Partiamo da una semplice constatazione. Quella del titolo di questo articolo non è una domanda, ma una affermazione. Motta è un miracolo della musica italiana. Un piccolo miracolo forse, ma sempre tale rimane.

Il 18 marzo il nostro Francesco, che di fatto ci dà solo il cognome sull’album, ha spento la prima candelina del suo “La fine dei vent’anni” e l’ha fatto nella città che l’ha adottato e l’ha influenzato forse più di tutte, Roma, al Monk.

Fare un doppio sold out probabilmente non è più un “miracolo” ormai, vista l’esplosione del nuovo cantautorato italiano e la nascita di un pubblico sempre più giovane, attento e disposto a spendere i propri soldi non solo per comprare il fumo scadente di San Lorenzo, ma anche per assistere a un evento dal vivo.

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E, oh cielo, i concerti di Motta son sempre un evento. Eravamo presenti al release al Quirinetta, lo abbiamo visto e seguito in lungo e largo nella Penisola e infine possiamo dirlo: ora più che mai Motta fa il migliore show musicale in Italia (almeno nel pop/rock).

Dicevamo della nuova generazione disposta a spendere qualche lira per venire ai concerti, ma di che concerti si tratta perlopiù? Il pop e, ahimè, anche il rock sempre di più diventano enormi carrozzoni karaoke, dove c’è il nostro frontman – quasi sempre disagiato – che canta, con empatia spesso vicino allo zero, le proprie canzoni stando bene attento a non variare nulla, a rendere lo show esattamente una copia fedele dell’album. Il risultato? Un enorme, interminabile coro di ragazzine stonate e ragazzi che rendono ogni strumentale un “po po” da stadio, di Whitestripesiana memoria. Questo perché le persone vogliono solo e soltanto cantare in coro qualcosa che fingono li rappresenti. Se poi sul palco c’è l’artista o il disco in riproduzione poco conta – tanto nessuno sarebbe capace di distinguere i due.

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Ecco, Motta è diverso. Il suo è un mantra rock, tantrico, da rituale cabalistico, oscuro e strisciante come una cerimonia voodoo, che ti prende alla gola e ti ipnotizza. Non pretende di farti cantare e, forse per i volumi alti sono pochi i cori che si ascoltano, e mai che diventino loro i protagonisti della scena. Le canzoni si allungano, si contorcono, finalmente libere dalle gabbie dei solchi dell’album, dalle costrizioni dei 3 minuti da singolo. Sono canzoni ancora vive perché perennemente diverse, grazie all’incredibile lavoro di una band che ha fatto proprie le emozioni all’origine e le ha fatte crescere. C’è sicuramente Motta, al centro della scena come uno sciamano a raccontare la sua visione disincantata e mai retorica di questa generazione a metà, senza amori da romanza o problemi condivisibili solo su Instagram. Ma c’è Giorgio Maria Condemi, alla chitarra, che piega la struttura dei brani, dilata la canzone e la porta in alto, in basso, in volo a spirale verso la svisata psichedelica, il raga rock, il punk nichilista e rumorista. C’è il lavoro di Cesare Petulicchio alle pelli, che ci proietta verso i riti neri di Haiti, nell’Africa oscura e pagana. E poi l’enorme lavoro di Federico Camici, che insieme a Leonardo Milani tiene insieme il tutto, proiettandolo in un’onda dronica costante.

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Insomma, la band è super forte, ma lo sapete anche voi. Il risultato di avere musicisti così talentuosi e di lasciarli divertire con le canzoni è che il concerto stesso diventa rito, happening ed evento, sempre diverso perché in sempre vivo, in divenire costante. Motta compie un piccolo miracolo perché riesce a proporre una grande scrittura mai schiava di se stessa, mai costretta a reiterarsi all’infinito nell’ennesimo live karaoke da canticchiare tutti insieme. Come un Lou Reed pisano, un Johnny Cash in acido, Motta riesce a essere italiano ma non vincolato all’italianità, cantautore senza retorica, poetico senza romanticismi, concreto senza nichilismo. Insomma, vince e convince su tutta la linea. Che questo primo anno de “La fine dei vent’anni” possa significare qualcosa di importante? Glielo auguriamo.

Al momento, solo Motta riesce a garantire uno show che sia godibile sotto tutti i punti di vista, e di farlo senza fronzoli superflui, solo con la grande efficacia di una grande musica, opera di grandi musicisti. Colleghi cantautori, eletta schiera che si vende alla sera per un po’ di milioni, prendete nota, perché nessuno in Italia fa un live show come Francesco Motta e la sua grande band.

Riccardo De Stefano

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