«Sono stupefatto! Non sapevo fossi in grado di comporre in modo così grazioso. Ti prego, cerca di fare più spesso queste cose», scriveva Wolfgang Amadeus Mozart alla sorella Maria Anna nel 1770. Nannerl suonava il clavicembalo e il pianoforte. Nannerl componeva sinfonie che non abbiamo mai ascoltato. Pensateci, non si contano le note che non abbiamo mai ascoltato, perché a crearle, scriverle e suonarle è stata una donna.

Finché una di loro ha deciso di esprimere la volontà «di mostrare al mondo il vanitoso errore degli uomini di possedere essi soli doti intellettuali, e di non credere possibile che possano esserne dotate anche le donne».

Sono parole di Maddalena Casulana, compositrice del periodo tardo rinascimentale, prima donna a pubblicare le proprie composizioni nella storia della musica occidentale.

Storie affascinanti come questa potete trovarle su Note di donne, musiciste italiane dal 1542 al 1833, di Daniela Domenica. Senza andare troppo lontano nel tempo, qui possiamo ricordare che ancora oggi sono migliaia le musiciste e compositrici alle quali è proibito esprimersi in pubblico. In Iran anche solo cantare in pubblico costituisce reato. Le non poco famose cantanti iraniane si destreggiano fra mille stratagemmi per nascondere la loro identità: mostrano la schiena, i piedi, le silhouette dietro veli e tende, il loro riflesso sull’acqua, oppure si nascondono dietro grossi occhiali da sole, dietro maschere colorate di trucco pesante. Non pochi concerti a Teheran vengono annullati per la presenza femminile tra i musicisti. Anche solo cantare in pubblico in Iran è vietato per legge, e il codice penale prevede una pena fino a 79 frustate per avere cantato senza autorizzazione.

Senza andare troppo lontano nemmeno nello spazio, veniamo al qui e oggi. La percentuale di donne musiciste, compositrici e persino direttrici d’orchestra è indiscutibilmente aumentata, anche in Italia. La legge non lo vieta, certo. Ma restano non pochi pregiudizi in un ambiente che fatica a scrostarsi dai secoli di “panni maschili”. Bando alle ipocrisie, in questi anni vi sarà capitato di ascoltare – se non pronunciare – frasi come «sì, è brava, ma la chitarra è uno strumento maschile, perché suonandola si emula il rapporto sessuale».

Nur Al Habash ha premurosamente messo in fila su Rock.it cinque tipi di pregiudizi:

  1. “Le donne non hanno cultura musicale”, c’è bisogno di un uomo che consigli loro i giusti ascolti;
  2. “Se c’è una donna nel backstage, è la fidanzata di un membro della band”, chissà a far cosa….!;
  3. “È perfettamente lecito parlare di musica al femminile”, come fossimo una specie in via d’estinzione o da proteggere;
  4. “Una musicista è degna di attenzione solo se è figa”, e non ho altro da aggiungere;
  5. “Le giornaliste musicali non sono competenti quanto i loro colleghi”, in verità non sono le sole, sovente, vale per le giornaliste tout court.

Insomma, le donne sono fatte per riprodurre (figli) ma che non vi venga in mente di riprodurre musica! Per questo in copertina trovate quattro donne, musiciste e compositrici. Perché sono tante le cose che le donne hanno ancora da dire, anche attraverso il pentagramma. Ed è ancora forte quella volontà «di mostrare al mondo il vanitoso errore degli uomini di possedere essi soli doti intellettuali, e di non credere possibile che possano esserne dotate anche le donne».

Buona lettura e buon ascolto.

P.S. avrei potuto scrivere delle logiche di mercato, delle donne-groupies e delle donne-immagine modello Mtv. Ma il mercato non è una questione di genere, né tanto meno di musica.

LEVANTE

Levante sembra esser riuscita, in poco tempo, a passare da una “vita di merda” ad aver cura di sé.

«Manuale Distruzione è la mia tristezza post adolescenziale, con Abbi cura di te scelgo la felicità, punto a vie più luminose. Sono a metà strada: c’è la rabbia di Manuale ma la consapevolezza di Abbi cura..., una marmellata dei due.» 

Con Abbi cura di te, Levante diventa da “promessa”, conferma; tra scena indipendente e mainstream.

