Lavoro certosino di stems, di taglia e cuci, di una produzione che ha voluto in tutto e per tutto raccogliere dai sentieri battuti l’ispirazione e il coraggio di correre completamente fuori tracciato. Il risultato è questo “Over”, disco dei Kolosso, composizioni strumentali che sanno di un jazz privo di geografia e tempo, il tutto a cullare l’industria alternativa, dalle mode del drilling ai colori del soul da big band fin dentro sospensioni psichedeliche noir, barre di rap dei ghetti e tantissimo altro… sotto la guida del polistrumentista e produttore Davide “Kidd” Angelica (già al fianco di Inoki, Deda, Voodoo Sound Club e altri), si riuniscono alcuni dei musicisti più visionari della scena underground bolognese.
“OVER è la fine”. Un manifesto di intenti, un’allegoria… un atto di resilienza al mondo che viviamo… che cosa?
La parola “Over”, in inglese, racchiude in sé moltissimi significati, a seconda del contesto in cui viene usata. È proprio questa sua ambiguità ad averla resa, secondo noi, la candidata perfetta per rappresentare la varietà di sfaccettature musicali presenti nel disco.Ma per noi è anche qualcosa di più. Non abbiamo mai avuto l’intenzione di creare qualcosa di nuovo, quanto piuttosto di mescolare, in una nuova forma, elementi già esistenti, per raccontare attraverso la musica il presente che viviamo. Lavoisier docet: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Siamo partiti dall’idea di essere ormai arrivati al capolinea dell’innovazione musicale, bloccati da circa venticinque anni in un eterno ritorno/revival dei generi (per citare Nietzsche e Simon Reynolds insieme): un game “OVER” globale da cui ripartire, per ricostruire, mischiare e trasformare ciò che esiste, dandogli un nuovo significato. Takeover, Overthrow, Overreach, Overwhelm, Overload, Crossover, Overcome… potremmo andare avanti all’infinito.
Dietro ognuna di queste parole si nasconde un frammento della nostra visione estetica e politica, oppure un pezzo della nostra storia come musicisti, come realtà underground scalpitante, agguerrita e affamata di successo.
Inutile elencare tutto quel che ci trovo dentro questo disco. Mille contaminazioni e mille geografie possibili. Da cosa nasce tutto questo? Segno di non avere identità e di mescolare assieme tutte quelle che si trovano lungo il viaggio? A che pro?
Quello dell’identità oggi è un tema estremamente importante e non solo a livello musicale. Storia, influenze ed attitudine credo siano fattori determinanti di tale concetto eppure per qualche paradosso a me ignoto, sembrano a volte elementi sconnessi dal tessuto artistico e sociale.
Kolosso ha semplicemente messo insieme i pezzi di un puzzle sparso sul tavolo. Un parabola lunga un secolo che parte dalle origini della musica afro-americana (jazz – soul -funk – hip hop) e si evolve fino alla trap (già, proprio cosi). Avendo praticato questi generi per anni e abbracciando questa realtà storica abbiamo mosso i primi passi per costruire la nostra identità e il nostro suono.. A mostrarci la via, inizialmente, è stato un collettivo di musicisti di Atlanta noti come Trap Jazz All-Stars capitanati da Chris Moten la cui influenza è stata determinante nelle primissime fasi del progetto. Da li in poi è iniziata la parte difficile, ovvero prendere tutto questo bel malloppo di reference e trasformarlo in qualcosa di nostro, qualcosa di autentico; un processo reso possibile dall’aver assecondato la musica man mano che veniva su, accompagnandola dove naturalmente si stava dirigendo anche a costo di abbandonare completamente l’idea di partenza.. A che pro mi chiedi ? Perchè come Miles Davis credo che il Jazz sia un attitudine più che un genere musicale, che rappresenti la volontà di spingere se stessi oltre il confine di ciò che è stato fatto, di ciò che piace, di ciò che è accademicamente corretto, bello e ortodosso oltre che alla ( ben più importante) capacità di essere plastici, ricettivi verso tutto ciò che di nuovo ci circonda.
Come a dire anche: un eterno caos che alla fine, raggiunto l’accordatura, diventa equilibrio?
Possiamo vederla anche cosi.
Momenti solistici a parte… quanto ha pesato l’atto di improvvisazione sulla scrittura finale?
Molto meno di quanto mi aspettassi all’inizio. Il lavoro massiccio che è stato fatto in Over riguarda principalmente la composizione e la produzione utilizzando diversi metodi e strumenti ( MPC, Ableton, Strumenti analogici/digitali, Live Recording, Sampling ) e sono felice nonostante questo di poterlo definire comunque un disco di jazz contemporaneo.
Tantissime le collaborazioni e gli interventi. Come li avete scelti? Nasce prima il contatto e poi il brano dipinto attorno o il contrario, per ogni brano siete andati a caccia della “voce” più adatta?
Tutti i brani del disco in origine erano strumentali, le collaborazioni che sono nate con Awon, Dj Craim, Lauryyn e Pasquale Mirra, derivano dal desiderio di produrre un disco “completo”, un prodotto discografico il più variopinto possibile. Siamo stati mossi da un insaziabile curiosità di ascoltare i brani in una versione inedita, in primis per noi stessi. In live la resa dei brani è molto diversa, non migliore o peggiore, solo diversa. Non era un nostro obiettivo restituire all’ascoltatore un disco veritiero, il nostro obiettivo era fare un bel disco, possibilmente iconico e transgenerazionale. (lol) Nutriamo una profonda stima musicale e umana per tutti gli artisti coinvolti, abbiamo proposto loro delle versioni dei brani e loro ci hanno scritto e suonato sopra, ovviamente la scelta è stata fatta in base a quello che ritenevamo essere il terreno a loro più fertile.
E la copertina: somiglia poco al suono che porta con se. Il B/N, lo stato sociale dell’urbe, un disegno infantile di un “uomo nero” che però ha l’aria di essere un rapper… come a dire “guardatevi le spalle che c’è la musica, c’è il mostro”…?
Niente di tutto ciò, però apprezzo davvero tanto la possibilità per ognuno di immaginare una propria storia dietro alla musica e alle immagini. Per noi (e tiro dentro anche l’illustratrice Marla Splat) è il risultato di uno studio su “Over” inteso come sovrapposizione. Elementi di pittura rupestre, primitivista con segni evidenti e marcati apposti su una foto significa anche mischiare una forma primordiale di arte figurativa con una delle più recenti ovvero la fotografia, nello stesso modo in cui abbiamo sovrapposto gli elementi musicali del disco. Una scelta estetica che paga comunque il suo tributo a Jean Michel Basquiat, la cui opera era indissolubilmente legata al mondo dell’arte urbana e a quello del jazz. Il B/N invece è una scelta meramente estetica, piaceva cosi.







