Internet ci salverà? Questo si domandano le case discografiche, tutti i soggetti coinvolti nel music business e – in misura minore ma con curiosità – gli amanti della musica. La risposta è… Mah. Al momento non proprio.

Che si tratti di download legali – e quindi a pagamento (Itunes su tutti) – o di servizi streaming (Spotify, Deezer e chissàquantialtri), il piatto per i musicanti continua a pian­gere copiosamente. Da una ricerca della Federazione Italiana Industria Musicale (Fimi, per gli amici) risulta che nei primi sei mesi del 2013 il 38% della musica ven­duta sia di tipo digitale. Per capirci: download e strea­ming legale. Nel comunicato pubblicato sul sito il 29 lu­glio si legge: “Il digitale cresce del 7% (rispetto al 2012) ar­rivando a sfiorare i 20 milioni di euro. Album e singoli scaricati salgono del 4% a 11,8 milioni di euro mentre lo streaming tra video e audio, con 5,7 milioni di euro, cresce del 23% e rappresenta oggi il 30% del mondo digitale”. Il mercato fisico, cari miei appassionati, scende del 13% at­testandosi a 31,2 milioni di euro. In controtendenza solo il vinile. Sì, ok. Bello tutto? Non proprio.

Spotify e lo streaming online

È il servizio di ascolto più in voga del momento. Recentemente i suoi creatori hanno dato il nulla osta per la tipica operazione trasparenza: rendere pubblici i paga­menti delle royalties agli artisti. Decisione epocale, se vo­gliamo. Sicuramente (anche?) dettata dalla necessità di pa­rarsi il culo dalle critiche relative, appunto, alla mancanza di trasparenza. Tenetevi forte. Ogni ascolto su Spotify corri­sponde a circa 0,007 dollari di corresponsione per l’artista. “È già qualcosa”, direbbe la mentalità di chi non ha niente da perdere. Ma la verità è che uno come Fedez, che ha avuto per “Cigno nero” 1 milione e 33 mila play, recepisce poco più di 5300 euro. Avete idea di cosa significhi superare 1 milione di play? Pochi, nel mondo, possono raggiungere un tale ri­sultato. Figuriamoci in Italia. Tra gli indipendenti, o pre­sunti tali, i Baustelle con gli ascolti di “La guerra è finita” inta­scano 585 euro. Levante, con il successone “Alfonso”, inclusa in diverse classifiche di fine anno, 693. Ripeto: 693. Come dissi nell’articolo precedente: “Altro che Michael Jackson” (autocit.). Scendendo troviamo “Dispari” di Marta sui Tubi. L’avete ascoltata a Sanremo. Con Spotify porta a casa più o meno quanto i Baustelle. Ed ecco altri spettacolari risul­tati: i 63543 ascolti di “Come stai” fanno dire a Brunori Sas che, con i 327 euro che lo attendono, potrebbe anche an­dare meglio. La “Piccola sbronza” dei Selton (179 euro di “fat­turato”) probabilmente cambierà aggettivo con il passare del tempo. Perché, per dimenticare certe cifre, di alcool da ingurgitare ne serve parecchio. Il problema sarà però sem­pre lo stesso: racimolare soldi per acquistarlo e, possibil­mente, produrre altra musica. E quando anche “È finito il caffè” (della new sensation Gazebo Penguins) racimola 68 euro (con 13167 ascolti), smaltire la sbronza sarà più difficile. In tutto Spotify ha pagato 500 milioni di royalty, secondo quanto dichiarato. Ma quanti sono gli artisti su Spotify? Tanti. Sicuramente una percentuale altissima su tutti co­loro che fanno musica a livello professionale. Pochi (tra cui Thom Yorke e David Byrne) si sono ribellati alla pubblica­zione delle loro creazioni sulla piattaforma. Persino Ulrich e i Metallica, astiosi ai tempi di Napster, hanno reso dispo­nibile il proprio catalogo su Spotify.

La cruna dell’ego

Vivere di musica, download o non download, è durissima. Il Dipartimento del Lavoro degli USA ha reso pubblico che un cittadino ogni mille vive di musica. Beh, non è nem­meno male, a pensarci bene. E in Italia? Non è dato sapere ma, a parte i major artists, sono pochini. Tra le band indi­pendenti ci sono quelle che vivono (Afterhours ed un’al­tra ventina circa) e, molte di più, quelle che sopravvivono. Infinitamente di più quelle che ci provano e continuano a farlo fino ad età improbabili. Alcune invece l’ego del titolo lo mettono da parte e si danno all’ippica. Bruno Dorella dei sopravviventi (economicamente blaterando) Ovo dice: «Bisogna essere adattabili, e accettare il fatto di non avere la certezza della busta paga a fine mese. Suonare diventa l’ul­tima delle preoccupazioni. Tutto intorno c’è una vita che ci rende molto più vicini alla categoria degli autotrasporta­tori, dei facchini, degli impiegati, che all’immaginario asso­ciato agli artisti». Sad but true.

Francesco Bommartini

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