– Giulia De Giacinto –
UOMINI CANI GABBIANI è il primo album de Le Feste Antonacci, in uscita venerdì 27 giugno per Panico Dischi. Dietro il progetto ci sono Giacomo Lecchi d’Alessandro e Leonardo Rizzi, due artisti che negli anni hanno esplorato diversi territori — dalla musica pop alla pubblicità — fino a trovare un linguaggio personale e diretto. Li abbiamo intervistati per farci raccontare da vicino UOMINI CANI GABBIANI.
UOMINI CANI GABBIANI: tre figure, un titolo. Chi o cosa rappresentano per voi?
Giacomo Lecchi d’Alessandro | Rappresentano tre creature nate un po’ per caso. Io ho un cane che è ultra presente nella nostra storia: nel nostro lavoro in studio e anche nella iconografia del progetto. Gli uomini siamo noi e i gabbiani sono un richiamo alle nostre origini genovesi.
Avete distillato anni di “incompiuti feste” in un unico album. Com’è stato questo processo di scrematura radicale?
GL | Lungo, doloroso, ma anche automatico.
Leonardo Rizzi | Sì, col tempo ci siamo focalizzati sempre di più su queste tracce e alcune canzoni sono passate nel dimenticatoio in maniera abbastanza organica.
L’album viene descritto come “un meteorite in picchiata sul pianeta Musica Italiana”. In che modo questo disco vuole scuotere il sistema?
GL | In realtà non è una volontà, però se lo scuote è meglio.
LR | Ci sono dei messaggi portati in maniera piuttosto forte, anche attraverso le scelte sonore, che non sono “easy listening”. C’è stata fin da subito la volontà di realizzare un disco che richiede tempo e attenzione, che non scorre semplicemente in sottofondo mentre fai un aperitivo — cosa che invece poteva accadere con alcune nostre produzioni precedenti, più immediate, che potevi mettere in loop per ore senza che ti lasciassero nulla di preciso.
GL | Che poi parlando più in generale, secondo me oggi il vero segreto della musica di successo è proprio questo: chiederti se il tuo brano si può ascoltare durante un aperitivo. Se la risposta è sì, allora è probabile che funzioni. E questo è un peccato: è come se oggi la musica fosse diventata un profumo che accompagna una situazione, più che un’opera su cui fermarsi davvero ad ascoltare e riflettere.
Nel disco convivono leggerezza e ansia, sacro e blasfemo, amore e disincanto. Come riuscite a tenere insieme questi opposti?
GL | È come il cammino straordinario della vita che ognuno deve affrontare, fatto di elementi spesso sparsi e confusi che bisogna riuscire a equilibrare.
LR | C’è una cosa che finalmente posso dire chiaramente: la blasfemia, per come la intendiamo noi, è una forma di sacralità rovesciata. In un certo senso è un modo per riconoscere il sacro attraverso la sua negazione, e in questo crediamo profondamente — nell’offesa, nell’iconoclastia. C’è un bisogno reale di spiritualità che ci accomuna, un’esigenza che non si riconosce nei confini delle religioni tradizionali ma che esiste come dimensione interiore e autentica. E credo che queste contraddizioni — il sacro e il profano, il caos e l’equilibrio — siano la natura stessa dell’essere umano, che si trova costantemente a fare i conti con tutto e con il suo contrario, dentro la propria psiche.
Sotto l’apparenza spensierata, il disco è una riflessione profonda sul presente. In un’epoca che anestetizza tutto, quanto è importante per voi toccare corde scomode e disturbanti, ma sincere?
GL | C’era una forte voglia di esprimersi. Quando è arrivato il momento di scegliere i temi e i brani ci siamo resi conto che sarebbe stato difficile ignorare quello che stavamo vivendo. Parlare d’altro, in un momento storico così particolare, ci sembrava quasi forzato, e quindi affrontare la stranezza e il disagio di questo tempo è stata una scelta naturale.
LR | Direi anche in maniera non decisa: all’inizio eravamo apertissimi a qualsiasi tipo di tematica, ma poi ci siamo accorti che ciò che emergeva con più forza erano riflessioni sull’umano, sulle difficoltà e le domande esistenziali che ci portiamo dentro e che in certi momenti diventano impossibili da ignorare. È stato un processo molto spontaneo: volevamo aprire gli occhi su quello che sentivamo noi per primi e condividerlo senza filtri.
L’album sembra fondere una vocazione mistica con un approccio al pop del tutto personale. Da dove nasce questa visione e che significato attribuite al termine “pop” in questo contesto?
LR | Per noi il pop che facciamo è una somma della musica che abbiamo ascoltato e assorbito nel tempo, spesso in modo compulsivo e ossessivo. Ed è una musica molto variegata. Quindi direi che la varietà, e forse anche una certa incoerenza nelle scelte, sono parte del nostro modo di intendere il pop. Non ci interessa inserirci in una corrente precisa o in una nicchia definita; c’è sicuramente una volontà di rendere ciò che facciamo accessibile, intellegibile, con un’attenzione alla piacevolezza dell’ascolto. Quando facciamo scelte più estreme o spiazzanti, cerchiamo che abbiano una ragione ben chiara all’interno del brano. Per esempio, nel pezzo Siena-Firenze il testo è velocissimo; i suoni sono acidi e molto spinti; ma è così perché vuole descrivere un mondo, un’estetica precisa, quasi un aggettivo fatto musica.
GL | Poi, se vogliamo parlare dell’origine della nostra vocazione pop, probabilmente viene da anni di consumo compulsivo di MTV. Parlo di quel pop da classifica, che ti entrava in casa anche se non lo cercavi. Siamo cresciuti con quel tipo di immaginario: dai Prodigy al video del Titanic che passava ogni dieci minuti su All Music.
LR | Oggi ovviamente ci confrontiamo anche con ascolti più ricercati, tra molte virgolette, ma professionalmente — per il lavoro che facciamo anche nel campo della pubblicità, dei documentari, dell’audiovisivo — ci troviamo spesso a dover ascoltare molte reference contemporanee. E quello che “va di moda” finisce per influenzarci, almeno in parte, anche a livello di suono.
Ascoltando l’album si percepisce che il groove è l’elemento centrale, ma non è mai fine a sé stesso: sembra condurre da qualche parte. Cosa volete che arrivi a chi vi ascolta?
LR | L’idea è che le riflessioni contenute nei testi vengano veicolate da un impatto forte, da un groove che ti prende subito e ti trascina. E poi, magari, una parte di te inizia anche a farsi delle domande, a ricollegare certe parole a pezzi della tua biografia, a momenti che hai vissuto. Ecco, ci piacerebbe che in quel groove ci si possa emozionare, anche solo per un attimo.
UOMINI CANI GABBIANI sembra fatto per essere vissuto dal vivo. Che tipo di esperienza volete creare nei vostri concerti?