«Il mondo indie non mi dà gran credito, quello mainstream mi vede difficile. Quando uscì “Alfonso” ero solo un tormentone estivo, poi son riuscita a dire chi ero. Cammino in punta di piedi, pensare di non esser arrivati mi dà quella marcia in più. »

 Levante ha dimostrato di essere un’ottima autrice, la prova del “bella e brava”. Una donna alla personalità decisa.

«Gli uomini sono a volte poco cerebrali. La donna è più forte, tira fuori i denti, si piange meno addosso. Sono poi legata alla bellezza, all’estetica, già a partire dalle copertine degli album. È un messaggio positivo.» 

Per ogni canzone un aspetto nuovo, una luce, un’ombra. Fino al duetto con la madre in “Finché morte non ci separi”, sovrapponendo arte e vita.

«Scrivo di ciò che mi accade, la mia realtà. In “Finché morte non ci separi” canto con mia madre: d’altronde è la sua storia, non potevo non coinvolgerla. È stata più brava di me ed è fenomenale anche nel video. Bella e brava!» 

Levante è la voce forte di una nuova generazione d’autrici, dentro una tradizione ma mai copia.

«Ho una predilezione per Meg e Cristina Donà, che sento emotivamente vicina. Amo Carmen Consoli, ma è stato doloroso vedermi accostata a lei, ho trovato svilente la cecità nel non notare le differenze.» 

Il 2016 è un anno di fermento: un tour in divenire e un lavoro nuovo all’orizzonte. 

«Giriamo da oltre due anni senza tregua e continueremo fino a maggio: ci aspettano Milano e Torino, dove torno dopo un anno e mezzo. Sarà esplosivo, con ospiti e visual particolari. E poi un nuovo album: la mia vita va avanti e di cose da dire ne ho sempre. Sarà particolare, più rabbioso rispetto a Abbi cura di te.»

 

SARA LORENI

Sara Loreni è emersa alle cronache nazionali per il “gran rifiuto” a X Factor, dove ha lasciato il posto a un altro concorrente, stupendo critica e pubblico per la sua mossa coraggiosa. 

«S’è scardinato il meccanismo alla base: il fatto che in Italia la musica indipendente faccia fatica ad affermarsi fa sì che un programma televisivo come X Factor rappresenti la massima aspirazione per un cantante. Aver messo in discussione questo ha stupito chi non concepisce un percorso musicale legato all’autorialità. Ma non ci sono vie facili: l’unica via è il lavoro quotidiano.» 

Mentha è il suo primo full lenght, caratterizzato dalla forte presenza dell’Io dell’autrice nei brani. 

«Nel disco racconto le esperienze e gli incontri di questi anni. Mi piace partire dalla vita reale per scrivere una canzone: sono solo la realtà e la vita a colpirti talmente a fondo da spingerti a raccontare qualcosa.» 

Cantautrice sui generis, grazie alla ricerca sulla voce e sui suoni, Sara è quanto di più lontano dal tradizionale immaginario legato alla figura dell’artista chitarra-e-voce. 

«In Italia dire “cantautore” significa inserire l’artista in un filone legato a uno specifico modo di scrivere canzoni e di raccontare. Preferisco definirmi una songwriter e una performer, perché hanno un peso minore e un valore diverso.» 

Musicalmente emerge l’elemento elettronico, senza mai risultare invasivo. E la lingua usata è agile ma non scontata.

«Scrivo partendo perlopiù da una melodia, oppure utilizzando la loop station per sovrapporre voci e bassi. L’importante è che sia la musica a determinare l’atmosfera, per poi far sì che siano le parole ad inserirsi nel tessuto sonoro.» 

Sara è un’artista dal talento cristallino, promessa di questa nuova generazione di autrici ancora ingiustamente snobbate dalla massa.

«Credo ci sia un pregiudizio anche se mai manifesto, sempre politicamente corretto. Ma si deve andare avanti senza farci troppo caso, combattendo la battaglia senza pensare di essere sfavorite o in minoranza.» 

UNA

Dopo l’avventura con gli Jolaurlo, UNA, al secolo Marzia Stano, è nel pieno della sua carriera solista: l’esordio è nel 2013 con Una, nessuna, centomila che ci svela il suo “folk pop turbolento” fresco e mai banale. 

