– Di Rossella Vianello –
A trent’anni dall’uscita de “Il Vile”, Cristiano Godano e Riccardo Tesio raccontano la nascita del disco, la ristampa e il ritorno sul palco di uno degli album chiave del Rock alternativo italiano.
A trent’anni dalla sua uscita, “Il Vile” torna in una nuova edizione e diventa il cuore di un tour che riporta sul palco uno dei capitoli più incisivi del Rock alternativo italiano.
Pubblicato nel 1996, l’album ha contribuito a definire un linguaggio sonoro allora ancora privo di una vera tradizione nazionale, imponendosi per tensione emotiva, radicalità espressiva e identità stilistica.
Oggi i Marlene Kuntz tornano a confrontarsi con quelle canzoni senza nostalgia celebrativa, ma con la consapevolezza di chi riconosce in quel disco un passaggio fondativo, umano prima ancora che artistico.
Ne abbiamo parlato con Cristiano Godano e Riccardo Tesio, in una conversazione che è diventata anche un’occasione per riflettere su cosa significhi rileggere il proprio passato restando pienamente nel presente.
Guardando indietro al 1996: prevale l’orgoglio o lo stupore per la vita che questo disco ha avuto?
Cristiano Godano: Entrambi. Non era affatto un risultato scontato. Quando suonavamo quelle canzoni non potevamo immaginare che ci avrebbero accompagnato per tutta la vita. Guardare oggi a quel passaggio con questa consapevolezza dà gioia, e sicuramente orgoglio.
All’epoca non esisteva ancora un vero canone del Rock alternativo italiano. Vi sentivate isolati?
Cristiano Godano: Più che isolati, consapevoli della nostra marginalità. E abbiamo imparato a usarla come un’arma a nostro favore. Essere una band di provincia che rimaneva in provincia, a Cuneo, invece di spostarsi nei grandi centri, diventava un elemento di curiosità.
Quel suono così peculiare, unito alla provenienza “defilata”, ci caratterizzava ancora di più. Si diceva “i Marlene di Cuneo”, proprio come si dice “Paolo Conte di Asti”: un’identità precisa, riconoscibile.

date tour il vile
Il dialogo tra la vostra voce e la chitarra ha creato un linguaggio molto personale. Come si è costruito quell’equilibrio?
Cristiano Godano: È nata da un’intelligenza istintiva nel saper interpretare l’altro. Io arrivavo da ascolti più underground, con un’attitudine anche caotica, aperta allo “slabbramento” della performance.
Riccardo invece proveniva dal metal, un mondo molto più rigoroso, tecnico, preciso. Due approcci opposti. Abbiamo avuto la fortuna di non cercare di sopprimerci a vicenda, ma di sopportarci e accoglierci. Da lì è nata spontaneamente quella commistione.
Riascoltando oggi “Il Vile”, vi sembra figlio di un’altra vita?
Cristiano Godano: No, non ho mai avuto problemi con il nostro passato. Ogni disco rappresenta uno step di crescita. Non mi interessa soffermarmi su ciò che avremmo potuto fare meglio: anche gli errori fanno parte del percorso che ti porta fin lì.
Se oggi ne parliamo ancora, è perché quel lavoro ha avuto una forza evidente.
La ristampa è accompagnata dalle illustrazioni di Alessandro Baronciani. Perché aggiungere un nuovo immaginario visivo a un disco così radicato nella memoria?
Riccardo Tesio: Rifare la stessa identica edizione ci sembrava poco interessante. Confrontarsi con un altro artista significa far nascere qualcosa di nuovo.
Baronciani conosceva già il disco: era venuto ai concerti all’epoca e ne era rimasto colpito. Non si è limitato a una nuova copertina, ha realizzato un vero racconto a fumetti ispirato ai brani.
È una “storia nella storia”, un altro punto di vista che arricchisce l’oggetto fisico e può essere anche un ponte per chi non conosce ancora Il Vile.
Dal vivo come vi state riavvicinando a queste canzoni? Con fedeltà filologica o con spirito di reinterpretazione?
Riccardo Tesio: Un po’ diverso sarà inevitabilmente, ma l’idea è restituire la spigolosità originale. Saremo in quattro sul palco, come allora, senza arrangiamenti aggiuntivi: volevamo rispettare quell’essenzialità.
Cristiano Godano: La differenza la farà solo l’età: abbiamo trent’anni in più. Ma quel suono è nel nostro DNA. Non siamo una band che rinnega ciò che è stata. Se riprendiamo quelle cose, le suoniamo per quello che sono.
Suonare oggi “Il Vile” è più memoria, resistenza o sfida?
Cristiano Godano: Se devo scegliere, memoria. Ma una memoria viva, non celebrativa.
Se poteste incontrare i Marlene Kuntz del 1996, cosa direste loro?
Riccardo Tesio: Non rovinare la magia di quell’epoca. Lascia che accada.
Un disco così nascerebbe allo stesso modo oggi?
Cristiano Godano: Oggi il contesto è completamente diverso. Un disco come “Il Vile” non avrebbe nemmeno un decimo dell’impatto che ha avuto allora: è cambiato il pubblico, il modo di ascoltare, la fame di quel tipo di musica.
Riccardo Tesio: Anche all’epoca era un disco complesso, ma c’era più tempo per ascoltare davvero. Oggi si passa subito oltre. È una musica che richiede dedizione, e la dedizione è diventata più rara.
Trent’anni non sono nostalgia, ma prospettiva
Riascoltare “Il Vile” oggi non significa congelarlo in una celebrazione museale, ma riportarlo nella sua dimensione più autentica: quella di un’opera che continua a interrogare il presente.
Il ritorno sul palco di queste canzoni non è una replica del passato, bensì la dimostrazione che certi dischi non appartengono a un’epoca, appartengono a chi continua ad ascoltarli.
E forse è proprio questo il segno più evidente della loro necessità.
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