di Chiara De Luca
“Bolla occidentale”, il nuovo album di Daniele De Gregori uscito l’11 aprile 2025 per Maremmano Records, è un racconto intimo e generazionale, una fotografia lucida e profonda dei Millennials ormai adulti. Undici brani che tracciano una linea d’ombra, richiamando il percorso di crescita e fragilità vissute, tra amori, sogni, e relazioni sociali in un’epoca segnata da un ottimismo ormai sfumato.
L’album affronta temi poco presenti nella scena artistica contemporanea, come la fragilità emotiva e la necessità di uscire da sé per connettersi con gli altri, un pregio sociale che contrasta con l’egocentrismo diffuso del nostro tempo. Daniele si confronta con la depressione, definita “l’altra pandemia”, e con un senso di malessere che si diffonde anche in contesti di apparente benessere. Attraverso metafore, come quella dei Tamagotchi – simbolo di una generazione cresciuta in un clima di ottimismo posticcio – l’album mette in luce lo spaesamento di chi si trova a vivere in una “bolla occidentale” che sembra scoppiata.
Daniele De Gregori ci racconta tutto questo in un pomeriggio di maggio, con la calma e l’intensità di chi sa che la musica è molto più di un mestiere: è una parte intima di sé, un filo sottile che lega la sua storia a quella di una generazione fragile ma desiderosa di connessione.
Se ti va, partirei con una domanda sui tuoi esordi. C’è stato per te un momento preciso in cui hai capito che fare musica era qualcosa di non rinunciabile?
In realtà ci sono stati vari momenti, non ne è stato uno solo. Sono stati vari step, non ho mai avuto delle grandi “illuminazioni”. I miei progetti sono sempre stati dei percorsi a ostacoli. Posso, però, dire che l’ho capito veramente soltanto negli ultimi quattro o cinque anni. Prima pensavo di riuscire a fermarmi, ma, in realtà, non ci riesco tutti ora, quindi…
Beh, è una cosa molto bella…
Eh sì, qualche giorno sì, qualche giorno no. La musica ha a che fare con l’approvazione degli altri. Difficilmente si fa musica e si resta nel segreto della propria stanza, no? La si pubblica, la si condivide e quando uno condivide un pezzo di sé, in qualche modo presta il fianco. E, certi giorni, se uno è particolarmente fragile, può essere doloro non poter fare a meno di mostrare il fianco.
“Bolla Occidentale” è il nome del tuo nuovo album, uscito l’11 aprile scorso per la Maremmano Records (distribuzione IRD International Records Distribution). Nella descrizione ufficiale, scrivono: « Bolla Occidentale riprende, attualizza e porta nel futuro la migliore tradizione della canzone d’autore italiana, affrontando con profondità temi e situazioni ancora poco presenti nella scena artistica contemporanea». Quali sono questi temi che non trovano spazio e perché secondo te restano marginali? Cos’è che occupa la nuova scena artistica?
I temi hanno a che fare con la fragilità e con l’uscire fuori da se stessi, che è una cosa che io ho molto a cuore, a tal punto da averla già affrontata nel mio album precedente. Il discorso alla base è che noi siamo esseri sociali e quindi forse l’egomania di cui siamo intrisi negli ultimi dieci o vent’anni probabilmente io non la sento mia. E non parlo solo della musica ma di ogni forma d’arte, di intrattenimento e di media. Per tale motivazione ho sempre avuto bisogno degli altri, non sono mai stato il classico maschio alfa. Con quest’album, in realtà, cerco di rimarcare proprio questa cosa, l’avere bisogno degli altri. Ricollegandomi a prima, a quando parlavamo della musica, credo che può essere anche doloroso avere bisogno degli altri, ma per me resta un pregio sociale, oltre che individuale. Quindi forse è questo l’argomento che un po’ manca ultimamente nelle canzoni.
In che senso pregio sociale, se ti vado di approfondire?
Nel senso che siamo una società fondata sull’ego, e questo non potrà mai funzionare a pieno. Se noi pensiamo molto alle nostre esigenze e basta, non creiamo una società, creiamo tante isole, creiamo tante piccole bolle di esigenze e narcisismi vari. Questo lo si vede nelle nostre vite, nei social, nella comunicazione e, per me, anche negli artisti è così. Nel mainstream, infatti, questa cosa è molto forte. C’è sempre bisogno di rivendicare e di rimarcare, di mettere un piede in un posto e dire qua ci sto io, io che sono fatto così e vado bene così. Io credo che non sempre ci si debba fermare al “io mi vado bene così”. Certe volte bisognerebbe dire “forse posso fare meglio di così”.
Nell’album sottolinei più volte il tuo essere Millennials. Mi ha molto colpito come lo fai in “Le morti indolori dei Tamagotchi”, dove usi come metafora un gioco cult degli anni ‘80/’90 dello scorso secolo per esprimere il concetto. Perché hai scelto questa immagine per descrivere il malcontento generale della tua generazione?
