I Brucherò nei Pascoli nascono dall’unione creativa di Davide, Ste e Nic, tre amici che si sono messi in gioco nella musica per esprimere visioni sonore personali, ma ampie.
Il loro universo musicale fonde cantautorato, rock e sperimentazione, prendendo vita attraverso un processo creativo che parte da ispirazioni individuali, si plasma in studio in assemblea con il resto della band, e si rifinisce con l’aiuto del producer Fabio Senna.
Curiosi, intensi e senza paura del confronto, affrontano temi personali intrecciati a pulsioni sociali e politiche, in testi che scelgono sempre un’alterità – storie altrui raccontate attraverso loro. Il loro approccio estetico e sonoro possiede un respiro internazionale che, pur radicato nel territorio, mira a superare generi e confini, puntando a una fruizione più sensibile del pubblico italiano.
Il trio sarà presente all’Indieponente Festival, la scommessa musicale indipendente del Ponente Ligure, che si svolgerà il 6 settembre 2025 presso l’Arena Bigauda a Camporosso.
L’evento è curato da un collettivo di artisti e operatori culturali locali, tra cui il cantautore Amado, figura chiave nell’organizzazione.
In vista di questo atteso concerto, ecco l’intervista completa:
Il vostro nome evoca immagini potenti e quasi letterarie. Da dove nasce “Brucherò nei pascoli” e cosa rappresenta per voi a livello simbolico?
“Brucherò nei pascoli” è il nome di una marca di concimi che una volta si è fumato Ste per sbaglio. Dalle visioni lisergiche che ha maturato questo trip è nata la volontà di fare musica insieme. Questo giusto per ribadire che non facciamo parte di quella setta di perbenisti che condanna la droga per l’uso creativo.
Nel vostro sound convivono influenze diverse, tra cantautorato, rock e sperimentazione. Come nasce un vostro brano? C’è una figura guida nel processo creativo o tutto passa da un lavoro collettivo?
Di solito l’idea di una canzone parte sempre da uno di noi, cerchiamo di tutelare l’ispirazione personale perché contiene tutta la magia creativa della musica. A questo punto la si porta in studio e la si lavora insieme: di solito sono Davide e Ste che hanno le idee dei brani e Nic si occupa della parte melodica e degli arrangiamenti strumentali. Poi si consegnano le demo al resto dei musicisti e le si risuona insieme, infine si gira tutto al nostro producer (Fabio Senna) e i pezzi sono pronti. È un lavoro lungo ma naturalmente collettivo, in cui le idee di tutti diventano parte del processo creativo.
I testi sembrano spesso percorsi interiori, ma con una forte tensione verso l’esterno, il sociale, il politico. Quanto è importante per voi prendere posizione o raccontare un disagio condiviso?
Nelle nostre canzoni cerchiamo sempre di raccontare le storie degli altri, magari partendo da esperienze personali ma scegliendo sempre comunque di identificarci in un personaggio diverso da noi. Oltre al puro gusto dello scrivere, si tratta di un bell’esercizio di immedesimazione, che quindi porta con sé un inevitabile percorso di empatia verso l’altro, con tutte le implicazioni politiche che comporta questa scelta.
Il vostro percorso si sta facendo notare anche nei circuiti indipendenti più attenti alla scrittura. Sentite di appartenere a una scena o pensate che oggi i confini siano meno rilevanti?
Ci troviamo spesso a discutere coi nostri colleghi della ragione per cui manca una vera e propria scena musicale, a parte quella che proviene dal mondo della trap dove però il concetto di “scena” è connaturato nel genere stesso. Le ragioni sono molteplici e mai abbastanza chiare: l’incremento della musica indie degli ultimi anni e la sua retorica ombelicale può rappresentare il sintomo di una condizione generale che rispecchia il forte individualismo dei nostri tempi, e che quindi non facilita la cooperazione fra artisti. Ad ogni modo, per quanto riguarda le nostre canzoni, ci piacerebbe porre l’attenzione non tanto sulla scrittura delle lyrics quanto su quella strumentale: crediamo che le canzoni dei Brucherò abbiano un forte respiro internazionale, fatto di sperimentazione e che ci porta, per esempio, a travalicare i confini dei generi. Se proprio volessimo assimilarci a una futura “scena”, ci piacerebbe essere promotori di un’onda che si rivolga al pubblico italiano verso una fruizione più sensibile e aperta.
C’è un luogo, un concerto o un incontro che considerate fondamentale per la vostra crescita come band? Un momento in cui avete sentito che il progetto stava davvero prendendo forma?
Non abbiamo ancora capito se siamo davvero una band, ci riteniamo più un trio di amici che hanno scelto di intraprendere questo viaggio insieme. È vero, ci sono altri membri che si uniscono alla registrazione dei nostri album e spesso sul palco, ma diciamo che i Brucherò veri e propri siamo Davide, Ste e Nic. Da questo punto di vista, un periodo che ci ha molto legato è stato a cavallo fra il 2016-2017, l’anno in cui è nata l’idea di creare i Brucherò e quella in cui abbiamo scoperto Edda e Riccardo Sinigallia, due artisti che abbiamo visto live e ci hanno influenzato tantissimo. È lo stesso anno in cui Bobo Rondelli portava in tour il suo omaggio a Piero Ciampi, ed è grazie al suo live che abbiamo scoperto la poetica di uno dei nostri artisti preferiti.







