Se volgiamo lo sguardo ai nomi più al­tisonanti del cantautorato italiano più recente, ad esempio le nuove uscite di Dente e Brunori, credo valga a mag­gior ragione la pena volgere il pro­prio sguardo altrove. Vorrei proporre alla vostra attenzione, a tal proposito, un autore romano, figlio della provin­cia laziale: quell’Emanuele Galoni che già col primo Greenwich (2011) mi tolse fiato e parole, diventando immediata­mente uno dei miei ascolti preferiti.

L’artista torna ora con il nuovo Troppo bassi per i podi, che ho avuto il privi­legio di ascoltare in anteprima pren­dendo spunto, ancora una volta, per ridefinire il concetto di “musica emer­gente”: termine mai troppo abusato e che, ascoltando cotanta bellezza, più che andar stretto quasi strozza.

Nel caso di Galoni la questione è an­cora più preminente, essendo la sua proposta a dir poco “ineluttabile”: un ascolto obbligato insomma, per un disco tutto sommato breve (45 minu­ti) che nella sua allucinante genuini­tà finisce per illuminare d’immenso tutto quello che circonda.

Da “Carta da parati”, che dell’album è il primo singolo estratto, passan­do ad altre perle come “Il migliore dei cecchini” e “Nobel” (tanto per non di­lungarmi singolarmente su ogni trac­cia) viene quasi voglia di prenderse­la (ancora di più) con un sistema cor­rotto, marcio, appannaggio dei soliti noti che ancor prima da chi li com­pra, forse sono anzitutto spinti dalla mancanza di sano altruismo artistico che tutti noi, di fronte a dischi del ge­nere, dovremmo mettere in atto una volta per tutte.

Se all’Italia manca una narrazione musicale all’altezza, è forse perché viene meno la volontà di un picco­lo sforzo, neanche troppo impegna­tivo: ruotare cioè il collo non più di 30 dannati gradi. E non tornare più in­dietro. Galoni è artista timido, che non chiede ma lascia che siano gli ascoltatori ad arrivare a lui: la sua proposta, che musicalmente parlan­do non va oltre gli stilemi del folk e della musica d’autore così come la conosciamo, è resa unica dall’uso che quest’ultimo fa delle metafore e dal modo, assolutamente originale, in cui tesse le trame di un’Italia vitti­ma del catenaccio grazie ad una co­struzione dei testi sublime.

Non ruba l’occhio ma entra nelle vene: come una ragazza potenzial­mente bellissima ma che intriga più per le sue imperfezioni che per l’ab­bondante scollatura, che pure è lì, neanche troppo nascosta, che aspet­ta solo di essere cercata e diventare un porto sicuro.

Valerio Cesari
(RadioRock/L’Urlo/Il Fatto Quotidiano)

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