Ecco il nuovo disco di Massimo Priviero, all’alba dei suoi 30 anni di carriera (che cadranno nel 2018). Si intitola “All’Italia”, un lavoro questa volta acustico nella sua matrice portante, acustico di chitarre e di tantissima intimità nei racconti, quel gusto paesano un poco francese con le fisarmoniche che danno un colore struggente durante la preziosa “Bataclan” o quelle armoniche un poco alla Springsteen di strade lunghe e polverose quando suona “Abbi cura”… o ancora i violini che un poco richiamano scenari epici, a tratti medioevali, quando suona “Cielo Blu”. E in questo calderone di espressioni e disegni, non stupisce neanche un disegno tribale, quasi americano, decisamente scuro e noir che accompagna la commozione di “Friuli ’76”… e poi tantissimo altro che sfocia – e anzi quasi si sfoga nel singolo “London” che, assieme all’incalzante coro di “Rinascimento” o a a quel gusto pop alla Bryan Adams di “Berlino” che un poco si accontenta di restare acustica anche se freme di energia e il mio piede batte il tempo e chiede e pretende energia da esplodere, sono i momenti più “rock” di questo nuovo disco di Massimo Priviero. Un lavoro al nostro bel paese di tantissime storie di adii, di partenze, di rinunce e soprattutto di ritorni. In questi 13 inediti (l’ultima “Basso Piave” è una bonus track), Priviero attinge dai grandi classici e dalle strutture tradizionali arricchendoli però di una profonda e personale profondità. Storia di ieri e il futuro di oggi secondo il racconto di uno dei più grandi rocker della nostra tradizione italiana.

Un ritorno in scena anche il tuo, se vogliamo, non solo quello che narri nel disco. Ce lo racconti? Come hai trovato la scena musicale di questo bel paese?
Mah! Vengo da un album live uscito solo due anni fa che ci ha fatto girare parecchio l’Italia. Poi mi son fermato a scrivere questo concept che è uscito di getto. Riguardo alla scena musicale italiana non saprei dirti e mentirei se ti dicessi che la seguo con attenzione. Potrei solo dirti che anche la musica riflette i tempi che viviamo e non credo che questi tempi siano memorabili.

Un figlio che parte, una terra che spesso viene abbandonata, un suono acustico di chitarra che forse prima non ti apparteneva e poi quella voce che ormai conosciamo da tanto tempo. Come hai fatto stare tutti questi elementi sotto lo stesso disco? Intenzione voluta o istinto di una rivoluzione?
Spesso nei miei album sono comparse canzoni che definiremo acustiche, giusto per capirci. Dunque da questo punto di vista quel che è accaduto è che questa parte di me è diventata quella principale e certamente adatta ad accompagnare un album che è essenzialmente fatto di storie. Storie di migrazioni tra ieri e oggi unite da un filo rosso fatto di forza e di coraggio conseguente alle scelte. I suoni dovevano essere al servizio dei protagonisti che si raccontano e per questa ragione dovevano essere leggeri, quasi marginali. Intenzione e istinto si mescolano sempre, come puoi immaginare. Questo album, essenziale e acustico, è quel che sono oggi. Del domani, invece, “non v’è certezza” come un giorno si disse.

Bellissima “Friuli ’76”. Ti è appartenuta quella tragedia in qualche modo? 
Non ero tanto distante da lì, come puoi immaginare. Ero un ragazzino. Allo stesso modo ho avuto amici di famiglia coinvolti con tutto quel che ci va insieme. Puoi trasportare questa canzone nel tempo naturalmente e pure spostarla geograficamente. E’ un quadro e un viaggio senza tempo ed è la storia di un sopravvissuto che parla con la propria anima. Fotografare quest’anima è quel che ho provato a fare.

Ma in generale, come sei riuscito a penetrare l’intimità di addii e partenze di storie anche lontane dal tuo vissuto personale? Come sei riuscito a farle tue?
Qualcuno ha scritto che ho cercato, sta a voi dire se ci son riuscito, di essere prima figlio poi fratello e infine padre dei protagonisti di queste storie. Ovvio che si sono mescolate anche in tante vicende di tipo autobiografico tuttavia, sinceramente, non è possibile alcun approccio vero in assenza di una profonda affinità elettiva. La condivisione umana è la chiave della comprensione e questo è stato per questo album. Per molti versi io stesso sono le persone che racconto come , questo accade più o meno da sempre, io stesso sono le canzoni che scrivo.

E dopo il grande successo all’Alcatraz? Ti troviamo in giro per lo stivale?
Definiremo a breve come portare in giro questo album nel 2018. Ma quasi certamente così sarà!

 

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