di Rossella Vianello
«Non ho paura di niente»: equilibrio, ferite e una nuova rinascita che segna l’inizio di una nuova vita, tutto nel nuovo album di Fabrizio Moro.
Abbiamo intervistato Fabrizio Moro che torna dopo due anni e mezzo di silenzio discografico con nuovo album “Non ho paura di niente”, uno dei dischi più intimi e rivelatori del suo essere vero, nonostante tutto e tutti.
Nove brani prodotti da Katoo che parlano di dipendenze, periferie, amore, libertà, politica, generazioni smarrite e soprattutto, di un uomo che a 50 anni fa i conti con se stesso senza alcun filtro ma con la voglia di raccontarsi liberamente “ vada come vada”.
«In questo momento c’è un po’ di nebbia intorno alle mie canzoni» ammette. «Io riesco a metabolizzare davvero un album solo quando lo porto dal vivo. Adesso posso solo dire una cosa: credo di aver dato il massimo. Più di questo, dentro, non avevo».
L’ALBUM SOLO FISICO: UN ATTO DI RESISTENZA
La prima scelta controcorrente arriva dal formato: “Non ho paura di niente” esce solo su supporto fisico: cd, vinile, vinile deluxe green petrol edizione numerata e limitata disponibile dal 14 novembre.
«Un disco comporta un certo tipo di lavoro: fatica, nervosismi, gioie, complicazioni, sogni, speranze, anche frustrazioni» spiega Moro. «Questo album è stato scritto e registrato in due anni e mezzo. Oggi la mia generazione è quella che soffre di più la transizione al digitale: non siamo abbastanza “anziani” per staccarci, ma nemmeno così giovani da affidarci completamente alle nuove logiche di mercato. Io sono cresciuto in studio di registrazione, ho bisogno di fare le cose con calma e di dare un valore preciso alla musica. Tutto questo non si può regalare».
La scelta di pubblicare prima solo il fisico, rimandando lo sbarco completo in digitale, è un modo per ribadire che dietro un album non c’è un contenuto sacrificabile alla velocità delle piattaforme, ma una storia lunga anni.
“SUPERFICIALI”, L’EMPATIA CHE FA MALE
Tra i brani che colpiscono di più c’è “Superficiali”, uno dei pezzi emotivamente più scoperti del disco.
«È nata in uno dei momenti in cui volevo mollare» racconta. «Il disco è figlio del post-Covid, un periodo devastante per chi vive di musica e di concerti. Sentivo di provare troppa empatia per tutto ciò che mi circondava, soprattutto per le cose che non riuscivo a risolvere. A volte avrei voluto essere più leggero, più superficiale, e credo che se ci fossi riuscito la mia vita sarebbe stata un po’ più tranquilla di come l’ho vissuta».
Quella frase che torna nel brano – «non esiste vita senza amore» – non è uno slogan, ma una constatazione amara e lucidissima: senza legami reali, non c’è appiglio possibile.
“SIMONE SPACCIA”: LA PERIFERIA COME FERITA E SALVEZZA
In “Simone spaccia” riemerge il ragazzo di San Basilio, la periferia che Moro non ha mai abbandonato davvero.
«Alcuni scorci del mio quartiere ogni tanto tornano fuori, perché certe dinamiche non ti abbandonano, ci convivi tutta la vita» spiega. «Per fortuna, attraverso queste dinamiche non ho perso il contatto con la mia realtà. Il quartiere viene spesso dipinto come un luogo negativo, ma io lì ho trovato più bellezza che in tanti altri posti del mondo. Ho l’amico che spaccia e l’amico universitario che fa una vita “normale”: il quartiere è fatto di sfumature, non di stereotipi».
“IN UN MONDO DI STRONZI”: IMPARARE A STARE BENE DA SOLI
“In un mondo di stronzi” è uno dei brani più diretti e umani del disco. Qui Moro affronta il tema dell’equilibrio interiore e dei rapporti sentimentali.
«È fondamentale trovare un equilibrio con se stessi» sottolinea. «Quando non lo trovi, ti sembra che il mondo sia pieno di stronzi, ma spesso sei tu il primo stronzo. Capita di andare a convivere con qualcuno che ti piace “anche solo un po’”, senza aver risolto prima la tua interiorità. Quando invece stai bene con te stesso, hai risolto parte dell’umanità e della spiritualità che ti abita, il mondo ti appare diverso. Tante volte ho litigato con persone convinto che ce l’avessero con me… ma in realtà ero io ad avercela con loro».
GIOVANI, POLITICA E PUNTI DI RIFERIMENTO
Nel disco e nelle sue parole affiora spesso un disagio profondo verso il presente, specchio di un’intera generazione che “ha smesso di fingere di stare bene”. Moro però rifiuta l’etichetta di testimone generazionale.
