-Di Rossella Vianello-
Pino Daniele, Napoli e il Blues mediterraneo: storia di una voce che ha trasformato dialetto, città e radici del Sud in una grammatica musicale universale.
Cosa accade quando un’artista non si limita solo a fare musica, ma diventa identità intrinseca di un popolo viscerale, con una propria lingua e una propria realtà, che perfino ai profani sembra comprensibile?
Succede che ti chiami Pino Daniele, musicante e lazzaro felice.
Napoli come lingua madre
Perché Pino Daniele non può essere raccontato senza Napoli e Napoli, allo stesso modo, non può essere attraversata senza passare dalla sua musica, un contrasto univoco costante tra il sacro e il profano in un tempo indefinito.
Non è un semplice legame geografico è una coincidenza strutturale che ne ha tradotto il linguaggio frammentato, le contraddizioni e ha trasformato in suono ciò che nella città resta spesso non detto o difficilmente spiegabile.
Napoli è un sistema emotivo complesso, fatto di eccessi e sovrapposizioni.
La sua musica funziona allo stesso modo.
“Son nato a Napoli, perciò, mi piace il mare… Perché ho mal di te…”
Così inizia una delle sue tante splendide canzoni ed è esattamente quello che succede quando visiti Napoli: c’è un malessere sottile che si insinua dentro, un agglomerato di emozioni che ti scivolano addosso senza chiedere permesso.
Ed è quell’agglomerato che lui trasforma in musica negli anni ’70, quando comincia a suonare ovunque: matrimoni, feste, piccoli semivuoti locali, senza ancora sapere che sta costruendo in realtà qualcosa di unico.
Non gli interessano le etichette lui suona, sperimenta, mescola, frequenta musicisti come James Senese, che diventerà suo mentore e “fratello maggiore” ed entra a far parte dello scenario artistico napoletano.
Mentre la tradizione napoletana resta ancorata a un certo modo di raccontarsi, capibile per lo più agli autoctoni, lui la sposta, la porta nel blues: un blues che mostra da una parte le madonne appese in ogni vicolo, con biglietti sgualciti, preghiere, promesse, richieste di miracoli, dall’altra santoni che tolgono il malocchio con sale e cornetti, a suon di sciò sciò cicciuè!!!
È dentro questa tensione che nasce “Terra mia” nel 1977.
Non è solo un disco, è una presa di posizione e dentro “ Napule è”, scritta a soli 18 anni, c’è già tutto: la fede, la superstizione, la bellezza e la contraddizione, odori di sfogliatelle appena sfornate che si mescolano, senza chiedere scusa, alle pisciate di cani e di bestie umane, colori vivi come ferite aperte, svendite urlate dai commercianti.
E poi in quegli anni c’è la conoscenza con Massimo Troisi nella trasmissione televisiva “No stop “diretta da Enzo Trapani, trasmissione per l’epoca rivoluzionaria perché priva di conduttore, basata su un flusso continuo di sketch e musica, qui si dice che un giovanissimo Pino abbia incontrato Massimo con il trio La Smorfia (bisognerebbe scrivere un intero capitolo su questo splendido trio).
Questo incontro tra i due si trasformerà in una grande amicizia e un indissolubile sodalizio artistico e umano, d’altronde si riconoscono subito: stessa delicatezza, stessa ironia, stesso modo di togliere invece che aggiungere.
Troisi racconta Napoli con i silenzi dei vicoli portati al cinema, Pino Daniele la racconta con le pause tra una strofa e un’altra e in mezzo, senza fare rumore, nasce una delle immagini più vere che abbiamo avuto di quella città.
Poi Arriva il momento in cui quella voce smette di restare nei vicoli e comincia a viaggiare.
Il Blues che spostò Napoli al centro
È il 1980, ed esce “Nero a metà” di fondamentale importanza per il suo percorso artistico, dedicato alla definizione data da Mario Musella, scomparso poco prima della pubblicazione del disco, un mix di Blues, Funk Jazz e Rock instillato nella tradizione partenope, un disco che accetta il caos e lo trasforma in linguaggio universale.
E lì che accade la magia: Napoli esce da Napoli facendo succedere una cosa quasi inspiegabile per l’epoca, in un’Italia ancora spaccata tra Nord e Sud, dove il dialetto è distanza, lui fa qualcosa di radicale, non traduce, eppure arriva ovunque, un caos che è arte pura, un’arte che è sopravvivenza.
Napoli così smette di essere periferia, diventa centro nevralgico, non la capisci fino in fondo ma la senti, perché a Napoli tutto è esagerato ma tutto è sentito: il dolore, la fame, la gioia e una volta che la conosci accadono due cose: o ti respinge o ti adotta e quando ti adotta, non ti lascia più andare.
È lo stesso principio della sua musica: non serve capire ogni parola, serve solo sentire ed è così che il Nord, lentamente, smette di guardare Napoli da lontano e comincia ad ascoltarla, a viverla.
