“Unisono” è il nuovo singolo di Colombo, l’alter ego del musicista, songwriter e compositore Alberto Travanini, fuori per Needa Records da venerdì 13 giugno 2025: un brano che unisce cantautorato, minimalismo ed elettronica e si inserisce nel percorso sonoro e poetico di questo ultimo anno, che confluirà presto in un EP. Se “Arancio”, il singolo precedente, raccontava la magia di trovare una persona con cui condividere l’amore come vuoi tu, qui il punto di vista è quello di una relazione lunga, in cui fisiologicamente arriva il momento della crisi. E l’abitudine, la routine, ti allontanano progressivamente. Quello che impari diventando adulto è che ci sono momenti in cui non puoi scappare, in cui devi affrontare le cose. Guardarsi negli occhi e parlare con sincerità. “Unisono” è fare l’amore per ritrovarsi e riconoscersi, decidere di impegnarsi per continuare a stare insieme. Così come cantare all’unisono vuol dire cantare le stesse note, allo stesso tempo, l’unisono diventa simbolo di vivere con la stessa prospettiva.
Noi lo abbiamo intervistato, per trovare con lui quella complicità umana che lui descrive nei suoi pezzi. Ecco cosa ci ha raccontato.
Nel titolo Unisono c’è già un’immagine forte: voci che si fondono, che diventano una sola. A chi ti rivolgi in questo brano? È un dialogo, un ricordo o un desiderio?
“Unisono” è legata a una scena in particolare della mia vita relazionale: quando sei in una relazione lunga capitano fisiologicamente anche momenti di crisi, che si superano con la volontà di tornare a una stessa prospettiva, a condividere, a parlare a cuore aperto.
Nel tuo percorso musicale sembri muoverti tra sonorità intime e riflessioni esistenziali. Unisono continua su questa linea o apre a nuove direzioni, anche sonore?
Credo che “Unisono” rientri nel filone del mio progetto attuale, sia a livello tematico che di sonorità: la differenza, rispetto ai brani precedenti, è nell’assenza del pianoforte, che di solito ha un ruolo centrale. Si può dire che l’elettronica abbia preso il sopravvento in questo caso!
La produzione del brano ha un’impronta essenziale ma molto curata. Com’è nato il sound di Unisono? Hai lavorato con qualcuno in particolare o hai curato tutto tu?
Spesso quando abbozzo delle idee musicali cerco di uscire dal concetto tradizionale di “giro di accordi”: “Unisono” è nata da questo loop di synth che avevo in testa e che continua per tutto il brano, pur stratificandosi con l’aggiunta di altri elementi nelle varie sezioni. Ho fatto tutto da solo, cercando un sound elettronico e minimale allo stesso tempo, e ho la sensazione, brano dopo brano, di avvicinarmi sempre di più alle sonorità che voglio perseguire.
Quanto c’è di autobiografico nei tuoi testi e quanto invece nasce da osservazioni esterne? In Unisono sembra esserci un’urgenza personale, sbaglio?
Ci sono entrambe le cose: parto sempre da esperienze che ho vissuto ma che diventano il pretesto per arrivare a temi generali, a volte anche generazionali. In “Unisono”, ad esempio, c’è un momento di crisi nella mia relazione sentimentale, ma c’è anche l’idea che ogni storia d’amore lunga e duratura sia fatta di volontà e costanza. E questa è una cosa che molte persone vivono nel loro percorso.
Il panorama cantautorale italiano è in fermento, con artisti giovani che si muovono tra indie, pop e sperimentazioni. Dove ti collochi tu, se dovessi dirlo con una parola sola?
Il contesto in cui mi inserisco è quello indie, credo, ma non ho paura nemmeno di definirmi ‘pop’, per la struttura delle canzoni, l’attitudine melodica, la ricerca del ritornello: forse ‘indie pop’ è l’etichetta giusta?







