra successo e fallimento non sta in quello che otteniamo, ma in quante volte abbiamo il coraggio di aprire quella porta, anche quando chi bussa non assomiglia per niente al sogno che avevamo immaginato.
Il mio vero fallimento è pensare in negativo, perché mi impedisce di vedere che ogni campanello è un’opportunità, ogni porta chiusa una lezione da cui scappo, ogni “io sono migliore di questo” una scusa per non crescere davvero.
Ma si costruisce solo quando ti liberi dall’ossessione per il sogno e liberi tutto il tuo potenziale, prendendo le chiavi della gabbia in mano e aprendo la porta.
Anche se poi magari potresti assomigliare, come capita a me, a chi hai sempre voluto evitare.
«E adesso anche io c’ho una soffitta,
ed un pezzo di carta in una teca pulita.
Mio padre in qualche modo ha accettato la mia vita».
Il vero riconoscersi per quello che si è arriva come se si creasse, dentro e fuori di te, uno specchio generazionale. Quando smetti di dire “io sono migliore” e accetti che i tuoi sogni sono scatole, come le case. Che mio padre ed io stiamo facendo lo stesso mestiere: offrire riparo.
Nel confronto con chi amiamo – e con chi ci ha generato – scopriamo che la differenza non ci rende migliori, solo diversi.
Io non ho teche, perché non mi piace bloccare la mia crescita su di un muro, e nemmeno mio padre, ho scoperto, le ha.
Ci sono però due modi di dare forma alla voglia di lasciare una traccia, di “saper fare qualche cosa”.
Dopo quel giorno di pioggia:
-
Ho imparato cosa mi ha insegnato lui, pur non facendolo mai.
-
Ho imparato cosa sono, nel confronto e nello scontro con lui.
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Ho imparato cosa voglio, seguendo l’esempio che lui non mi ha mai dato.
C’è amore tra di noi.
Lui mi ha sempre fatto fare quello che ho voluto.
E io ho sempre seguito il suo consiglio.
Anche se spesso questa cosa gli si è ritorta contro.
Anche se spesso questo mi ha fatto male.
C’è odio tra di noi.
Io «non capisco un cazzo della vita» per lui.
E lui non è come voglio essere io.
Lo sappiamo e ci va bene così, ormai. Nel bene e nel male.
Né io né lui oramai facciamo più l’enorme fatica di prima, quando volevamo far entrare l’altro nella propria scatola.
E ci siamo aperti al coraggio di aprirle, le scatole.
Perché poi, nella mia vita, qualcuno mi ha insegnato che ci sono persone che si commuovono davanti a dei mattoni.
Quando costruisci la tua casa, con i tuoi sogni dentro, con l’amore che colora quei muri, anche quello che sembra poco romantico assume un valore diverso.







