di Riccardo De Stefano

foto di Laura Sbarbori

Ora, anche i luoghi sono importanti. C’è differenza a suonare sotto la tangenziale o a suonare nel cuore storico e pulsante di una città. Per arrivare al Mons devi attraversare Piazza Navona e il giovedì notte hai tutto il tempo per muoverti tra i gabbiani, i turisti e la statuaria bellezza della Storia del’Arte. Quando arrivi al locale e ti trovi davanti Giulia Anania quel pezzo di storia sembra che te lo sei portato fin dentro il cuore.

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Ha un cuore grande e la battuta pronta e riesce a muoversi con agilità nella tradizione d’autore capitolina e a riproporla nei suoi brani, vecchi e nuovi. Oltre che raffinata autrice – il suo ultimo disco “Come l’oro” è di aprile, lunghissima la lista di brani scritti per altri invece – è performer carismatica, chitarra e voce, supportata brillantemente da Felice Zaccheo, elegante dietro una chitarra elettrica mai invasiva o tra le corde di un mandolino.

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Non solo regala emozioni intense nei suoi brani, “Come l’oro” e “RomaBombay” spiccano sicuramente, ma si fa carico di una tradizione importante nella grande resa di classici del Maestro Califano – splendida la sua “Un tempo piccolo” – e ovviamente Gabriella Ferri, già a lungo celebrata e tributata nello spettacolo “Bella Gabriella”.

La forza di Giulia sta nella sua semplice e schietta trasparenza, nel suo distaccato e agrodolce rapportarsi con le canzoni e nello scambio diretto, occhi negli occhi, che ha col pubblico, per raccontare storie urbane di disincanto e ostinazione. Giulia Anania è un’artista purtroppo in via di estinzione: quelli che sanno tenerti inchiodati a una sedia, e che a fine spettacolo senti quasi di conoscere.

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