Sembra incredibile riuscire a prendere al lazo questi quattro scalmanati, farli sedere attorno ad un tavolo ed intervistarli; forse sarà il rinfresco di Villa Medici, o forse le sue sale ben più fresche dell’esterno, ma questa adunata alla fine è risultata meno faticosa del previsto.

Ormai sono bravi ragazzi, lo dicono anche loro, ed alle interviste si presentano sobri e in grado di rispondere a qualsiasi domanda senza mandarla all’aria; magari è semplicemente troppo presto. Fatto sta che, dopo quasi due anni di Blue Call Pink Riot, qualcosa di nuovo bolle in pentola ed è giusto che siano loro a fare luce sulle voci di corridoio a riguardo.

I Joe Victor sono: Gabriele Amalfitano, Guglielmo “Gughi” Senatore, Michele “Wünder bass-boy” Amoruso e Valerio “Lalletto Suo'” Almeida Roscioni.

Dall’esordio, che è stato un successo indiscutibile, è passato un po’ di tempo ed ora è in arrivo un nuovo singolo, preso sicuramente da altri brani ancora in cantiere che poi andranno a comporre la scalette di un nuovo album. Cosa è cambiato? Cosa cambierà?

GA: Tra il lavoro vecchio e quello nuovo è cambiata la città dove abbiamo registrato: siamo andati a Milano, dove abbiamo avuto un altro produttore con il quale abbiamo lavorato per creare un nuovo sound, più omogeneo rispetto al passato. Era qualcosa che avremmo comunque voluto provare a fare: il primo disco aveva tantissime sonorità diverse, che è anche un sua peculiarità, ma non ci andava di replicare la stessa forma; volevamo trovare un modo per avere una sonorità più compatta. Abbiamo fatto tanti, veramente tanti visto che dati statistici ci dicono che siamo una delle band che suona di più live in Italia, se non la band romana che suona di più in assoluto: ne è uscito fuori un disco “da live”, sintesi e somma di tutte le nostre esperienze in tour.

A proposito di Roma: si parla tanto di scena indie, di scena romana, chi fa indie chi no e così via. In tutto questo, e non vi chiedo di schierarvi, voi con la vostra musica vi sentite parte di tutto questo movimento artistico e culturale che sta nascendo in questi ultimi anni oppure siete oltre o anche più semplicemente a parte?

GA: Allora per metà sì, per metà no. Per metà sì perché si frequentano gli stessi locali, le stesse serate dove ci si incontra e si scambiano idee e conosciamo la stessa gente: viviamo la stessa città incontrandoci in alcune cose e avendo divergenze in altre. Per metà no perché proponiamo una cosa completamente diversa da quella che è la “scena romana”; già il fatto che non cantiamo in italiano ci tira subito fuori. Ma anche come noi vediamo la musica: per noi è molto più melodica, tutto molto più musicale, mentre invece per la scena romana c’è molta più attenzione per il testo.

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Riguardo l’andare fuori: com’è il rapporto con il resto d’Europa, sia nell’organizzazione che con il pubblico? Puntate a valicare le Alpi e a spostarvi fuori? O vi ritenete, nonostante i testi, sempre una band italiana legata al proprio pubblico?  

VAR: Noi all’estero chiaramente ci siamo già stati e abbiamo trovato un pubblico caloroso e accogliente, nonostante qui a Roma abbiamo suonato tanto e ne abbiamo uno fedelissimo. Quindi fondamentalmente lì abbiamo trovato gente che ha apprezzato noi e la nostra musica con grande seguito e ci siamo divertiti tanto e abbiamo fatto delle esperienze fondamentali.

GA: La differenza con l’estero è rimanerci. Tu puoi fare una data, magari due, ma poi per altri otto mesi non ci vai e non è auspicabile perché comunque all’estero devi mantenere almeno un presidio, come a Risiko per esempio. Lì gli spazi sono giganteschi e devi riuscire a lasciare qualcosa di stabile, che può essere un tour costante, che può essere un ufficio stampa e così via. Assolutamente vogliamo andare all’estero sennò non canteremmo in inglese.

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Iniziamo con la prima domanda pungente. È una domanda che si pongono tutti coloro che iniziano e che non sanno poi quanto “andrà avanti”, per così dire: ma adesso si può ancora vivere di musica? Lo chiedo a dei musicisti che partendo con solo il loro talento, già al primo album hanno guadagnato un successo incredibile.

MA:  È una questione di compromessi: sai che un prodotto venderà in un modo se fatto in una certa maniera, invece magari arrangiato diversamente avrà meno pubblico. A noi non ha interessato, o almeno molto poco; per me è stato molto importante che il disco fosse arrangiato secondo i nostri gusti. Non ci resta che sperare che corrispondano a quelli del pubblico, tutto qua. In sostanza, secondo me, per campare di musica bisogna fare dei compromessi molto grandi.

GA: Oppure avere tanto coraggio e cercare come noi una terza via.

Consigliereste ad un gruppo o ad un singolo artista di riprendere sonorità come le vostre, o almeno come quello di Blue Call Pink Riot, vecchie ormai di quasi quarant’anni adesso? E pensate sinceramente che lui o loro avrebbero qualche possibilità?

GA: Allora, se gli voglio consigliare di suonarla direi di no. Sull’avere qualche possibilità paradossalmente sì, perché comunque non esiste fondamentalmente la musica vecchia e la musica nuova, ma esistono cicli e sono delle sonorità che se riesci a rimetterle sul mercato sei a cavallo e riesci anche a generare un vero e proprio fenomeno. Se suoni bene suoni bene, se suoni male suoni male, non c’è scampo, quindi fondamentalmente se suoni bene chi ha orecchio lo saprà riconoscere qualunque sia la musica che tu stia suonando.

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Invece sull’album che verrà? Qualche altra informazione prima di lasciarci?

GA: L’album dovrebbe uscire a settembre, probabilmente dovrebbe uscire un singolo prima, ma non so dirti quando. E torno a ripetere che questo album sarà qualcosa che live sprigionerà tutto il suo potenziale, oltre ad essere un album abbastanza coraggioso.

Vuoi anche dire perché coraggioso a questo punto?

GA: Guarda perché coraggioso non saprei dirtelo adesso, però secondo me lo è.

VAR: Mah, guarda noi abbiamo ricevuto molte critiche sul fatto di cantare in inglese e non in italiano e già il fatto di rimanere sull’inglese per noi è già una scelta coraggiosa.

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L’intervista finisce con un piatto di prosciutto e melone preso dal rinfresco; per il resto si continua a parlare di Animal House, di aneddoti comici successi nelle diverse date, di donne e si ride beatamente e sonoramente.

Davide Cuccurugnani

Foto: Emanuela Craca

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