Quando si dice che “la strada è in salita” si intende che il percorso si è fatto più difficile. Io ho sempre pensato che una strada in salita porti comunque più in alto. I Kutso, su quella strada, ci stanno da quasi un decennio, ma solo dopo quest’anno si può dire che siano esplosi in maniera definitiva. Dopo Decadendo (su un materasso sporco), uscito ormai due anni fa, soltanto grandi traguardi: tra le altre, il Concertone del Primo Maggio, le aperture a Caparezza (di cui una a Miami) e infine il secondo posto tra le “Nuove proposte” al Festival di Sanremo. Ecco ora l’atteso nuovo disco, Musica per persone sensibili, con il grande spettro del “secondo album” da affrontare, tra rinnovamenti e continuità. 

Dal 2013, col nostro primo disco Decadendo, ad oggi è stata una parabola ascendente anche inaspettata. Ci siamo sempre proiettati verso questi risultati grandi, però vederli arrivare nell’arco di un anno è stato bello, ci ha stupiti. Il disco è stato fatto nei ritagli di tempo del “Perpetuo tour” e non abbiamo avuto il tempo di fare alcun ragionamento. La genesi è simile a Decadendo, anche questo ha brani vecchi e nuovi e le tematiche son più o meno le stesse. Stavolta, in più della metà è presente una figura femminile: non sono canzoni d’amore ma c’è una donna di mezzo. L’evoluzione sta soprattutto nel suono molto più potente e paradossalmente nell’anno in cui siamo andati a Sanremo siamo usciti con un disco molto più duro dell’altro. 

Il secondo album realizzato dal quartetto, con Matteo Gabbianelli alla voce, Donatello Giorgi tra le sue sei corde, Simone Bravi dietro la batteria e Luca Amendola a spingere il tutto col suo basso, vede la co-produzione di Alex Britti – uno che di musica un po’ ne capisce – lo stesso che li ha spinti verso il palco dell’Ariston. 

La collaborazione con Alex inizia tanto tempo fa, nel 2006. Matteo lo conosce da tanti anni, è quasi un parente: gli fece sentire le canzoni e gli piacquero, quindi abbiamo iniziato a lavorare a dei brani. Sul primo disco e su questo abbiamo lavorato insieme a circa la metà dei brani, come produzione artistica e arrangiamento: alcune idee le abbiamo riprese, altre no. Poi gli abbiamo chiesto di farci un assolo in “Spray nasale”, ci siamo rivisti e ci ha proposto di partecipare al festival di Sanremo, anche se noi non ci avevamo mai pensato. E quindi abbiamo scelto “Elisa”, uno dei brani su cui avevamo lavorato con Alex. 

La band, che in un certo senso è stata indipendente anche alla scena indipendente, s’è quindi ritrovata sul palco dell’evento mediatico musicale più controverso della scena italiana. Quel passo che se lo fai, ti sei venduto e “non sei più quello di una volta”. Invece i Kutso sono saliti con la stessa faccia di prima. E nonostante l’ipocrisia piccolo borghese di Sanremo non consentisse una propria pronuncia del loro nome, facendo buon viso a cattivo gioco hanno regalato la performance più interessante di tutta la kermesse con “Elisa”, l’unica canzone partecipante al festival capace di farti saltare -finalmente- dalla poltrona. 

Noi vogliamo, e possiamo, stare in ogni contesto, anche a Sanremo. Facciamo intrattenimento, usiamo un linguaggio che può arrivare a tutti. Sanremo è stata una vetrina enorme, solo dopo viene il giudizio degli altri. In fondo, Carlo Conti ha dato uno spaccato della società, ha messo un po’ tutti. È chiaro che deve rendere conto al suo pubblico, quindi ho apprezzato il modo in cui ha introdotto il nostro gruppo all’interno di Sanremo: lo sapevano tutti come ci chiamiamo e lui ha sfruttato questa “ipocrisia borghese” per fare spettacolo. In realtà gli addetti ai lavori si divertivano con noi, erano contenti di portare qualcosa di diverso al festival, erano i primi ad esser stanchi della mediocrità italiana. Questa esperienza ci ha fatto anche valutare meglio l’ambiente indie e la sua pochezza: uno deve fare la propria storia e non autolimitarsi. 

Ed ecco esplodere le piccole acrimonie del popolo dell’indie, di chi punta il dito appena gli è possibile, quegli stessi atteggiamenti cantati da loro in “Io rosico” e “Ma quale rockstar”. Eppure, a me sembra che i Kutso abbiano sempre perseguito una propria credibile, coerente direzione musicale. Certo, di sicuro non hanno nessuna intenzione di ingraziarsi la “scena” giungendo a compromessi.