«Sono turbolenta di natura: mi piacciono i contrasti, sovrapporre ritmiche lente e veloci, attingere al folk pugliese, le mie radici musicali, e contaminarle col pop e il rock.» 

Nel 2014 c’è la conferma del suo talento con Come in cielo così in terra: ogni sua canzone è come una piccola finestra su storie atipiche e personaggi affascinanti, come in “Mario ti amo”.

«Il brano è ambiguo, perché dà l’illusione che io sia la protagonista, quando tratta dell’amore tra due ragazzi. Mi impegno a non declinare i sostantivi al maschile o femminile: vorrei raggiungere una forma neutra in modo che chiunque ci si possa ritrovare. È un tentativo di educare la scrittura alla neutralità. Mi piacerebbe che si parlasse di più di omosessualità, argomento caldo e importante: con la musica si possono sradicare molti luoghi comuni.» 

Il 2015 è l’anno del singolo “Amare Stanca”, che la porta alle selezioni per Sanremo Nuove Proposte. E il 2016 è l’anno giusto per un nuovo lavoro. 

«Da un lato è un onore ed una emozione arrivare alla finale, ma esser giudicata in due minuti da persone che non ti hanno mai visto è violento. C’è delusione, ma è stata una esperienza di vita utile. A marzo lavorerò al disco nuovo per poi ripartire col tour, ma questo 2016 non so ancora dove mi porterà.» 

UNA è una autrice originale e riconoscibile, che si svincola con grazia dai luoghi comuni sulle donne del rock italiano.

«Ci troviamo in un’era di passaggio. L’italia ha una tradizione di interpreti donne di tutto rispetto, ma famose grazie ad autori uomini. Sono poche le autrici donne di successo: Carmen Consoli e Cristina Donà, per dire, son sempre loro da anni. Ben venga Levante, che si è creata un suo spazio, sintomatico di un cambiamento.»

 

CASSANDRA RAFFAELE

Cassandra Raffaele, da brava siciliana, non ci sta a farsi etichettare. Non ci sta a farsi incastrare nel termine “cantautrice”. 

«Sono un’artigiana della musica, oppure una “cantora” che usa la musica per raccontare cose difficili. Ogni album è un’opera a sé, ogni canzone è una storia da raccontare. Credo nel valore della libertà dentro la musica, non la si può confinare dentro un “genere”.»

Alle spalle, nel lontano 2010, c’è X Factor, col suo carico di pregiudizi annessi e connessi.

«Partecipai per mettermi alla prova, non scrivevo ancora. Ho subito lo snobismo intellettuale di molti, ma alla fine il talent è solo un programma televisivo. Dovremmo tutti spegnere la tv e andare ai concerti, sentire i dischi. Per far del bene alla musica bisogna viverla.» 

Oggi c’è Chagall, la sua ultima fatica. Un disco ottimo, bilanciato tra i contenuti profondi e la forma, piena di grazia e leggerezza. 

«Il leitmotiv del disco è la leggerezza: anche se c’è molta inquietudine nell’album, la si propone tramite un’altra prospettiva, a tratti surreale ma senza fughe dalla realtà.» 

Emerge forte la personalità di Cassandra nelle storie che racconta, lontano dai cliché, attenta agli aspetti più umani della vita.

«Cerco di vedere i sentimenti in maniera universale: in “Valentina” parlo di un abbandono prima ancora che di una relazione tra due donne, e questo dolore, come l’amore e la morte, non ha sesso. Ho voluto raccontarla attraverso gli occhi di due donne per rafforzare un momento d’angoscia: solo quando questa donna viene abbandonata si scopre la sua vera natura, affettiva e sessuale. » 

Con Chagall Cassandra si dimostra una voce forte e importante nel panorama italiano, nonostante i preconcetti dell’ambiente musicale.

«In Italia siamo abituati a vedere le donne in un certo modo: la donna è la cantante e se fa la musicista o l’arrangiatrice è un’eccezione in un contesto dominato dagli uomini. Ma mi piacerebbe fare una carriera anche come autrice per altri colleghi maschi, perché no?»

Riccardo De Stefano | Tiziana Barillà

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