-Di Silvia Ravenda-
“Percuotendo. In cadenza” il 29 marzo al Teatro Nuovo Giovanni da Udine
C’è un uomo nato a Cerreto Alpi nel 1953 che da oltre quarant’anni intaglia la lingua italiana con la stessa ferocia con cui si intarsia un tronco secolare. Giovanni Lindo Ferretti, già operatore psichiatrico, viandante d’Europa, fondatore dei CCCP Fedeli alla linea a Berlino nel 1982 con Massimo Zamboni, poi dei CSI e dei PGR, oggi libero cantore ritirato sull’Appennino tosco-emiliano. Uno che ha attraversato il Punk, l’underground, le moltitudini dei palazzetti e il silenzio dei pascoli con la stessa inamovibile coerenza. Uno che, dopo aver creduto la propria vita pubblica conclusa tra il Covid, la vecchiaia e l’accudimento della madre e della zia, si è ritrovato di nuovo sotto i riflettori quasi per forza maggiore. Perché ciò che deve accadere accade, ripete. E accade con una precisione che ha qualcosa di liturgico.
Domenica 29 marzo 2026, il Teatro Nuovo Giovanni da Udine ha ospitato l’unica tappa friulana di “Percuotendo. In cadenza”, il concerto spettacolo che segna il ritorno di Ferretti in regione a più di dieci anni dalla sua ultima apparizione. La sala è piena. L’aria ha qualcosa di solenne, una densità che precede le cose importanti. Ferretti entra e il silenzio si fa assoluto.
Quello che si apre davanti al pubblico udinese non è un concerto. Chi si aspetta una scaletta con un palco illuminato a festa e una sequenza prevedibile di brani, sbaglia indirizzo. “Percuotendo. In cadenza” è un’altra cosa: un atto di psicoanalisi pubblica, un testamento artistico pronunciato a voce alta, un cerchio che si chiude e si riapre sulla scena. Lo spettacolo nasce come evoluzione di “Moltitudine in cadenza, percuotendo”, andato in scena una sola volta al Teatro Olimpico di Vicenza nel 2024, in un tempo preciso tra le due tournée dei CCCP. Da quel nucleo originario, riamalgamato e arricchito, è germogliata questa forma itinerante che dal 14 febbraio 2026 attraversa i teatri italiani.
Sul palco, accanto a Ferretti, due musicisti che meritano una menzione propria: Simone Beneventi alle percussioni e Luca Alfonso Rossi alle corde. La loro presenza non è di contorno. Beneventi costruisce una struttura ritmica primitiva e cerimoniale. Rossi intesse una trama di corde che ora accarezza e ora sovrasta. Quando la musica prende il sopravvento sulla voce, lo fa con sintesi e misura.
Ferretti parla, legge e canta. Le tre azioni si alternano senza soluzione di continuità, in una cadenza ipnotica che dissolve ogni confine tra generi. Frammenti della sua autobiografia si intrecciano a brani riarrangiati che attraversano l’intera parabola artistica: dai CCCP ai PGR, passando per i CSI, ogni canzone viene spogliata del suo arrangiamento originale e restituita per percussioni e corde. Il risultato è uno strappo continuo tra il familiare e l’inedito. Riconosci una melodia, ma ti arriva addosso da un’angolazione che non avevi previsto.
Il filo conduttore è la memoria, dichiarata come tale e praticata senza pudore. La memoria dell’artista si intreccia con quella dell’uomo: l’infanzia a Cerreto Alpi, la scoperta dei cavalli, il fratello, l’economia domestica della famiglia, le elementari, i jukebox, Berlino, la Mongolia, la fede ritrovata, la malattia. I ricordi non seguono un ordine cronologico. Si presentano sconnessi a livello temporale, come accade nella mente di chi ricorda davvero: pennellate staccate, frammenti che si ricompongono per accumulo e non per logica. Ferretti lo sa e non cerca di mettere ordine. L’ordine è la cadenza, il ritmo del racconto, il battere e levare delle percussioni di Beneventi.
