di Laura Berlinghieri

A sentirli suonare così, verrebbe in mente tutto tranne che si tratti di una band di quasi o neo 20enni. Per il modo di cantare, in primis: potente, deciso. E proprio il cui “graffio”, autentica cifra stilistica, ne tradisce la giovane età. È la rabbia tipica della post adolescenza. “Zona morta”. Desiderio di libertà inseguito per anni, che finalmente trova una corrispondenza nella realtà, che però non si ha i mezzi per affrontare, ancora inconsciamente legati a una mentalità infantile. Una continua tensione tra il desiderio di decollare nell’età adulta e la quasi immobilità adolescenziale: mix perfetto per l’inerzia come condizione esistenziale di un’intera generazione. Lo affrontano gli Ocropoiz, di Benevento, nel loro nuovo album Foto Post-mortem. Sonorità in bilico tra Fast Animal & Slow Kids, Zen Circus e Ministri, un tappeto sonoro da power trio (con voce, “power quartetto”): chitarre distorte, basso e batteria e una voce che è autentico strumento aggiunto: distorto, quasi con l’overdrive.

Ocropoiz (1)

I temi raccontano le vite di un qualsiasi ragazzo di 20 anni: i primi approcci intimiditi con l’amore vero, le difficoltà nel misurarsi con una realtà che il più delle volte non è in grado di rispettare le aspettative che ci si era creati, l’auto indagine alla ricerca della propria identità da adulti. Il tutto, affrontato con tanta rabbia: anche qui, la rabbia tipica dell’età raccontata.

Gli Ocropoiz fanno il loro ingresso nel mercato discografico con un disco intrinsecamente ossimorico: nel nome e nei significati. Da una parte, l’immobilità della morte. Dall’altro, il desiderio, urlato, di ribellione (e, quindi, movimento). Condividono la solennità. Solennità di un fenomeno irreversibile: la fine. Ma anche solennità di un atto di coraggio: il farsi portavoce di una generazione, con il proprio grido disperato.

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