Più che malcontento, il mio è uno sguardo abbastanza tenero. Ho pensato ai Tamagotchi in quanto mi sembravano un incredibile simbolo di ottimismo che si respirava in quegli anni. Ci si prendeva cura di una creatura che poteva morire e rinascere senza troppi colpi o ferite. Ciò faceva parte dell’ottimismo che si respirava negli anni ‘90 nella politica, nella televisione, nella cultura in generale. Il fatto che noi ce l’avremmo fatta, c’era il sogno dell’Europa Unita, del berlusconismo, della caduta del Muro di Berlino. Insomma, c’era un sacco di ottimismo un po’ posticcio.
Quindi, per me, è uno sguardo molto tenero perché è una generazione cresciuta nel momento della formazione emotiva, cresciuta con quel tipo di feedback e, per tale motivo, un po’ inadeguata e non del tutto focalizzata sulla realtà. E, tra l’altro, diventata molto presto “fuori produzione”, eravamo visti come generazione della prima digitalizzazione, ma oggi, a 40 anni, sono già completamente fuori, non sono un nativo digitale, non sono completamente nel mio tempo. È stata una finestra molto breve e molto strana, in un certo qual modo.
E cosa ha comportato la brevità di questa finestra? Una mancanza di possibilità di capire a pieno la realtà?
Credo di sì. Credo che ci siano mancati un po’ di strumenti per essere performanti oggi. Quelli nati prima di me dicono che io mi sono perso tutto, che quando sono nato io era finito il bello della vita. Quelli nati dopo di me dicono che non capisco niente di come sta andando il mondo, solo che io ho quarant’anni e non ne ho settanta. Questa è una cosa strana, prima non accadeva con questa velocità. Spero che le generazioni future non abbiano anche loro questa velocità di invecchiamenti.
E tu come fai per sopravvivere a questa velocità?
Proprio a livello umano e personale, tralasciando la carriera d’artista? È una bella domanda, non so se sto davvero sopravvivendo a questa velocità. In realtà provo ad essere una persona utile, provo a non incattivirmi, credo che sia l’unica cosa che mi sono imposta negli ultimi anni… provo a non abbrutirmi, perché poi quando uno è inadeguato di solito si incattivisce, è quasi l’effetto collaterale dell’inadeguatezza, e io cerco di non farlo.
“Bolla Occidentale”, oltre ad essere il nome dell’album, è anche il titolo della prima traccia, in cui definisci la depressione «l’altra pandemia». Ti va se approfondiamo un po’ il discorso?
Sì, certo. Guarda, questa è una canzone che non sono mai riuscito a descrivere se non con la canzone stessa. È uno di quegli esempi in cui la canzone è molto più chiara della mia spiegazione, secondo me. Semplicemente: ho avuto a che fare con un malessere. Poi, depressione clinica o no, non è questo lo scopo della canzone. Mi sono reso conto che avevo un enorme male di vivere nonostante io avessi tutto. Ero un privilegiato assoluto, sono tuttora un privilegiato assoluto, un uomo bianco, etero e borghese. Insomma, ce l’avevo tutte, proprio il massimo della vita. Eppure sono stato molto male. E come me tantissimi, milioni e milioni di persone soffrono di depressione. Quindi per me era una riflessione sulla depressione collettiva, che si sparge anche in un’oasi di totale benessere, ossia l’Occidente e la bolla occidentale in cui viviamo. E, forse, tutte le cose che abbiamo non sono necessarie per essere felici, penso. Non lo so, mi interrogo su questo.
Forse perché un po’ la bolla sta scoppiando?
Sì, un po’ sì. Questa è chiaramente una fase di tardo impero occidentale. E nei tardi imperi di solito si sviluppa un po’ di malessere. E forse sì, si percepisce la fine dell’ottimismo e si comincia a vivere una parte un po’ nichilista della storia occidentale.
Si vede che la musica è una parte veramente molto intima della tua vita, ripeto, al di fuori dell’artista. A tal proposito, sarei curiosa di sapere se la tua persona e la tua figura di artista combaciano?
Sì, ora sì e completamente, ma è un fatto abbastanza recetto. Fino a qualche tempo fa non era così. È un percorso complicatissimo farle combaciare perché poi ci si vergogna di se stessi. Adesso penso che sia così. Poi, magari, se me lo richiedi tra cinque anni ti dico che oggi non era così, ma ora mi sembra di sì.
Come vivi il rapporto con il pubblico e il percepirlo ai live?
Ne ho una totale dipendenza. Nel senso che lo soffro e , se ce n’è poco o se è freddo, soffro.
Diciamo che tutto quello che io cerco è andare in un posto e far sentire qualcosa che mi riguarda a degli sconosciuti. Quindi il mio rapporto con il pubblico è profondo. Ne sono dipendente. Un po’ come dicevamo prima: faccio questo mestiere per questo motivo, non è che poi da solo mi canto le canzoni a casa mia.
Vorrei lasciarci con una domanda intima: qual è una canzone a cui sei legato? Può essere tua, non tua, del presente, del passato…
Eh, questa è una domanda complicatissima. Guarda, ti dico, non ne ho una in particolare, però qualche tempo fa mi è capitato di piangere in doccia mentre ascoltavo “Prospettiva Nevski” di Battiato. E non ho pianto per il brano in sé, ma per il significato, perché mi ha ricordato che quando ci si imbatte nella bellezza ci si commuove fino a piangere. E una delle poche ricchezze che nessuno ci può togliere è proprio la capacità di commuoversi davanti alla bellezza.







