Con Il grande freddo di Claudio Lolli sembra di entrare nell’atelier di un pittore. I testi sono vividi e grafici, rievocano ricordi e fantasmi grazie anche all’artwork di copertina realizzato da Enzo De Giorgi. Un album che si riannoda al passato musicale di Lolli e alla sua canzone più emblematica: Ho visto anche degli zingari felici. Questo nuovo lavoro, infatti, pubblicato lo scorso maggio da La Tempesta dischi e vincitore della Targa Tenco, vede la partecipazione di Danilo Tomasetta e Roberto Soldati, già presenti nel celebre disco del 1976.

L’album si apre con la traccia eponima, considerazione amara sull’amore dissipato, dalla quale già emerge un sax sensuale e persistente che farà capolino in quasi tutte le tracce successive, forse unico trait d’union con il periodo del Movimento. Insieme alla rievocazione del passato, emerge un bisogno di sperimentazione linguistica, come nella rima orgasmo/chiasmo di 400.000 colpi, probabilmente mai tentata nella storia della lingua italiana, o nel gioco di parole de Gli uomini senza amore (Una catena triste che non ha più età/Una catena triste che non ha pietà). Principessa Messamale cerca di rialzarsi, ma urta contro l’evidenza di un tempo che procede senza mantenere le promesse (E il futuro com’è passato/Senza chiederci neanche un minuto). La conclusiva Raggio di sole si congeda con un barlume di speranza: un recitato accompagnato da una chitarra familiare, domestica, racconta forse scene remote, forse un sogno, o un’allucinazione. Una speranza flebile come il raggio del titolo, che scompare lasciando interrogativi insoluti.

Claudio Lolli, tra ciò che dice e ciò che omette, tratteggia la vita, le sue lacune, i nodi alla gola e l’assenza che si fa statuto. Il grande freddo si addentra nella materia viscosa della memoria, in una fase in cui la passione sbiadisce e lascia il posto a qualcosa di non meglio definito, «purché sia tenerezza» (Sai com’è). Un album delicato e galante, misurato, degna emanazione del suo autore.

 

Letizia Dabramo

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