di Chiara De Luca
C’è una dolcezza ruvida nelle canzoni di Montegro, l’alter ego di Daniele Paolucci: un calore che arriva dal Sudamerica e una malinconia che sembra nascere dalle strade di Roma. Lo abbiamo incontrato all’Alcazar il 6 novembre, durante il soundcheck del live romano all’Alcazar: luci accese a metà, la band che prova gli ultimi passaggi, lui che sistema dettagli e ascolta tutto con attenzione. È lì, in quel momento sospeso prima del concerto, che abbiamo parlato di Vita bellissima – il suo primo album, uscito il 24 ottobre -, del bisogno di riportare queste canzoni sul palco e di cosa significa per lui suonarle oggi, davanti al pubblico.
Oggi torni dal vivo all’Alcazar con la band al completo. Portare Vita bellissima sul palco — con tutta la sua fisicità e i suoi contrasti — che cos’è per te? È un dare unilaterale o ti aspetti qualcosa in cambio dal pubblico?
Dal vivo vorrei far vedere la musica, è il mio primo pensiero. Dopo più di un anno di lavoro sento la necessità fisica di metterla su un palco. Ogni suono, ogni respiro, la band: volevo che arrivasse tutto. Non ho pensato a cosa potesse tornarmi indietro, sono concentrato sul dare. Poi certo, speri sempre che la musica tocchi qualcuno, magari pure più di come la senti tu quando la scrivi.
“Siamo tutti disposti a tradire” è un inizio che spiazza: sembra una resa lucida, una verità scomoda. Da dove nasce quella frase? E tu, tradiresti mai la tua idea di musica?
Nasce da una follia calcistica: Dybala che forse lasciava la Roma. Da romanista l’ho presa malissimo, mi sono proprio sentito tradito. E allora ho pensato a quanto tutti, in fondo, siamo disposti a tradire: per soldi, per ambizione, per un sogno nuovo. Mi sono chiesto se potrei farlo anch’io con la mia musica. Non lo so. Spero di no, ma non puoi mai dirlo davvero. So solo che, ad oggi, credo di non essere disposto a farlo.
Nei Voina suonavi un rock viscerale, oggi invece ti muovi in un territorio più intimo e sfumato. Qual è stato il passaggio da quella stagione più cruda a questa forma più introspettiva?
I Voina sono stati un pezzo importante della mia vita, mi hanno formato tantissimo. Però a un certo punto ho sentito che dovevo cercare qualcosa che mi assomigliasse di più. Non è stato un bisogno, è stato un passaggio naturale: crescere, cambiare pelle. Così è nato il progetto solista. E poi Roma… Roma ti prende a schiaffi e ti abbraccia insieme. Mi ha dato stimoli nuovi, modi diversi di osservare le cose, chiavi per scrivere. La rifarei mille volte quella scelta.
Hai detto che vuoi raccontare l’incertezza della nostra generazione senza fare la voce del profeta. C’è stato un momento in cui l’incertezza non era più una fatica ma una possibilità reale?
Io nell’incertezza ci vedo sempre un potenziale. Non la vivo mai come un limite. È lo spazio dove può succedere tutto. Un po’ come la malinconia, che per me non è tristezza: è una malinconia luminosa. Settembre è il mio mese preferito proprio per questo, quel limbo in cui puoi ancora tutto. Mi piace l’idea di levigare le emozioni, pure quelle dure, per tirar fuori il bello che nascondono — come alla fine di una relazione.
“Musica America Latina sulla Casilina” è un’immagine potentissima: parla di appartenenza e movimento insieme. È lì, in quella frizione tra due mondi, che senti nascere la tua identità artistica?
L’ho scritta quando vivevo sulla Casilina, vicino Torpignattara. La notte guardavo quella strada piena di vita — luci, bar, voci, odori, colori. È una fotografia di quel periodo. Roma per me è questo: un’umanità che ti travolge. E io mi sono sempre sentito diviso tra due mondi, tra ripartire e restare.
Il disco è tutto suonato, niente elettronica né campionamenti. È una scelta di autenticità o un bisogno fisico di tornare allo strumento?
Il disco è suonato e basta. Ho provato anche cose più elettroniche, che nemmeno mi dispiacciono, ma io nasco con la chitarra. L’ho imbracciata da ragazzino e da lì è partito tutto. A un certo punto ho sentito la necessità di togliere tutto il resto e far uscire la musica nuda, diretta.
Nella tua carriera hai collaborato con diversi artisti. Ad esempio con Max Gazzè in “Un’altra adolescenza”. Vuoi raccontarci qualcosa di quest’esperienza?
Suonare con Max Gazzè è stata una cosa che mai avrei immaginato. Quando mi hanno detto «facciamogli sentire questa cosa», ho pensato che non sarebbe mai piaciuta. E invece sì. Abbiamo lavorato insieme, ho aperto dei suoi live… per me era come un ragazzino che gioca a pallone con Totti. Io sono cresciuto con i cantautori romani: capisci che sogno è stato.

E, invece, con quale artista ti piacerebbe collaborare?
Mi piacerebbe lavorare con Tropico. Mi piace come interpreta la musica, come dice le cose senza costruzioni inutili. Sento vicino il suo modo di raccontare. Anche se, lo ammetto, spesso quelli che mi piacciono davvero sono già morti.
Montegro e Daniele come coesistono?
Nella vita sono diverso da come appaio sul palco: timido, metodico, con bisogno di controllo. Poi salgo lì e cambia tutto. Mi dicono sempre che sul palco sembro un’altra persona, ma è proprio lì che mi sento più libero, più vero. La musica tira fuori tutto quello che nella vita tendo a trattenere. Per il resto, siamo molto simili.
Dove ti vedi tra dieci anni?
Spero solo di esserci ancora. Non lo do per scontato. Questo mestiere è strano, non sai mai dove ti porta. Quando sono venuto a Roma non avevo nulla in mano, e forse è stata proprio l’incertezza a spingermi a provarci. Quindi sì: spero di fare ancora musica, di avere ancora qualcosa da dire e qualcuno disposto ad ascoltarlo. Se tra dieci anni sarò ancora qui, vorrà dire che qualcosa di buono l’ho combinato.
Quando il soundcheck finisce, la sala torna al silenzio di prima. Montegro scende dal palco con la stessa calma con cui ci ha parlato, già proiettato al live della sera. Vita bellissima è un disco che vive soprattutto così: negli spazi in cui la musica si prova, si aggiusta, si rimette in mano. E forse è questo che gli interessa davvero: continuare a farla esistere, una sera dopo l’altra, senza dare nulla per scontato.