Più volte nel corso della serata Ferretti torna su un’espressione che ha qualcosa di lapidario: dalla fonte battesimale alla pietra tombale. È una formula che ha fatto propria dalla triade dell’ultimo Pasolini – difendi, conserva, prega – e che ricorre anche nel suo recente “Òra et labora. Difendi conserva prega“, la nuova edizione aggiornata pubblicata il 18 febbraio 2026 da Aliberti, da cui lo spettacolo attinge ampiamente. In quelle sei parole sta il perimetro dell’intera serata: tutto ciò che accade tra il principio e la fine, tra l’acqua e la pietra. Un rendiconto. Ferretti non usa giri di parole: questo è il bilancio, prendere o lasciare.
Al centro del palco, in primo piano, il teschio di Tancredi, il cavallo amato che Ferretti espone con liturgico rispetto quasi fosse un’ancora concettuale. Tancredi è stato il tramite tra la Mongolia e il ritorno a Cerreto Alpi, tra la vita nomade e il radicamento, tra la seconda metà della vita e la scoperta che i cavalli erano tornati a essere un’esigenza vitale. Il teschio sta lì come un memento, un Amleto capovolto: essere, comparire e, infine, scomparire. Ferretti ci costruisce attorno una riflessione sulla vita e sulla morte che non ha nulla di retorico e tutto di fisico. Il teschio è osso, è il residuo tangibile di un legame spezzato che continua a produrre senso.
Nell’aria del teatro, a un certo punto, si avverte qualcosa. Forse profumo d’incenso, forse suggestione. Con Ferretti il confine tra il percepito e il suggerito è sempre sottile. Lo spettacolo ha una componente rituale che si respira attraverso la voce che si fa salmodia, il ritmo percussivo che scandisce come una preghiera laica e le letture che assumono il tono di un’invocazione. C’è una lucidità intellettuale che quasi mi destabilizza, perché Ferretti che si mette a nudo è a tratti insostenibile. Tocca frequenze che la maggior parte delle persone non sa nemmeno che esistano.
Ferretti non voleva fare il cantante. Lo ha detto più volte, lo ribadisce anche la sera del 29 marzo a Udine. Preferisce il termine cantore, con tutto il peso che la parola porta con sé dal Medioevo a oggi. Eppure è successo, perché doveva succedere. Lo dice con la calma di chi ha smesso di opporsi all’evidenza e ha accettato il proprio destino con la stessa naturalezza con cui si accetta il clima della propria terra. La vita adulta è cominciata con l’incontro con Zamboni, i CCCP hanno seminato i CSI, la Mongolia ha segnato la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. Ogni passaggio è raccontato senza nostalgia, senza rimpianto, con la secchezza di chi ha chiuso i bauli e poi li ha riaperti tutti perché l’inquietudine non glielo permetteva.
Centocinque minuti passano con una velocità che contraddice la loro densità. Il pubblico udinese resta fermo, inchiodato, in un ascolto che somiglia più alla veglia che allo spettacolo. Quando Ferretti chiude non c’è un finale ad effetto, lo fa con “Annarella” che dopo il “Te Deum” mi riporta ad una dimensione più materiale. Il cerchio si compie così come si era aperto: dalla fonte battesimale alla pietra tombale, senza enfasi e soprattutto senza nessuna consolazione. L’applauso che segue ha la qualità del silenzio che lo ha preceduto. Il giusto riconoscimento che si tributa a chi ha avuto il coraggio di aprire ogni cassetto della propria esistenza davanti a una platea di sconosciuti.
Giovanni Lindo Ferretti ha settantadue anni e un corpo segnato da malattie lontane e recenti. Sul palco del Teatro Nuovo Giovanni da Udine, quella sera di fine marzo, è una torcia accesa che brucia consumandosi. Ogni parola pesa, ogni pausa ha un senso, ogni nota di Beneventi e Rossi arriva dove deve arrivare. “Percuotendo. In cadenza” è un atto di fede laica nella parola e nella musica, un testamento che l’autore pronuncia sapendo che la differenza tra il pronunciarlo e il viverlo, per lui, non esiste più.
Scaletta Percuotendo. In cadenza
Finistère
A Tratti
Brace
Trabocca
Depressione Caspica
S’ostina
Inquieto
Cadevo
Cronaca Montana
Intimista
Cavalli E Cavalle
Pons Tremolans
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