—Di Chiara De Luca – foto Roberta De Tommasi—
Il live romano di Francamente trasforma Per favore vivi in una frase da abitare: elettronica, cantautorato e una presenza scenica capace di tenere insieme controllo e abbandono.
Ci sono concerti che hanno una struttura precisa anche senza che nessuno l’abbia dichiarata. Francamente ha aperto e chiuso il suo live il 20 maggio al Largo Venue di Roma con Per favore vivi – che non è solo il titolo del suo album d’esordio uscito il 17 aprile 2026 per Carosello Records, ma un’esortazione, un imperativo sussurrato a chiunque fosse in sala. Aprire e chiudere con la stessa frase trasforma una scaletta in un discorso, un viaggio collettivo da fare insieme. Francesca Siano – torinese, anni di Berlino alle spalle, una formazione in filosofia politica che si sente nel modo in cui costruisce i testi – ha portato sul palco romano tutto ciò che Bitte Leben promette sulla carta: un suono che parte dal cantautorato e lo spinge verso l’elettronica in modo non decorativo, dove le texture sintetiche non sono un abito ma una lingua. Se dovessi trovare un riferimento, penserei a un Battiato sull’elettronica – non per citazione diretta, ma per la stessa capacità di stare dentro la forma-canzone e allo stesso tempo torcerla dall’interno senza che si spezzi.
Giovanni Agosti alle tastiere, Sofia Oltolini alla chitarra, Manuela Bizzantino al basso e Graziano Pennetta alla batteria suonano come un organismo unico, compatto senza essere rigido, con la complicità di chi ha costruito quel suono insieme prova dopo prova. Vale la pena fermarsi sulla voce più del solito. La voce di Francamente ha una caratteristica non comune: non segnala le emozioni, le trasporta. Non c’è mai il momento in cui senti che sta salendo di intensità per avvertirti che stai per arrivare al punto importante del pezzo – il punto arriva e basta, e ci sei già dentro prima di aver deciso di entrarci.


Ha un controllo tecnico che non si esibisce, che rimane sullo sfondo come la struttura di un edificio: non la vedi, ma senza di lei tutto cadrebbe. E poi c’è la capacità di fare convivere leggerezza e peso nella stessa frase, cosa che pochissime voci riescono a fare senza che una delle due dimensioni prevalga sull’altra. C’è una differenza netta tra un artista che abita il palco e uno che lo occupa, e Francamente appartiene alla prima categoria. Introduceva ogni canzone con qualcosa da dire – su come erano nate, su cosa rappresentavano – non per riempire il silenzio ma perché le interessava davvero condividereva mentre cantava, non in modo coreografato ma perché la musica la muoveva, e quella differenza si vede.
A un certo punto si è girata verso la band con l’espressione di chi sa che la serata sta andando esattamente come deve andare – e quella soddisfazione, invece di restare sul palco, è scivolata in sala. Il pubblico cantava, ballava, si teneva per mano. C’era quel tipo di energia collettiva che non si costruisce a tavolino – si crea quando l’artista è genuinamente presente e il pubblico lo sente. Non c’era nulla che distraesse dalla musica: solo Francamente, la sua band e l’esortazione che apriva e chiudeva tutto. Per favore vivi. Alla fine della serata, guardando le facce di chi usciva, sembrava che in molti ci stessero provando.







