Niente di nuovo sotto al sole ma tutto di personale. Noto adagio che viene usato di rado e questa volta, tempo, sia davvero necessario. Tutti conosciamo l’alchimia che c’è dietro un brano come “Settembre” e devo dire che il nuovo disco di Freakybea non si smentisce: riesce a mescolare tanti ingredienti ormai abitudinari in un modo che al risultato finale non può trovarsi appiglio con altro. “Mondi” è un disco semplice… ma complesso… un disco personale, forse il suo momento più ispirato e direi quasi urgente. Elettronica che colora, suono caldo che alle basse frequenze sembra solido e puntuale… la melodia che cerca e trova quasi sempre soluzioni vincenti. Il bel pop d’autore italiano che se continua così avrà belle cose da siglare a fuoco molto presto…
Ti abbiamo conosciuto tanto in questi mesi. Ora il disco… che “mondo” è un disco? Che cerchio si chiude?
Non so se vale la stessa cosa per gli altri cantautori, per me un disco è un traguardo con sé stessi, afferrare quella luce in fondo al tunnel delle tue emozioni e dei tuoi tumulti e, finalmente, lasciarsi illuminare da lei. In questi ultimi anni [5 anni intensi ndr] mi sono impegnata al massimo per sviscerare, attraverso la scrittura, tutto lo strascico che mi portavo ancora dentro dopo l’esperienza di violenza domestica subita. Ogni qual volta pensavo di aver salito l’ultimo gradino, ecco che me ne trovavo un altro di fronte. Mi sono resa conto che questa esperienza mi ha profondamente segnata e cambiata sotto tanti aspetti, ha scombinato tutti i miei mondi interiori e ne ha generati altri. Il difficile è stato dover accettare quelli nuovi, o meglio le nuove versioni dei vecchi, e poi fare ordine tra essi. Comporre musica e scrivere testi mi ha aiutata, perché tutto quello che non “quadrava” lo estraevo da me mettendolo lì dentro. Alla fine posso affermare che questo disco è il contenitore dei miei bug emotivi e la scintilla della nuova luce che porto dentro.
Come dentro “Sono tornata”: sono trasversalità anche i rapporti, soprattutto i rapporti… anche i suoni di questo disco sono “mondi” diversi da brano a brano… che ne pensi?
Per me ogni brano “ti chiama”… è come se non fossi tu a decidere che suono avrà quel testo.
Solitamente, dopo aver composto il pezzo piano e voce, lo porto in studio e lì comincio, insieme al mio producer, a sperimentare lasciando che sia il bozzetto acustico a guidarmi. Spesso l’idea iniziale viene stravolta in corso d’opera ma succede anche che un brano nasca già “adulto” e cammini da solo per la sua strada senza permettere a nessuno di avere controllo su di lui. Non mi piacciono le etichette e probabilmente non piacciono neppure ai miei pezzi! Ecco quindi il manifestarsi del dono più prezioso che noi umani possediamo: la libertà… di scegliere se oggi il mood sarà reggae, funk, dance o pop oppure decidere che mescolarli tra loro sia una grande idea.
Però, sempre restando dentro questa canzone, alla fin fine si racconta sempre la violenza dell’uomo sulla donna. Certo, una piaga… una vergogna… ma in senso provocatorio ti chiedo: non è giusto raccontare anche il contrario? Anche quelle sono trasversalità… cosa ne pensi?
Così come la violenza non ha ragione di esistere, altrettanto risulta essere fin troppo presente nella nostra vita. Ella non ha sesso, né razza; è come un’entità polverosa che ti si posa addosso e quando te ne rendi conto, ormai, ne sei preda. Io sono una donna, e parlo come tale ma spesso purtroppo mi sono fatta portavoce di uomini, a me cari, sopraffatti dalla mente instabile di donne affette da quella piaga che ha un nome ben preciso e che noi non dobbiamo aver timore di pronunciare: NARCISISMO. Quindi si, la violenza è trasversale.
Parlando di cliché: ho questa impressione… che questo disco li altera prima di sposarli. Che mi dici?
Arrivati nel 2025 forse si potrebbe affermare che ormai tutto è cliché, una serie infinita di situazioni, musiche, parole, modi di dire e di fare, cibi, drinks, perversioni che la gente sposa per noia, pigrizia, ignoranza… moda. Per definizione: un cliché è qualcosa il cui uso eccessivo ne ha fatto perdere il significato originale; quindi l’unico modo per riappropriarsi di tale significato credo sia lo smembramento con conseguente ri-assemblamento secondo la loro essenza più profonda.
Chi è Freakybea oggi? Chi sta diventando? Si torna per poi ripartire o si resta sempre dentro un pellegrinaggio continuo?
Sono sempre la stessa bambina di 7 anni che sognava il palco di Sanremo, alla quale piaceva andare a cavallo nei boschi e volteggiare sui pattini a rotelle. La mia essenza non è cambiata, perché tra cambiamento e mutamento c’è una gran bella differenza. Penso che il mutamento sia alla base dell’evoluzione e che la stasi aiuti solo a soccombere ma allo stesso tempo credo anche che ci vogliano degli attimi di pausa interiore per poter metabolizzare quello che affrontiamo ogni giorno nel corso della vita. Le piante ci insegnano che il momento migliore per crescere è in presenza di nutrimento (per loro luce ed acqua per noi cultura ed amore) e che bisogna immagazzinarne il più possibile per i momenti nei quali non ne avremo. In base a questo credo sia normale che in noi si alternino periodi di maggior evoluzione interiore e periodi dove si “sopravvive” in attesa di nuova linfa. Penso anche che, se si rimane predisposti all’ascolto, non si finisca mai di apprendere e che l’età sia soltanto una data di scadenza fisica, completamente svincolata dalla volontà mentale di essere e diventare tutto quello che desideriamo.
“Sottovoce” che un poco l’inciso di “La musica che giro intorno” di Fossati… parli di toni confidenziali ma io ci trovo molti colori accesi e urgenza di libertà e fuga… a te la palla…
Innanzitutto grazie per il paragone con Fossati, anche se la cosa è puramente casuale mi riempie di orgoglio. In merito penso che quello che scriviamo oggi sia copiosamente influenzato da ciò che abbiamo ascoltato ieri quindi questo significa che ieri io ho ascoltato bene!
Detto questo posso affermare che spesso nella mia musica amo essere dicotomica! Mi piace il concetto di urlare ciò che andrebbe detto sottovoce, di prendermi la libertà di dire: – Ho scritto una canzone per te senza parole – e poi invece usarne tante, colorate, evocative. Anche per la scelta musicale stato così! Sottovoce nasce da una dolore profondo, il dolore causato dalla rottura di un rapporto di amicizia fraterno per mano di uno dei “fratelli” ma ho scelto un ritmo pop/funk per rappresentarla musicalmente. Volevo sottolineare l’intimità e la bellezza di questo rapporto quando si poteva definire tale, usando l’energia positiva che l’ha contraddistinto per vestire così il dolore con il ricordo positivo di ciò che è stato.







