Contest, festival, concorsi, sagre e giochi a premi.

Avete mai provato a ripetere una parola all’infinito?

Provate a fare un tentativo, e vi accorgerete dopo un po’ che quella perderà al vo­stro orecchio ogni significato, ed è un po’ quello che fanno i politici quando vo­gliono venderci qualcosa senza che questa ci offenda.

Si tratta di tecniche di comunicazione molto sottili, ne esistono molte.

È successa una cosa simile con la parola Emergente: ce la siamo ritrovata ovun­que nei locali di musica dal vivo innanzi tutto, poi nelle mostre di fotografia, fi­no agli scrittori, e in tutti i campi di applicazione dove è possibile creare compe­tizione (come se poi l’arte fosse uno sport).

In questi anni Duemila abbiamo già visto numerosi contest (un contest è spesso una sfida tra emergenti) di ogni tipo e questo forse è segno dei tempi; d’altron­de in televisione o addirittura in radio e nelle web-radio non facciamo che tro­vare trasmissioni dove questo o quell’esperto ci insegnano ad “allacciarsi le scar­pe” come dovrebbe fare un vero professionista, e altre dove gli stessi inarrivabi­li professionisti sono parte di una giuria che valuterà poveri malcapitati alle pre­se con svariate mansioni.

Questo è capitato recentemente anche con il bricolage, la cucina, i preparatori di auto sportive e via dicendo. Quello che vedo è che c’è una carenza di certez­za nel reale, e allora i media tentano di colmare i vuoti; ma lasciamo stare le mie analisi sociologiche e andiamo nel vivo della questione. Quando que­sto modus operandi, direi aberrante, ar­riva all’arte vuole dire proprio che sia­mo messi male.

Oggi a salire su un palco per un’esi­bizione con l’etichetta di “emergen­te” troviamo giustamente band di se­dicenni, ma anche purtroppo “musi­cisti” di trent’anni, anche di quaranta.

Ho visto personalmente “professio­nisti” prestarsi mesti e sconsolati a si­tuazioni squallide dove per “farsi co­noscere” addirittura si arriva a pagare per suonare avanti ad addetti ai lavori spesso coetanei.

Emergente a questo punto non è più un ragazzino che propone cose nuo­ve, fresche e magari acerbe, ma è a volte anche un musicista esperto e tecnicamente formato che propone lavori usciti da studi di registrazione più che seri.

Per farvi capire il paradosso proviamo a creare un parallelo: quanti di voi co­noscono un fotografo professionista, un cameraman, un ballerino, un pit­tore… Ecco mettiamo che uno di que­sti abbia alle spalle una quindicina di anni di lavori, e che abituato a fa­re mostre o a vendere il proprio lavo­ro un giorno si veda di fronte la possi­bilità di partecipare “da emergente” a un Festival.

“Sarà avvantaggiato – direte voi, – è esperto, la media dei concorrenti è giova­ne e sta forse facendo le prime esperienze, non c’è partita”.

E come farà la giuria (quando questa non è il pubblico, altro metodo poco sensato) ad essere imparziale, come farà a valutare le differenze sostanzia­li fra un emergente di sedici anni o di­ciotto e uno di quaranta, forse facen­do delle categorie, potreste pensare.

Sì ok, possiamo dividere Giovani da Big come fanno a Sanremo (pure lì non si sa quale sia il criterio secon­do il quale uno sia Giovane a ventino­ve anni e l’anno dopo diventi un Big). Ma quante categorie bisognerebbe fa­re allora in un contest per essere giu­sti e imparziali?

Ve lo dico io, il più delle volte aggira­no il problema e non le fanno proprio, perché giustamente il problema non è suddividere i partecipanti ma fare sol­di, e non è creando difficoltà ai parte­cipanti che creo una buona comuni­cazione, ma semplificando. E quindi nella maggioranza dei casi in un fe­stival di “emergenti” troviamo di tut­to un po’. L’enorme confusione cre­ata si è sparsa per tutto il mondo ar­tistico e non, e fa credere a chiunque di potercela fare, creando false aspet­tative o speranze che il più delle volte finiscono per essere idealizzate e per questo molto sofferte.

Complimenti a tutti quelli che pen­sano che così si possa fare cultura nel nostro paese. Bravi.

Un’altra parola spesso confusa con emergente ma di tutt’altro significato è invece “esordiente”, a mio avviso me­no sfruttata, ma molto più adatta alla tematica dei festival e non solo.

L’esordiente è di fatto un debuttan­te, e significa che si propone per la prima volta al giudizio del pubbli­co in un’attività, in una professione, in uno sport. Saranno quindi degli esordienti tutti coloro i quali si pre­senteranno al giudizio del pubblico per la prima volta, altresì emergenti coloro che invece attraverso la gavet­ta nei club ad esempio, suoneranno grazie all’autoproduzione e alla ca­pacità di farsi conoscere da direttori artistici (spesso anch’essi musicisti) o ancora meglio da produttori (que­sti sconosciuti) ma molto raramente partecipando a contest.

In conclusione qualcuno potrebbe dire che si può essere emergenti ed esordienti nello stesso tempo, sì certo, ma una volta sola!

Non dico che mai nella vita si deb­ba partecipare ad una competizione musicale, tentar non nuoce ma, so­prattutto se a pagamento, non è con­sigliabile che pur di suonare siate “sempre” disposti a tutto.

Sergio Di Giangregorio (BoilerStudio)

Inviatemi pure le vostre domande riguardo gli argomenti trattati nella rubrica, all’e-mail:
sergio.digiangregorio@gmail.com

Share on FacebookPin on PinterestTweet about this on TwitterShare on Google+Email this to someone