Come di consueto rieccoci alla rubrica di liuteria a cura di “VoodooGuitars”!

Chi ci ha seguito fin dal primo numero saprà bene di cosa si tratta, quindi mi rivolgo a coloro che sono nuovi di ExitWell. Intraprendendo un percorso al­la scoperta del suono del nostro strumento elettrico abbiamo analizzato ogni componente determinante della variazione tonale.

Siamo giunti alla fine, l’ultima sforzo, rimane solo da analizzare l’hardware, ovvero potenziometri, meccaniche e ponte. Legandoci al discorso del precedente numero, nel quale abbiamo studiato co­me funzionano i pickup, viene di conseguenza parlare dei potenziometri. Ci permettono di regolare il volume e il tono del nostro strumento, ma cosa si ce­la sotto un fantastico knob? Il potenziometro è un resistore variabile, al variare del valore della resistenza corrisponde una variazione di volume. Nel caso dei toni il pot, grazie al condensatore, funge da filtro.

In linea di massima la scelta è quasi obbligata, con i single coil vengono utiliz­zati pot da 250K mentre con gli humbucker la resistenza sarà da 500K, in al­cuni casi si utilizzano pot da 300K ma questi trovano utilizzo abbinati ai P90 o nella gestione dei toni. Le chitarre attive montano quasi sempre pot da 25K.

In tutta la mia carriera da liutaio mi sono sempre sentito chiedere ”perché il pot agisce a fine corsa?”.

C’è da sapere che la sensibilità dell’orecchio è logaritmica, ovvero a bassi vo­lumi percepiamo in maniera nitida la sua variazione, più andiamo in alto con i decibel minore è l’incremento di volume percepito. Per ovviare a questa nostra caratteristica fisica i costruttori hanno introdotto negli anni potenziometri lo­garitmici, i quali seguono una curva opposta a quella del nostro apparato udi­tivo e ci permettono di percepire in maniera lineare la variazione di volume.

Altro componente fondamentale del nostro strumento è il ponte. Fisso o mo­bile, in metallo o in legno, influenza di sicuro in maniera radicale la scelta del nostro strumento per le possibilità esecutive che ci offre ma in realtà contribu­isce anche in maniera radicale sul suono dello strumento.

Essendo a diretto contatto con le corde e avendo la funzione di ancoraggio al body delle stesse è ovvio che influisca sul tono, innumerevoli sono le leghe sperimentate e utilizzate negli anni dalle varie aziende. Analizziamone alcu­ne tra le più utilizzate :

Acciaio inox : utilizzato per realizzare ponti moderni e per alte performance.
Ottone : veniva usato spesso negli anni passati per ricreare un tono molto ton­do e profondo.

Alluminio leggero : presente quasi sempre per realizzare i ferma corde o i wra­paround, riesce a conferire un tono molto acustico, vintage, molto ben bilan­ciato e dinamico al tocco.

Zamak : lega di zinco, alluminio, ra­me, magnesio e antimonio. Quasi on­nipresente nei ponti di casa Gibson.
Le possibilità espressive che possia­mo ottenere sono differenti in vir­tù della natura stessa del ponte, ora analizziamo le varie tipologie di mo­delli esistenti e le loro caratteristiche:

Fisso (fig.1): tipo quelli che troviamo su molte Gibson e Telecaster. La lo­ro prerogativa è che conferiscono al­lo strumento un tono più grosso, il sustian ne trova giovamento grazie ad un punto di ancoraggio saldo e of­fre una maggiore superficie a contat­to col body.
Sugli strumenti semiacustici spesso possiamo trovare ponti fissi a cordie­ra, le corde ancorate a questo tipo di ponte si incastrano dentro ad appo­siti canali e si tendono su di un pon­te appoggiato al body. Il minore an­golo d’incisione che la corda effettua sul ponte fa si che lo strumento risul­ti più morbido da suonare e con un tono più acustico a discapito però di una più incisiva e compressa risposta nel tocco.

Mobile: ne esistono di due fami­glie differenti, i tremoli e i floyd ro­se. Entrambi funzionano basandosi sull’equilibrio di tiraggio tra corde e molle, al variare di questo stato si ottiene appunto una va­riazione dell’intonazione della nota che poi torna ad esse­re quella di partenza nel momento in cui smettiamo di agi­re sulla leva.