«Scrivo per riconciliarmi con me stesso, non per fare il testimone» chiarisce. «La musica è la mia valvola di sfogo, serve a esorcizzare il bello e il brutto. Certo, viviamo in un tempo in cui i filtri tra noi e le nuove generazioni – politici, artisti, sportivi, chiunque venga preso come esempio – si sono indeboliti».
La critica più dura è proprio alla politica:
«La cosa peggiore che ha fatto la politica, di qualsiasi colore, è far disinnamorare i ragazzi della politica stessa. A 15-16 anni la politica era parte attiva della nostra vita, come la musica. Oggi un ragazzo spesso non sa neanche chi guida quel partito o chi ha scritto quella canzone. C’è un disinnamoramento totale. Noi – cantautori, giornalisti, artisti – dovremmo essere quelli che lasciano una traccia credibile della realtà che ci circonda».
L’AMORE COME FIL ROUGE
Se c’è un filo che unisce i nove brani di “Non ho paura di niente”, per Moro è semplice: l’amore.
«L’amore per me stesso che ho ritrovato, l’amore per le relazioni che racconto, l’amore per i miei figli e, in generale, per la vita» dice. «Credo che sia il filo conduttore di tutti i miei dischi, ma qui è ancora più evidente».
Questa volta, però, qualcosa è cambiato anche a livello musicale:
«Non la chiamerei evoluzione, anzi forse è un’involuzione. Ho ritrovato una certa spensieratezza nelle melodie che avevo nei primi album e che nel tempo avevo un po’ perso. È uno dei pochi dischi miei che ogni tanto mi rimetto in macchina e mi ricanto. Spero di non perdere questa cosa, nonostante il caos del mainstream».
TRA RABBIA E FRAGILITÀ: L’EQUILIBRIO POSSIBILE
Nel disco convivono la rabbia e la vulnerabilità, la voglia di urlare al mondo e il bisogno di proteggersi.
«Dentro di noi ci sono sempre due facce: il bene e il male, il vigliacco e quello che ha coraggio» spiega. «Non ho paura di niente è il Fabrizio coraggioso che urla al Fabrizio più fragile di farsi coraggio. Quella frase mi è tornata in testa tante volte, ma mi arrivava proprio nei momenti in cui avevo più paura del mondo».
A 50 anni, Moro parla spesso di equilibrio:
«In questo momento l’ho trovato, ma so che lo perderò di nuovo. Non esiste un equilibrio continuo, per fortuna, altrimenti la vita sarebbe noiosa. Magari a 60 anni avrò voglia di godermi solo la pace, ma ora mi piace così: mi sento sereno, e questa serenità si sente anche nelle melodie del disco».
LIVE, CINEMA E UN ROMANZO NEL CASSETTO
Per lui il live resta il centro di tutto:
«Il concerto allo Stadio Olimpico di Roma nel 2018 è uno di quei momenti in cui avrei voluto fermare il tempo. È uno dei pochi che ogni tanto mi riguardo, non amo rivedermi, ma quello sì».
Accanto alla musica, la scrittura non si è mai fermata:
«Nel periodo del Covid, per non cadere in un malessere estremo, ho scritto tantissimo: ho due sceneggiature e un romanzo abbastanza lungo nel cassetto. Non so se li pubblicherò mai, ma sono lì. Adesso però voglio dedicarmi soprattutto alla musica: è il mio progetto principale e l’ho messo tra parentesi per troppo tempo».
SANREMO, TRA DESIDERIO E DUBBI
Impossibile non parlare di Sanremo, dove Fabrizio ha tracciato tappe fondamentali della sua carriera.
«Ci penso ogni anno» ammette. «Sanremo fa parte della mia cultura musicale, ma il Festival è cambiato: è sempre più concentrato sull’aspetto estetico-televisivo e un po’ meno sulla canzone. Ho la sensazione che oggi non basti più avere una bella canzone. Se scrivessi un pezzo che reputo importante come Pensa o Non mi avete fatto niente, non sarei tranquillo come allora. Se riuscissi a trovare un compromesso tra quello che è diventato il Festival e quello che sono io oggi, ci penserei».
Fabrizio presenterà il nuovo album al pubblico dal 14 novembre con un instore tour nelle città d’Italia per poi tornare ad esibirsi finalmente dal vivo, partendo dalla sua Roma, il 02 maggio 2026 con un totale 10 tappe.
Con “Non ho paura di niente” Fabrizio Moro firma il ritratto sincero di un uomo che, arrivato al giro di boa dei 50 anni, non finge di avere tutte le risposte, ma ha smesso di raccontarsi bugie.
Un disco schietto che non cerca di piacere a tutti, ma che chiede di essere ascoltato con la stessa onestà con cui è stato scritto.
D’altronde Fabrizio Moro è così come la vita: a volte romantica a vote cruda ma sempre onesta.








