Quando ascolto questo Carne la pri­ma cosa che mi viene in mente è una serie di disservizi – vissuti in prima persona – a bordo di un Cotral o di un vagone Trenitalia: questo perché Giancane ha il merito, tra altri pre­gi, di riuscire a mettere nero su bian­co quel sano cinismo quasi reaziona­rio che non può che renderti simpa­tica la sua musica. In un’epoca in cui, specie nel nostro settore, ci si inven­ta e ci si fregia di titoli e categorie per lo più fuori dalla grazia di Dio, tan­to vale definirsi “cantautori di merda”: l’espressione più bella e sincera che io abbia mai sentito da tanto tempo a questa parte. Carne, lo premetto, è un disco piacevole e senza troppe prete­se: che a dispetto di una veste sono­ra molto scarna (ma intelligentissi­ma), sovverte nei contenuti e nelle intenzioni la quasi totalità dei luoghi comuni che agitano il nostro quo­tidiano. Come uno stornello conti­nuo, una parodia omogenea che non fa vittime o prigionieri dei suoi ber­sagli, scelti con astuzia e sapienza: quando non Giancane stesso, che ha deciso forse di prendersela con mol­ti (tutti) nell’attesa di diventare anche lui un “vecchio di merda”.

Nove brani di pura pancia che scava­no nel presente e nel passato di un artista, che nella sua semplicità di­mostra comunque una certa urgenza narrativa: quella ovvero di mettersi a nudo di fronte al suo uditorio imma­ginario, tanto che i singoli brani sem­brano istantanee sì differenti ma del­lo stesso discorso. Ed il punto di for­za di questa proposta credo stia mo­destamente proprio nella sincerità e nell’irruenza di fondo che la carat­terizzano: aldilà delle esagerazioni, degli improperi e del rapporto, non proprio sanato, col creatore.

Ed è difficile, veramente difficile, ag­giungere altro: forse perché senza vo­lersi soffermare oltremodo su qual­che sfumatura, non c’è altro da dire se non che Carne è per lo meno un disco da ascoltare e del quale, per quanto magari non ci si innamorerà nel tem­po, rimarrà comunque un segno.

Un piccolo bignami sul come poter (e dover) far musica al giorno d’og­gi: senza la pretesa di essere neces­sariamente originali, divertendosi e facendolo arrivare agli altri e con la convinzione di non dovere per for­za di cose stupire il prossimo. A volte la linearità, anche lampante, è la più grande arma di sovversione.

Parola di Giancane.

Valerio Cesari

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