Anche noi rosichiamo verso la scena indie, ma lo dichiariamo pubblicamente. Essere nuovi per il grande pubblico è normale, lo accettiamo, un po’ di meno per chi è nell’ambiente musicale, da chi lavora in questo campo da tanto tempo che avrebbe dovuto conoscerci diverso tempo fa. Il problema, ma anche la nostra forza, è che siamo polemici. C’è un’incoerenza da parte nostra: siamo prepotenti, non usiamo il linguaggio che deve piacere alla scena; abbiamo sempre avuto un atteggiamento contrario all’ambiente in cui volevamo entrare. Questo se da un punto di vista ci ha fatto arrivare dove siamo arrivati, dall’altro ci ha rallentati. 

Sarà per i loro show, veri party alla Animal house, e quell’egotismo ostentato sul palco, sarà per la loro anima istrionica che spesso può quasi sembrare demenziale (avete presente i costumi di Donatello?).  

In realtà a noi non spiace che il primo aspetto sia quello festaiolo, dinamico, esplosivo. Spiace che chi ci ascolti non provi a capire che c’è di più, arrivando a banalizzarci. Il titolo del disco verte proprio su questo concetto: facciamo Musica per persone sensibili perché chi si accorge di noi per i travestimenti di Donatello, per il clima da festa o quel che vuoi, poi scopre un secondo livello di lettura e capisce che festaioli e votati a fare casino non lo siamo. Se troviamo negli altri questa “sensibilità” è meglio. È la vita che non finisce mai di uscire dallo spettacolo. 

 In fondo, “all the world is a stage”: l’Arte sempre più grande della Vita, in bilico tra il divertire e il non esser presi seriamente. Eppure è un disco che regge benissimo anche se suona dalle casse di un hi-fi piuttosto che dal vivo, tra i powerchords di “Vengo in pace” o “Non servono”, il divertissement di “L’amore è” (con Piotta a descriverci le tante forme dell’amore) o l’introspezione di “Triste”.

La musica senza le immagini dà un’altra sensazione, l’importante è che sia piacevole e intrattenga. La nostra è una musica espressionista, i nostri pensieri, le sensazioni, elucubrazioni, i ragionamenti; se c’è qualche parolaccia è normale, utilizziamo un linguaggio diretto, schietto, come parliamo e quindi non censuriamo nulla. Il nostro concerto e la nostra musica non escludono niente, quello che reputiamo interessante da dire lo diciamo, pensando che siano cose capaci di far scattare un sorriso. Tutte le volte invece che gli artisti sul palco creano un momento importante di riflessione, di denuncia, dicono solo un sacco di banalità ed ovvietà. Come diceva Gaber: “Fanno tutti discorsi convenzionali con il tono da intellettuali”, noi rifiutiamo questa cosa totalmente. 

Un disco di disincanto, frustrazione, insofferenza: verso il cielo che è un “Bluff”; verso noi stessi, costretti a nutrirci di “Spray nasale”. Ma in fondo, si riesce a scoprire anche che “L’amore è” qualcosa che ci piace, specie “Se copuliamo”, senza per forza dover vestire i panni posticci dell’amore romantico, estetizzato da tanta musica. Una sorta di reazione a questi Tempi Moderni, dove il “Call center” ha preso il posto della fabbrica e l’unica risposta sta proprio nella beatlesiana domanda “Why don’t we do it in the road”. 

Le nostre canzoni sono incentrate sulle sensazioni e pensieri che trascendono dalla società. Più che una denuncia tendiamo verso una ricerca interiore, un guardarsi dentro e vedere cosa sta succedendo per esternarlo senza un fine, semplicemente mettendo sulla carta sensazioni e pensieri che ti senti dentro. Non crediamo che siano tempi migliori o peggiori, non abbiamo paura del futuro e anzi, questo è un momento molto florido, specie per la nostra attività. 

Musica per persone sensibili è la summa di un  intero discorso musicale: i Kutso in quanto sound rock e personalità “borderline”. La ricetta segreta del successo della band si confonde dietro la maschera della commedia e quella della tragedia, tra l’eccentricità e il divertimento e la serietà e profondità dei brani.

L’elemento esplosivo è sicuramente il contrasto tra i testi e la musica. Accostare quelle frasi, apocalittiche, negative, tragiche, con la musica in maggiore, ci fa ridere. Ti spiazza, è una sorta di colpo di scena e ne abbiamo capito la potenzialità. Inoltre, siamo quattro musicisti che sanno suonare e ci piace lo spettacolo: ci piace stare bene con gli altri, farli partecipare; i dischi son pieni di featuring perché anche questo rispecchia il carattere di coesione e di festa condivisa. La forza di questo progetto è la volontà di avvicinare le persone e non di porsi mai su un altro livello. 

Il segreto dei Kutso alla fine è nella tantissima esperienza, accumulata in anni di gavetta, e nella propria coerenza musicale e umana. Per cui, che ti piacciano o meno, li vedi di giorno in giorno diventare più grandi. E se lo meritano, i Kutso e la loro Musica per persone sensibili.

 

Riccardo De Stefano
foto: Danilo D’Auria

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