«Sembra che in Italia tutto sia impossibile. Le istituzioni dovrebbero lavorare perché ci siano spazi per gli artisti, altrimenti i ragazzi se ne vanno a vivere a Berlino».
Di chi è questa frase?

Chi l’ha pronunciata? No, l’amico chitarrista-sfigato con cui prendiamo la birra la sera al pub non vale. Non l’ha detta lui. Cioè, l’ha detta, sicuramente l’ha detta, ci man­cherebbe. Eppure stavolta non è stato lui. Ma continuiamo. Riguardo ai talent: «Hanno una forza che gli consente di far conoscere rapidamente un artista al pubblico». E ancora: «Io ho bisogno di tempi più dilatati. Nella cucina c’è il mo­vimento slow food, io sono quella cosa nella musica. I talent ti aiutano se vuoi monetizzare subito».

Qualche idea? No, il classico venditore di dischi che si la­menta per il tempo che passa non vale. Non è lui ad aver detto queste cose. Né sono parole del vostro maestro di bat­teria o della band indipendente che vi suona dietro casa.

Queste parole sono di Caterina Caselli. Caterina Caselli è oggi a capo della casa discografica indipendente numero uno in Italia, la Sugar Music. Se qualcuno di voi, piccoli mu­sicisti alternative-indipendenti che conoscete miliardi di gruppi di nicchia ma vi perdete sui grandi nomi, non avesse ancora capito, la Sugar Music è l’etichetta discografica di Elisa, dei Negramaro, di Malika Ayane, di Andrea Bocelli, di Raphael Gualazzi. Alcuni di voi ora si chiederanno cosa c’entrino questi artisti nella nostra rubrica super-indipen­dente, visto che li vediamo in tv, li ascoltiamo alla radio, li troviamo primi in tutte le classifiche. Beh, la Sugar è la mu­sica indipendente. Fatevene una ragione. Cercate di non sbavare sulla rivista mentre scoprite una cosa simile, e so­prattutto scusatemi per questo colpo di scena da finale di stagione. Questo è l’ultimo articolo de “L’amore ai tempi delle etichette indipendenti” e si sa che l’ultima puntata deve sempre finire con una rivelazione chock.

Siamo partiti dalle realtà romane più promettenti, siamo passati per le indies consolidate del nord, come la Mescal e La Tempesta. E siamo arrivati qui. Alla Sugar. Possano ora crollarvi addosso tutte le vostre convizioni, secondo le quali “indipendente” significa “di nicchia”, oppure “alternative”, op­pure “fuori dal pubblico di massa”, o chissà cos’altro. Possano ora crollarvi addosso. Dubito oltretutto che qualcuno di voi abbia, nel proprio intimo, qualcosa da ridire sugli artisti ap­pena citati. Il livello qualitativo dei Negramaro per esem­pio, per quanto possano poi piacere o meno, è al di sopra della norma. Se accendiamo la radio, i Negramaro sono il classico gruppo che riesce a bilanciare un po’ la playlist di merda che è stata messa su, fatta di tormentoni internazio­nali e proposte major attinte dai talent.

Eppure, per tornare sulle parole di Caterina Caselli, i rap­porti con le radio non sono facili nemmeno per un’eti­chetta grande come la Sugar (della serie, “noi poveri piccoli mortali allora non abbiamo proprio alcuna speranza”): «Lo scorso anno la discografia italiana indipendente ha dovuto aggiungere ai danni della crisi il prezzo di un conflitto con una parte importante dei network commerciali». Gli addetti ai lavori dicono che gli artisti Sugar abbiano pagato l’ ostra­cismo delle radio per la posizione intransigente di Caterina sulla causa legale che vede opposte le emittenti e la disco­grafia per il pagamento di alcuni diritti. «La rottura fra Scf (il consorzio che si occupa della raccolta dei diritti ndr) e radio è stata voluta dalla maggioranza delle grandi case discografi­che. Noi eravamo in minoranza e alla fine siamo stati quelli che hanno pagato maggiormente l’embargo alla messa in onda dei nuovi dischi italiani». Il rammarico è forte: «Siamo competitivi nel mondo con un artista come Bocelli e in Italia ci mettono in una situazione in cui dobbiamo pietire per un passaggio in radio o tv. In questo panorama soltanto la stampa e le radio minori ci hanno sostenuti».

Questo è quanto. Non tornerò sui rapporti intricatissimi tra le major e i grandi network radiofonici, ne ho già par­lato abbondantemente nel mio libro. Il punto è che a volte i proprietari dei grandi canali radio sono gli stessi che poi fanno gli amministratori delegati delle major. Capite quindi come il conflitto di interessi in questo Paese sia una cosa che non riguarda solo Berlusconi. Ma questi sono al­tri discorsi, d’altronde i Modà hanno successo perché la qualità della loro musica è veramente alta, e non perché sono spinti dalle stesse persone che posseggono RTL, RDS e Radio Italia, e che intasano quindi i canali radiofonici con i propri prodotti discografici. «Oggi assistiamo a un altro fenomeno che merita di essere denunciato pubbli­camente: tre tra i maggiori network radiofonici nazionali, RDS, RTL e Radio Italia, con una quota di mer­cato radiofonica consistente in mi­lioni di ascoltatori, hanno costitu­ito un’etichetta discografica denomi­nata Ultrasuoni. Questa etichetta di­scografica, che produce la band dei Modà, fa sì che questi possano go­dere di una pesante promozione sui tre network, ben oltre la media di qualsiasi artista italiano e soprattutto senza pari di fronte ad un qualsiasi artista italiano indipendente».

Tuttavia così rischiamo di andare fuori strada. Non volevo polemizzare, mi ero ripromesso di non farlo più, ep­pure ecco, direi che se confrontiamo velocemente i Negramaro e i Modà capiamo subito quale dei due gruppi è figlio di un’etichetta discografica di qualità, che ha investito su un per­corso di crescita artistica, sulla capa­cità di innovazione, sul talento vero. Nessun altro oggi lo fa. Nessuno ha il coraggio e la lungimiranza di pren­dere un artista e farlo crescere, di co­struire un percorso che non sia a tempo determinato. O almeno nes­sun altro riesce a raggiungere livelli così alti muovendosi in questo modo.
A voi le considerazioni finali.

In questo breve ma intenso percorso tra le etichette indipendenti d’Italia la Sugar chiude il cerchio, e non solo perché è la più grande indie d’Ita­lia, ma soprattutto perché ci pone di fronte a una grande riflessione.

Dove finisce la musica indipendente e dove inizia la musica mainstream? Cosa significa indipendente, e cosa si­gnifica mainstream? Io una risposta l’ho trovata, e se leggete gli articoli che ho pubblicato su questa bellis­sima rivista, se leggete il mio libro, o se ascoltate l’album che ho prodotto con Io Non Sono Bogte, forse capirete come la penso. A voi la voglia e la fa­tica di scoprirlo.

 

Daniele Coluzzi

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