-Di Anna Rescigno-
Report del concerto di Ele A al Largo Venue di Roma: dal live dell’11 marzo 2026 a “Pixel”, l’album d’esordio della rapper svizzera.
Un paio di anni fa, mi ricordo manifestassi fieramente la mia avversione per Ele A perché, al contrario di ANNA, che portava in Italia un modo tutto nuovo di approcciarsi al Rap, lei non apriva nessuna nuova porta. In parole più spicce, “rappava come i maschi”, e la cosa non mi gasava. È passato del tempo e, per fortuna, mi sono accorta che non per forza devo mettere in gara due artiste solo perché sono le uniche donne, nel genere, a stare scalando le classifiche.
Lo dice lei stessa nelle sue 64 barre di Red bull:
“Giornalista chiede come è essere donne
Non sa che la musica va oltre
Ti giuro che va oltre”
A Ele A non interessa molto il contorno; la sua intenzione è fare la musica Rap e farla bene, al di là che sia la migliore rapper d’Italia o della Svizzera. Ama il Rap, ama la storia del Rap, e ama rappare. In cuffia lo si sente e durante i live pure. Io l’ho vista calcare il palco del MI AMI Fest lo scorso maggio. A inizio giornata mi ero detta che me ne sarei andata prima dell’inizio della sua esibizione, così da non perdere l’ultima metro. Poi mi sono fatta prendere dalla situazione e sono rimasta fino alla fine. È stato il bus notturno più soddisfacente della mia vita. Ele A al MI AMI è stata indimenticabile. Ha dato tutto quello che aveva cantando sulla costa del lago dell’Idroscalo come se fosse il lago di Lugano.
Ele A, accanto ad altri players ‘26 (e non mi riferisco a Faneto e Melons, che mi dispiace anche solo dover menzionare) sta rendendo la musica Rap in Italia di nuovo interessante. Al suo concerto a Largo Venue a Roma non ci sono zarri. Io vengo da Milano e, di solito, quando vado ai concerti Rap, sono praticamente l’unica senza scarpe TN o Squalo. A Roma, invece, questo tipo di caratterizzazione si sente meno, e a volte mi manca, sia perché nelle canzoni si parla di una città (Milano) che con Roma non ha niente a che fare (e quindi mi viene da pensare “ma che ne sapete voi?”), sia perchè, in generale, mi sento meno a casa. Tuttavia, il fatto che il pubblico di Ele A si distanzi dai canoni tipici dell’ascoltatore medio di Rap, alla fine dei conti è un fatto positivo, perché purtroppo all’immaginario di strada si legano spesso anche idee sbagliate e violente sul femminile. Il fatto che del Rap valido e di qualità, come quello di Ele A, possa esistere e sopravvivere anche senza quell’immaginario alle spalle, è molto positivo e mi rende molto felice.
Ma questo non vuol dire che nel Rap di Ele A non ci sia cattiveria. I beat sono ostinatamente old school, e i testi hanno un chiaro bersaglio polemico: oltre a creare disagio nell’ascoltatore tramite il racconto di un lifestyle che ben si distanzia dallo stereotipo della cittadina svizzera calma, ordinata e diligente (stereotipo su cui Ele A scherza molto), la critica principale è sferzata verso il mondo di oggi, digitale, monetizzabile in tutti i suoi aspetti, e fucina di un’industria discografica completamente impossessata dalle leggi del mercato. La critica non è fine a se stessa: Ele A si appropria di questo mondo e ne diventa completamente parte. La sua musica, nel migliore dei modi in cui questo possa essere inteso, pone il digitale al centro, a livello di tematiche, di suoni, e di vibe generale. E il suo ultimo disco, “Pixel”, è l’apoteosi di questa appropriazione, un insieme di basi e riferimenti che fanno quasi entrare in un’altra dimensione, come se fossimo risucchiati dentro al meccanismo pulito e perfetto di un lettore di CD ROM. Se la musica di Ele A fosse uno stile di design, sarebbe sicuramente il frutiger aero.
A Largo Venue Ele A porta con sé questa estetica fluttuante e ci consegna un live ottimo, pieno, quasi senza interruzioni. La scaletta accoglie quasi la sua intera discografia, composta da 2 EP ed un album, e lei la rappa tutta da sola; l’unico ospite è uno sciallissimo Franco126 che sale sul palco con la solita Peroni da 66. Il pubblico impazzisce (siamo pur sempre a Roma). Tira fuori anche il piano per un paio di brani, tra cui Neve, un bellissimo pezzo sul tempo e sulle cose che cambiano e su quelle che rimangono uguali, e poi Atlantide, per cui io non mi riesco mai a trattenere dal commuovermi. A questo giro, pensavo di esserci riuscita, ma poi è arrivata la seconda strofa:
“La strada per casa è solo curve
Scusa se perdo la voce come un ultrà
Che va domenica allo stadio per piangere
La scusa dei fumogeni per le lacrime
Con il ghiaccio negli occhi
Più freddo della guerra, ma si scalderà per l’hockey
Da piccolina cercavo un’altra meta
Toccare il cielo, basta un’altalena
Andare altrove basta la mia testa
Uno scivolo per riportarmi a terra
Centomila immagini
Ma io ti cerco e non ci sei, chi sei?”
Se prima di questo concerto il mio apprezzamento di Ele A si limitava al riconoscimento di un Rap di qualità, fatto di rivisitazioni dell’old school e anche di forti pezzi da pogo, dopo l’uscita di “Pixel” lo scorso ottobre e questo Pixel Tour ho capito più nel profondo la poetica di questa artista, in particolare nella sua rievocazione di quelle cose non belle ma intime e nostalgiche: autostrade bagnate, benzina, impronte digitali. Tutti quegli elementi che ti fermi ad osservare solo quando nasci e cresci in una provincia in cui il rap non esiste e lo devi creare tu.