Pino Daniele diventa così un ponte senza dichiararlo e senza permesso, i brani come “Je so’ pazzo” non sono solo canzoni: sono affermazioni di identità, rabbia, libertà, ti entrano nelle ossa, ti vibrano nello stomaco e che tu sia di Milano o di Cosenza l’effetto alla fine è sempre lo stesso, quando ascolti ad esempio” je so pazzo” ti viene voglia di dire a tutti “non nce scassate ‘o cazzo”.
Le sue canzoni non passano, restano e ogni porta socchiusa è una storia, ogni voce una confessione, ogni risata uno sfogo, un eco, ed è esattamente quello che fa lui: ascolta, osserva, racconta, non inventa nulla, raccoglie ma si modifica, si plasma in base alle narrazioni come solo un musicante sa fare.
Poi arrivano negli anni successivi — “Vai mo’” (1981), “Bella ’mbriana” (1982), “Musicante” (1984), “Ferryboat”(1985) — e quella sopravvivenza diventa stile, insieme alle crepe dei palazzi che raccontano più di qualsiasi libro, un po’ come la canzone “ Anna verrà”, (prima canzone in italiano) nel 1989, dentro “Mascalzone latino”, una canzone più fragile, più lenta, più profonda, dedicata ad una delle più grandi attrici, molto spesso sottovalutata, come quelle crepe, simbolo femminile del neorealismo italiano.
Arrivano gli anni Novanta e con loro un cambiamento radicale in Italia, cade la Prima Repubblica a causa dell’inchiesta “mani pulite”, scende in politica Berlusconi, la mafia attacca senza più nascondersi e uccide Falcone e Borsellino e parte il periodo d’oro della discoteca e della musica dance in Italia.
Succede anche alla sua musica, cambia, si apre, diventa ancora più accessibile con una svolta pop-mainstream — “Un uomo in blues” (1991), con il famoso il pezzo “‘O scarrafone” “Che Dio ti benedica” (1993), “Non calpestare i fiori nel deserto” (1995), con collaborazioni come Jovanotti ed Irene Grandi, “Dimmi cosa succede sulla Terra”” (1997). “Come un gelato all’equatore” (1999) arriva più pubblico e arrivano più critiche.
Col tempo, le sonorità si modificano, qualcuno storce il naso, qualcuno parla di tradimento.
Ma la verità è più semplice: Pino Daniele non si è mai fermato abbastanza a lungo da diventare una formula ha continuato a cercare e poi chi è stato adottato resta comunque.
Nel frattempo, le collaborazioni si moltiplicano.
Incontra artisti come Eric Clapton, Pat Metheny, Wayne Shorter. Musicisti che riconoscono in lui qualcosa di raro: un blues che non è americano, ma è autentico lo stesso, come se il Mediterraneo, finalmente, avesse trovato un altro modo per parlare.
Ha collaborato con un numero vastissimo di artisti in oltre 40 anni di carriera, spaziando dal blues al jazz e al pop.
Tra i collaboratori storici figurano Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Rino Zurzolo, Tony Esposito e James Senese.
Negli anni 2000, Pino Daniele continua a pubblicare album, riavvicinandosi alle radici blues e mediterranee con “Medina” (2000) con collaborazioni come i 99 posse, “Passi d’autore” (2004) e “Boogie Boogie Man” (2010), mescolando tradizione e nuove sonorità.
Radici, ferite e ritorni
C’è un Mediterraneo che non si vede ma si sente, è dentro la sua musica si ritrova
quella mescolanza di lingue, odori, contraddizioni che ogni città del Sud riconosce come propria.
Se sei nato sul mare, lo capisci subito, Pino Daniele non è solo Napoli sono i vicoli, il rumore, l’aria salata è un modo di vivere, un equilibrio estremamente fragile tra bellezza e fatica, tra gioia e dolore.
Io come tutti, quello stesso equilibrio maledettamente precario, l’ho vissuto a Taranto, perla dello Ionio, città fondata dagli Spartani, terra violentata, stuprata, umiliata da una politica che ha messo al primo postogli interessi economici a dispetto delle vite degli abitanti.
Un amore profondo per la propria terra, mescolato a qualcosa che lacera l’anima indissolubilmente.
E allora smetti di analizzare la musica ed inizi a riconoscerti, perché quella voce non racconta solo una città racconta tutte le città che ami e che, allo stesso tempo, ti feriscono.
Racconta chi resta, chi prova a restare, chi cresce dentro una contraddizione costante e impara a chiamarla casa. Ed è così che non stai più ascoltando una storia lontana, stai ascoltando la tua. Non ricordo esattamente quando ho iniziato ad ascoltare Pino Daniele. Ricordo quando ho iniziato a capirlo, quando quella voce è diventata un posto. Un posto da terrona “fuori sede” in cui tornare anche quando non sai più dove andare. Perché certe canzoni non passano ,ci accompagnano in ogni nuovo luogo per ricordarci sempre dove sono le nostre radici.
“E si chest’ è ‘o bene… nun more maje.”
Pino ha lasciato il corpo nel 2015 regalandoci per fortuna una discografia che ancora oggi e estremamente attuale e sentita.






