Ho una specie di blocco mentale nei confronti di Chiara Dello Iacovo: ha circa 8 anni meno di me e di strada – e di esperienza – ne ha fatta talmente tanta da sembrare, appena a 22 anni, capace di raccontarti interi mondi che pensavi di non conoscere. Quando la incontro, sulle spiagge di Patti Marina (ME) per l’Indiegeno Fest 2017 (che l’ha vista in cartellone insieme a Renzo Rubino, So Does Your Mother, Julico e Ex-Otago), fa molto caldo, eppure lei sembra essere a suo agio in ogni contesto. Parliamo da subito come se ci conoscessimo da sempre:

Nonostante tu abbia appena 22 anni, hai già una grande esperienza alle spalle, fin’ora immortalata nel tuo disco “Appena sveglia”. La televisione, Sanremo, il disco e molte date. Quanto ha influenzato questo nel tuo modo di concepire la Musica, il lavoro dietro, e quindi la tua scrittura?

Il momento più intenso di scrittura l’ho avuto mentre stavamo producendo il vecchio disco, dopodiché è stato molto più diradato perché dovevo occuparmi di altre cose, personali. La caratteristica del nuovo disco è che i brani sono molto più viscerali, quando prima avevo più un ruolo di narratore. È cambiato il modo con cui vivo un brano: alcuni personaggi sono parte di me venute fuori, e io ho voluto immergermi nel loro sentire un’emozione. Il primo disco era molto più candido.

Matteo Casilli (c) per Indiegeno Fest

Matteo Casilli (c) per Indiegeno Fest

Tratti anche tematiche “di genere”. In “Donna” ribalti il cliché della donna in funzione di qualcun altro dicendo “perché non ti innamori di te?”. Hai mai subito l’idea o il cliché che una donna cantautrice debba per forza essere “innocua”, più bella che brava?

Ho sempre cercato molto di combatterlo, non solo nella musica ma in tutto. I miei idoli erano Anastacia, Mulan e Pippi Calzelunghe! Ecco anche perché nel vecchio disco avevo un taglio di capelli mascolino e mi truccavo poco. Volevo che emergesse quello che avevo da dire o cosa stessi facendo, più che fossi una bella ragazza. Volevo che prima arrivasse il mio essere musicista, vedere se funzionava quello che avevo da dire e poi casomai, solo dopo, tutto il resto.

Siamo nell’epoca dove la trap ci sta dicendo che “penso solo agli euro”. Invece la tua scrittura sembra più attenta alle dinamiche interne, personali, a volte anche sottaciute della musica, però senza perdere quella leggerezza pop. Dove si trova il confine tra i contenuti e la forma?

Questo è il motivo per cui si sta mischiando l’indie con il pop, perché il primo era quello che diceva le cose e il secondo quello con le melodie più facili. Negli ultimi anni il confine è labile perché è assurdo che si debba rinunciare alla melodia e alla rotondità di una canzone se si vuole far arrivare il testo. La musica deve essere in funzione del testo e viceversa. Per questo “una canzone arriva più di una poesia”. Io non lo capisco quando arriva questo punto: le canzoni che più funzionano sono quelle che mi piacciono di meno, quelle che mi piacciono di più son le più scarse!

Facciamo parte di una generazione che non si riconosce quasi più in nulla. Ad oggi, che basta avere Spotify per conoscere tutta la musica del mondo senza problemi, come vivi la “musica liquida”?

Io lo odio Spotify, mi crea questa idiosincrasia della troppa scelta, il scegliere tutto mi crea un blocco, non riesco a gestirlo, vorrei i cd in camera! Si perde il lavoro dietro un disco, le motivazioni e le urgenze che un artista aveva. È tutto troppo liquido: siamo tutti liquidi, ma ognuno ha i propri checkpoint. Questa tendenza “americana” di far uscire solo singoli mi spaventa. Io voglio entrare in un mondo, non sono interessata solo al brano. Voglio esplorare il punto di vista dell’artista, avere la possibilità di entrare nel suo mondo

In che modo l’ascoltatore entra in “Appena sveglia” e come ne esce?

Io l’avrò ascoltato forse una sola volta! Credo che se ne esce con una sensazione di stupore, son tutte canzoni scritte quando ero una teenager e non ti aspetti che una ragazzina possa vedere le cose in questo modo.

DSC_8260La caratteristica principe della tua musica sembra essere la “leggerezza”, nella funzione positiva calviniana. Sopratutto nella descrizione delle piccole cose “domestiche”, quasi intime, velate di una malinconia che mai però atterra. Ti ci ritrovi? Che valore ha la leggerezza per te?

Sì, due anni fa ero molto più pesante, questo mestiere mi sta insegnando anche come vorrei vivere. Quando sto sul palco ho visto che sono leggera, anche se non voglio farlo. Quando le persone mi dicevano che “la mia musica mi solleva” io mi sentivo un macigno e non capivo come potesse succedere. Poi sono nata in Piemonte e ho le ossa e le fibre permeate di nebbia, e questa cosa la porterò con me per sempre.

David Byrne in “Come funziona la musica” dice che cantare canzoni tristi è bello e si possa fare anche da allegri.

Dopo anni che canti gli stessi brani, e vedendo come li cambio, ho capito che questo è un’altra parte del lavoro del cantautore, trovare nuovi significati all’interno del tuo pezzo. È stato un lavoro dopo, rileggerli e capire cosa c’è: cosa voglio tenere, togliere o mettere in evidenza? È molto bello, Un brano può avere quattro personalità diverse pur rimanendo lo stesso e dicendo le stesse cose.

Il rapporto che ha un autore con il pubblico è un rapporto intimo. Senti questo rapporto e scambio con chi ti segue?

Assolutamente sì. Lo zoccolo duro dei miei fan ha una devozione verso di me quasi imbarazzante. Poi capisco come il mio ruolo è di aver verbalizzato a loro delle cose che sentivano e non riuscivano a capire. Così come me che leggevo cose in cui ci si ritrovava, da piccola volevo essere quella che spiega agli altri quello che sentono.

Ci sei riuscita?

Col primo album, in alcune canzoni molto, col secondo non so, l’ho mantenuto a metà per far sì che emergessero personalità e stati d’animo della natura umana.

Per il terzo album?

Per il terzo album non lo so! Durante il primo ho pensato tantissimo al secondo, quindi ho deciso di non pensare più nulla! Ho deciso che tratterò molto più dei personaggi, cercando di immedesimarmici in prima persona. Avere un disco che racconti le loro storie, con i protagonisti che parlano in prima persona.

Per raccontare loro o te?

Per raccontare loro ma anche raccontare me attraverso di loro.

Tutte le foto sono di Matteo Casilli

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