– di Martina Rossato –
Dopo tre singoli — Lovers Drifters Foreigners, Hey There e Cold Hands — i Leatherette hanno pubblicato Ritmo Lento, un disco che segna un passo più meditato e consapevole nel loro percorso.
Cold Hands, l’ultimo dei brani usciti prima dell’album, è una canzone sincera e vibrante, sospesa tra fragilità e autoironia, che conferma la loro continua ricerca di una dimensione sonora più libera, contemporanea e sorprendentemente internazionale.
La band è bolognese, ma li abbiamo incontrati in Triennale in una giornata milanese che per loro è una corsa continua tra radio, interviste e DJ set: parlano insieme, quasi all’unisono, ma nelle risposte emergono sfumature personali che finiscono sempre per ricomporsi in una voce comune.
Come state? Oggi sembra una giornata bella piena: cosa avete in programma?
Siamo stati a Radio Popolare per un’ospitata, una sorta di presentazione del disco e delle prossime date. Più tardi faremo un DJ set e poi abbiamo altre interviste. Giornata intensa, ma bella.
Rimanete a Milano ancora un po’?
No, solo oggi. Torniamo a casa già stasera, è una vera corsa.
Parliamo dell’ultimo singolo, Cold Hands, uscito prima del disco. Nel comunicato stampa raccontate che nasce da una melodia di flauto dolce, uno strumento che tutti colleghiamo un po’ all’infanzia. Come si trasforma un suono così “innocente” in un brano così carico di malinconia?
In realtà è nato tutto cazzeggiando: mi ero appena comprato un flauto dolce — grande, enorme — e stavo provando a farci qualcosa. Abbiamo suonato delle note un po’ a caso, veloci, e mi sono piaciute. Le abbiamo registrate e poi abbiamo iniziato a lavorarci a casa, riempiendole di riverbero e trasformando quel suono in qualcosa di più sospeso. Aveva una malinconia tutta sua. Poi ci abbiamo messo delle chitarre con accordi minori o major seven, una struttura semplice. Avevamo anche un testo vecchio, molto triste, che non sapevamo dove mettere; lo abbiamo unito al resto, una specie di collage spontaneo.
Molti dei nostri pezzi nascono proprio così: idee sparpagliate che poi, per qualche motivo, trovano un equilibrio.
E in generale: come nascono i vostri pezzi? E cosa è cambiato nel processo per questo disco?
La base è sempre quella: uno manda un audio su WhatsApp, poi ci vediamo e sviluppiamo tutto insieme. La differenza, stavolta, è arrivata in studio. Abbiamo lavorato pezzo per pezzo, ascoltando davvero cosa ogni brano chiedeva. Ogni canzone è scritta da qualcuno diverso, quindi ognuna richiede attenzioni specifiche. Prima forse non davamo questo tipo di cura. È normale quando si è in tanti: ci si pesta i piedi, le personalità si accavallano. Questa volta, invece, abbiamo provato a togliere, a riportare ogni pezzo alla sua intenzione. Rispetto al passato, è un disco più pensato, più arrangiato. Meno caos, meno approccio da quintetto punk da sala prove. Abbiamo cercato meno protagonismo individuale e più servizio alla musica.
Il titolo del disco, Ritmo Lento, che è anche la traccia centrale, è in italiano: una rarità per voi. Perché?
Una questione di coerenza, paradossalmente. Scrivere testi in italiano ci viene male: ci abbiamo provato, ma non ci sentiamo a nostro agio. Però siamo italiani, ci piace raccontare la nostra realtà, e ci piaceva l’idea di usare due parole italiane che sono anche universali, perché nelle partiture musicali sono termini comuni: come allegro, andante, ecc.
Un contrasto piacevole. E poi c’è anche un po’ la gag: abbiamo fatto Fiesta, il prossimo lo facciamo in tedesco.
E cos’è per voi, concretamente, questo “ritmo lento”?
Un bisogno. Dopo anni di tour serrati, concerti continui e vite personali da incastrare, avevamo bisogno di tirare il fiato.
Dopo il tour europeo dell’inverno scorso, a febbraio ci siamo presi un momento solo per scrivere. È stato un approccio più intimo, più concreto, non influenzato dalla frenesia dei live. Un rallentamento vero, che ci ha permesso di ascoltarci meglio.
E com’è andata?
Giudicate voi: se vi piace il disco è andata bene. Se no… il prossimo si chiamerà Ritmo Veloce [ride, nda].
Cosa differenzia questo disco dai precedenti a livello compositivo?
La selezione. Abbiamo voluto costruire canzoni vere e proprie, dare valore alla forma canzone: una strofa, un ritornello, qualcosa che ti resta addosso. Prima buttavamo tutto più in caciara. La grande differenza però è negli arrangiamenti: meno massimalismo, meno sovraccarico. Prima eravamo volontariamente caotici, ma questo sacrificava la melodia.
Qui ci siamo “spogliati”, avevamo bisogno di farlo. Abbiamo curato molto i suoni, ad esempio la batteria: è molto più definita. Meno amalgama punk, più attenzione.
Non avete paura che questa vicinanza alla forma-canzone vi renda più simili ad altri?
Io ci proverei pure, a uniformarmi, ma non mi riesce [ride, nda]. È come cercare un posto nel mondo: ci provi, ma vieni buttato fuori. Voler essere “più accessibili” non vuol dire infilarsi in qualcosa che piace perché va di moda. Anzi, il post punk stava diventando uniforme. Anche nei live certe cose non ci gasavano più. Alla fine è una questione di piacere: se trovi piacere nel cambiare, non pensi a uniformarti. Per qualcuno forse lo saremo comunque, ma pace.
Com’è confrontarsi con scene diverse: Italia, estero…?
Gli italiani non comprano, i tedeschi non ballano, i francesi sono dei drogati… [ridono, nda]. A parte gli scherzi, dipende dalla situazione. All’estero spesso siamo meno conosciuti e il pubblico è più contenuto, com’era in Italia agli inizi.
Però dipende dalle date: Lubiana è stata caldissima, e anche Londra. E dipende pure da noi: abbiamo le nostre turbe, a volte ci autocondizioniamo. È sempre un po’ una roulette.
Quali difficoltà avete incontrato nel completare i brani?
Tantissime. Su 28 pezzi ne abbiamo scartati parecchi, New Bay è stata molto sofferta: all’inizio eravamo persi, poi abbiamo lasciato più spazio ad Andrea e Jacopo in studio. A volte ci dividiamo in gruppetti per non distruggere un’idea. Magic Things è stata un incubo: avevo un’idea di sound in testa e volevo imporla, e quando fai così viene sempre male. Però l’abbiamo salvata. C’era anche un brano promettente, che poi si è dissolto, altri forse usciranno in futuro. È sempre un casino gestire le canzoni.
Definite Cold Dance “autoironica e adolescenziale”. Perché?
Rileggendo il testo mi sono reso conto che era molto lamentoso, quasi un piangersi addosso frivolo. Ma è bello ammettere che certe cose dolorose possono essere frivole: è un modo per metabolizzarle. C’è una componente infantile nei sentimenti, ed è giusto così. Negli arrangiamenti c’è lo stesso spirito: non avere paura di suonare diretti, quasi infantili.