Il tremolo nasce insieme alla Strato-caster nel ‘54 (fig. 2), le corde sono ancorate ad un blocco inerziale del ponte, il quale bascula ancorato al legno tramite sei viti. La super­ficie di contatto tra metallo è legno è tale da non compro­mettere le qualità acustiche dello strumento. L’evoluzione tecnologica e del design ha portato a tremoli con soli due punti di ancoraggio, i quali garantiscono una maggiore sta­bilità dell’accordatura in quanto presentano meno proble­mi di attrito. Entrambi i modelli garantiscono un buon uti­lizzo del vibrato che può giocare su un’escursione massi­ma di un tono.

Nel 1977 nasce il floyd rose (fig. 3), come evoluzione del ponte strato e con l’obiettivo di correggere tutti i problemi tecnici del suo predecessore. Il sistema prevede un bloc­co delle corde al capotasto, garantendo un utilizzo più estremo della leva fino ad arrivare a superare i tre toni di escursione. Presenta una micro regolazione dell’accorda­tura sul ponte, in virtù del fatto che le corde sono blocca­te. L’inconveniente tecnico è che qualora si desideri uti­lizzare un’accordatura alternativa o cambiare scalatura di corde, è necessario effettuare una fine regolazione altri­menti risulta pressappoco inutilizzabile.

In realtà il concetto di tremolo ha anche altre radici. Fin dai primi anni dalla nascita della chitarra elettrica si svi­lupparono tecniche alternative che sfruttavano una tec­nologia ibrida, ovvero il ponte fisso e l’ancoraggio flut­tuante delle corde, stiamo parlando dei “bigsby” e delle “vibrole”, i quali danno la possibilità al musicista di cam­biare accordatura a piacimento a discapito di un limita­to utilizzo della leva la quale ci permette circa mezzo to­no di escursione.

Dall’altro capo del nostro strumento abbiamo capotasto e meccaniche. In osso, corian, plastica, chi più ne ha più ne metta… il capotasto ha il compito di alloggiare nei suoi sol­chi le corde, stabilisce la distanza che incorre tra di loro, re­gola l’altezza dell’action, fa si che all’interno dei solchi le corde scivolino senza trovare intoppi e ovviamente, come abbiamo ben capito, a seconda del materiale di cui è com­posto, contribuisce in maniera attiva sulla bontà del tono.

Ci rimane da analizzare solo l’ultimo elemento metallico presente sui nostri strumenti, le meccaniche, grazie a loro possiamo tendere le corde fino a raggiungere l’intonazio­ne desiderata. Il funzionamento è molto semplice, abbia­mo essenzialmente due perni che terminano con un in­granaggio, i quali fanno leva l’uno sull’altro, nel primo si ancora la corda facendola passare in una fessura, sull’al­tro è presente una palettina che ci permette, con un movi­mento rotatorio, di accordare.

Spesso si attribuisce alle meccaniche lo spiacevole inconve­niente della scarsa tenuta di accordatura dello strumento, in realtà è davvero difficile che questo dipenda da loro, tran­ne rari casi nei quali la lega di cui sono composte o una scar­sa qualità costruttiva creino giochi tra le parti o ovviamente un errato montaggio delle corde.

La qualità di queste va cercata nel rapporto di sensibilità tra perni (tipo 18:1, 16:1), in parole semplici, maggiore sa­rà il numero di giri completi che la palettina dovrà fare su se stessa per far fare un unico giro completo al perno con la corda, maggiore sarà la precisione che riscontreremo nell’accordatura.

Altro fattore importante, questa volta per quel che riguar­da il suono, è la leggerezza del materiale che compone la meccanica. Deve essere sicuramente resistente, ma con il suo peso non deve andare ad intaccare la naturale vi­brazione del legno, influendo negativamente sul sound finale.

Anche questa volta siamo giunti alla fine, speriamo di aver chiarito il più possibile le idee senza aver lasciato alcun dubbio o perplessità!

Al prossimo numero, un saluto dallo staff di Voodoo! 

Dario Ferrari & Matteo Gherardi Voodoo Guitars

Share on FacebookPin on PinterestTweet about this on TwitterShare on Google+Email this to someone