di Riccardo Magni.

Un disco da ascoltare e riascoltare, prendersi una pausa e poi ascoltare ancora. E probabilmente scoprire ogni volta qualcosa di nuovo, qualche sfumatura, qualche nuovo riferimento.
Nel suo “Coccodrilli” (Labellascheggia), primo album di tutti inediti firmato da Effe Punto (Filippo Cecconi, con i Ministri dal 2009 al 2013) il cantautore milanese si muove come un moderno De Gregori tra testi profondi e soluzioni musicali varie e ricercate.

Sono i testi appunto, che immediatamente attirano l’attenzione grazie ad un primo impatto complesso, che però induce all’ascolto ripetuto ed attento, all’approfondimento.
Ricchissimi di suggestioni e riferimenti, alcuni certamente più riconoscibili di altri ma che appunto, spingono ad indagare per scoprirne ogni volta di nuovi.
Non è affatto scontato e non è neanche scritto su nessuna pietra che un testo, per essere definito bello, debba fare questo. Ci sono testi che sono bellissimi semplicemente per la loro poesia, o per la loro delicatezza o anche per la loro durezza. E ce ne sono come questi di Effe Punto, che lo sono per una serie di motivi, tra cui questo spingere a scoprire, studiare, ricercare, come in pochi hanno saputo fare prima e mi riferisco, giusto per scomodare i grandi nomi del cantautorato italiano, da cui Effe Punto attinge a piene mani, a De André, al già citato De Gregori, o facendo un salto a tempi più recenti e meno avvolti di leggenda, a Bianconi o Dente (con cui ha anche collaborato).

A proposito di citazioni, salta all’orecchio quella di Brave persone, in cui compaiono versi di Quello che non c’è degli Afterhours: “Ho questa foto di pura gioia…” all’inizio, ed “è solo nostalgia di un bambino con la sua pistola, che spara dritto alla tua memoria”, strofa finale.
Intrigante anche la coincidenza tempistica con cui gli Afterhours, non più di un mese fa, pubblicavano la loro antologia dei 30 anni di carriera, intitolandola proprio “Foto di pura gioia”.

Concentrarsi esclusivamente sui testi però, rischia di distogliere attenzione da una musica ricca di sfumature, che denotano tanta attenzione ai particolari. Nel disco del resto, hanno suonato Gianluca Gambini (il batterista di Dente), Jacopo Tarantino, Federico Dragogna (Ministri) ed Andrea Sologni (Gazebo Penguins, che è anche produttore). Ed anche i suoni traggono la loro linfa dalla tradizione cantautorale di 30, 40 anni fa: synt analogici “d’epoca” e strumenti, niente di digitale.

Citazioni, riferimenti e suggestioni che diventano anche evidenti, nel video di “Gli Audaci”, diretto da Charlotte Trigari Dalschaert, con atmosfere a cavallo tra Twin Peaks e Stranger Things, in cui uno spaesato Effe Punto si muove in un sottosopra di teli in nylon (o qualcosa di simile).

Coccodrilli narra di vicende già avvenute e visioni già avute. E ci mette difronte ad una consapevolezza perentoria: stiamo tutti, giorno dopo giorno, scrivendo il nostro coccodrillo

Coccodrilli è presentato come un concept album che si sofferma sullo spazio che precede la morte, ma quando il coccodrillo (in gergo giornalistico, l’articolo biografico di un personaggio famoso scritto in previsione della sua morte) è stato già finito di scrivere.
I 16 brani-episodio del disco diventano così biografia intima di una vita ancora in divenire, ma che come tutte le vite biologiche è destinata alla fine. Narra di vicende già avvenute e visioni già avute, andando a riempire appunto quello spazio vuoto di attesa, che inizia subito dopo il punto finale messo al coccodrillo, quando però, si è ancora vivi. E senza mezzi termini, ci mette difronte ancora una volta, ma nel suo forte e bellissimo modo, ad una consapevolezza perentoria: stiamo tutti, giorno dopo giorno, scrivendo il nostro coccodrillo.

Share on FacebookPin on PinterestTweet about this on TwitterShare on Google+Email this to someone