Non credo che a I Demoni importi di molto. Ed è anche un piacere averli come contatti sui social: non spamma­no, non intasano, non appesantiscono con link reitera­ti o richieste di partecipazioni a eventi più insistenti di un venditore della Bofrost. L’invito è solo quello di chie­dere loro dei consigli, di votare “da qualche parte” il lo­ro primo lavoro (Vari modi di essere, uscito l’estate scor­sa) come miglior album, di unirvi ai ventitré spettatori che hanno assistito a un live. Trovo questo molto punk. Ma un punk maturo di chi, invece di distruggere tutto in un impeto nichilista-adolescenziale, destruttura cinica­mente fino ad arrivare a melodie e parole semplicissime, naïf, che prendono in giro gli altri con la banale verità.

Anche l’amore è una banale verità, “una verità che va det­ta”: un’espressione del sarcasmo de I Demoni, dove “se non c’è la chimica, sarà la geografia” (scusate, a me fa ridere) e l’essere ricambiati è semplicemente un dovere. Perché fa­re elucubrazioni sulle soffici supposizioni amorose quan­do un amante vuole solo essere amato? Insomma, perché continuare ad ascoltare la Vanoni? Certo, secondo quest’i­dea l’80% della musica leggera italiana non avrebbe ra­gion d’essere ma, seguendo I Demoni nel dostoevskijano sottosuolo (che per loro diventa un “sottoscala”) scopria­mo che, invece, un altro pop è possibile.

I Demoni hanno la capacità di far avvicinare due rette pa­rallele che, secondo il comune senso, dovrebbero tende­re all’infinito senza incontrarsi mai: Pasolini (è proprio lo stralcio di una sua intervista ad aprire l’album) e Alberto Fortis, “i Pulp e Umberto Tozzi”, la critica all’omologazio­ne dei costumi e l’iconografia nazional-popolare. In po­che parole, le avanguardie e il Festival di Sanremo.

Valentina Mariani

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