Etichette discografiche. Indipendenti. Sì, ok, bello, ma quali? Quante, come? Perché?

Oggi produrre un album va da sé, tutti lo fanno, forse anche troppi. Anche le etichette indipendenti oggi vanno da sé, tutti ne fanno una, forse anche troppi. Le vediamo nascere intorno a noi. Dal nulla, germogliano e crescono, lasciano le loro spore sulle nostre pagine Facebook. Ci invitano ai loro eventi, crescono grazie al supporto dei blogger e dei festival musicali. Le vediamo vincere dei premi, le vediamo premiare band ai concorsi musicali. E delle più fiche scarichiamo anche qualche album direttamente da Mediafire, che ok le etichette indipendenti, ma pagare dieci euro per un cd rimane comunque troppo.

Tutto questo, alle band, non serve a niente. Le etichette indipendenti fanno esattamente quello che fate voi. Si alzano la mattina, si lavano i denti e vanno alla posta. Spediscono plichi contenenti migliaia di cd e lettere di presentazione, si fanno i conti per produrre il nuovo album del loro artista di punta, si riuniscono per fare il punto della situazione, ogni tanto ascoltano qualche nuova proposta. Telefonano al mafiosetto localaro di turno e se lo allisciano un po’ per ottenere una serata.

Ufficio stampa, produzione esecutiva, booking. Tutte cose che potete fare anche voi. O meglio, tutte cose che potete far fare ai diretti interessati: potete prendere un buon ufficio stampa che abbia buoni contatti con riviste, radio e portali; potete prendere una buona agenzia di booking che vi aiuti nel trovare delle serate soddisfacenti; potete applicarvi per la produzione esecutiva del vostro album ripagandovelo con i 400 euro al mese che prendete al call center dietro casa. Tanto oggi produrre un album non costa più niente. Certo, dovete essere bravi; far incastrare tutto quanto alla perfezione, rientrarci con le spese, diffondere la voce. E nel frattempo, visto che di musica parliamo, continuare a fare le prove, scrivere qualcosa di nuovo, curare i rapporti con la vostra band.

Avere l’ossessione del “contratto discografico” quindi non porta davvero da nessuna parte. L’etichetta discografica è un mezzo, non è il fine. Non è il timbro che aspettate sulla fronte per essere ammessi nell’Olimpo degli Artisti. L’etichetta può aiutarvi, quello sì. Può gestire insieme a voi i costi e l’organizzazione, può coordinare al meglio un lavoro di ufficio stampa e di ricerca date, può diffondere il vostro album a livelli più alti. Ma può subentrare solo se il vostro lavoro è arrivato ad un buon livello di maturità artistica e organizzativa. Se siete pronti per considerare la musica non più un passatempo, ma un lavoro a tutti gli effetti.

Su Rock In Progress, il manuale per band emergenti che ho pubblicato l’anno scorso, ho chiesto consiglio a tante etichette indipendenti e, soprattutto, a tanti artisti della scena rock italiana, su come approcciarsi ad un’etichetta discografica. Il consiglio più diffuso era appunto quello di non buttarsi a capofitto su tutte le “PincoPallino Records” che si trovavano su internet, ma di selezionarle in base al proprio livello e alla propria preparazione artistica, nonché in base al genere musicale che esse producono e diffondono. Soprattutto, considerarle solo quando il proprio progetto è pronto a fare uno step successivo, e quando l’etichetta può diventare un alleato importante e proficuo e non un guardasigilli fine a se stesso.

“Attenti a non bruciarvi i contatti”, consigliavano saggiamente, tra i tanti, i Ministri.

Proprio loro mi sento di portare di nuovo ad esempio; band milanese, ora con la Universal, ha autoprodotto il proprio album d’esordio appiccicandoci sopra il marchio “Otorecords”. Un marchio, niente più. Un’etichetta non solo indipendente, ma addirittura inesistente. La scelta era motivata dalla maggiore attenzione che locali e critica musicale davano a band sotto contratto, quasi appunto questo fosse la conferma del valore della band. Il famoso timbro sulla fronte di cui parlavamo, insomma. Tuttto sommato, nella realtà, quella dei Ministri è stata, a mio parere, solo una presa per i fondelli a questo sistema di pensiero, e si è rivelata utile ed efficace.

Se volete proprio un’etichetta, fatevi la vostra quindi. Secondo quello che abbiamo detto finora, noi stessi siamo un’etichetta. Noi stessi ci occupiamo di tutti gli aspetti della band, a partire da quello creativo per finire a quello economico e organizzativo. Mettetene su una con i vostri amici, collaborate con loro, fate gruppo e condividete il più possibile il verbo, consapevoli che il timbro sulla vostra fronte può essere utile, ma a voi non cambia niente.

È solo attraverso un lavoro di gruppo con i propri amici e conoscenti che si può mettere sù un’etichetta indipendente. Farla funzionare starà a voi, e a quanto siete capaci di coordinare i lavori. Sono i gruppi che mandano avanti il mondo; non i gruppi musicali, ahimé, ma i gruppi di persone che lavorano insieme, e che si dividono gli oneri (e prima o poi, si spera, gli onori). Tutte le etichette indipendenti nascono così, e ci mancherebbe altro. Anche la vostra può nascere così. Dal nulla, potete farla germogliare e crescere, lasciare le spore sulle pagine Facebook dei vostri amici, invitarli ai vostri eventi, e poi crescere grazie al supporto dei blogger e dei festival musicali. Potrete vincere dei premi, o premiare altre band ai concorsi musicali. Forse qualcuno scaricherà i vostri album da Mediafire, ma pazienza, oggi il discorso della pirateria è superato, ci si accontenta anche di zero euro pur di avere un po’ di visibilità.

Tutte le etichette indipendenti nascono così. Prima di correre a cercarne una, valutate attentamente se siete circondati di persone adatte per metterne su una vostra. È la più grande avventura e allo stesso tempo la più grande stronzata inutile che potete fare per il vostro gruppo.

Nei prossimi articoli faremo la radiografia alle diverse etichette discografiche italiane, indipendenti e non, grandi e non. Ce ne sono tante, magari c’è anche la vostra di mezzo, e vedremo cosa producono, come lo producono, e soprattutto che dicono di noi poveri musicisti orfani.

Daniele Coluzzi
ExitWell Magazine n° 0 (gennaio/febbraio 2013)

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