Si fa chiamare il Barone VonDatty, da qui il titolo nobiliare che in un qualche modo rispecchia il timbro di musica che ci aspetta. Saranno forse banali sentori di chi ci va prevenuto, ma in questo disco dal titolo “Ninnenanne”, il giovane cantautore laziale accarezza un mood decisamente riflessivo, quasi pop per alcuni estremi (vedi il singolo di lancio), noir e ombroso di didascaliche tinteggiature di un se. Un disco che sa di confessioni, molto americano per alcuni tratti – e qui ci accodiamo a gran parte della critica che si legge di lui. Davvero molto affascinanti le soluzioni di arrangiamento che giocano spesso su effetti e modi di fare più che su contenuti e dialoghi strumentali, e nello specifico puntiamo il dito su “Dalla carne” o “Wonderland” o, ancora, “La parte mancante”. Insomma, un disco che trascina le sue prime contaminazioni indie istintive in un quadro decisamente più maturo e misurato in senso artistico.

Scena indie italiana. Anzi scena indie capitolina. VonDatty come ci si trova? Ti rispecchi, ti appartiene o in qualche modo ne scappi?

La domanda è complicata, la temevo, ma prima o poi doveva arrivare. Sono e resto molto attaccato alle mie origini di provincia, pur frequentando ormai Roma in maniera sempre più costante, quindi la parola “capitolina” al momento mi suona ancora strana, quando la si affianca al mio nome. Per quanto riguarda la “scena indie”, non la conosco molto bene, devo ammetterlo, è ovvio che qualcosa ho ascoltato e c’è qualcosa che mi piace di più e qualcosa che mi piace meno. Roma è piena di musica al giorno d’oggi e c’è finalmente una grande possibilità di scegliere cosa ascoltare. Purtroppo i miei ascolti sono sempre più rivolti al passato ed anche i miei punti di riferimento sono sempre più concentrati lì. Non mi sento parte di nessuna scena in particolare…ma questo non vuol dire che non ci siano artisti che stimo e con cui (si veda nei crediti del disco) non mi piaccia collaborare.

Non credere ai fiori”: cioè? Un altro modo per dire: non facciamoci illusioni?

È una canzone che, per quanto musicalmente possa sembrare leggera, ha un testo molto “duro”. Credo tu abbia in qualche modo centrato il messaggio, è una canzone di disincanto.

Ma se un artista non “crede ai fiori”…a cos’è che dovrebbe credere?

Io sono una persona molto individualista, sono solito credere in me stesso e nel valore di ciò che scrivo. Vivo a stretto contatto con le mie canzoni, ci vivo “dentro”, ho chiamato il mio disco precedente “Madrigali” proprio perché forse le canzoni sono la mia religione, se proprio devo averne una.

Un disco che chiude una trilogia. Canzoni scure, noir, canzoni dal sottoscala, canzoni dal sonno. Che significato ha avuto e ha voluto comunicare il tutto?

Sono stati anni particolari e di grande cambiamento per la mia vita, non potevo certo raccontarli in maniera rassicurante

Dopo “Ninnananne” a cosa punterai il focus della tua scrittura?

Me lo chiedo ogni giorno, mi piacerebbe portare ancora di più all’essenziale la mia scrittura e di potermi esprimere ancora in maniera più sincera.

Angelo Rattenni

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