Meglio Sanremo o Sanromolo? Probabilmente il secondo, condotto e creato da Pif, un piccolo enfant prodige nato nell’Italia che funzionava e cresciuto esponenzialmente in quella decadente.

Ma è un giochino, perché qui si parla di musica. Che in fondo, anche a Sanremo 2014, ha goduto di interesse.

Chi va ringraziato per questo?

Principalmente i Perturbazione, band torinese con un ventennio di attività sulle spalle, che ha portato un brano perfetto per rappresentare se stessa, cioè il pop di qualità. Il ritornello di “L’unica” è ottimo e ha aiutato il sestetto a farsi conoscere in ambienti quantomeno stranianti, se non per loro quantomeno per chi è sempre stato abituato a vederli lottare tra l’indipendenza obbligata e la voglia di fare un salto di qualità. Tv Sorrisi&Canzoni, La vita in diretta, Radio Italia sono solo alcuni dei media che hanno dato loro spazio, con- correndo a farli conoscere come mai prima. Valide sono state anche le canzoni di Cristiano De André (pur essendo passata quella sbagliata), Sinigallia (con il brano squalificato in quanto suonato in precedenza) e Frankie Hi-Nrg (anche se ha fatto di meglio, ma pure di peggio, come testimonia l’altro brano che ha portato a Sanremo). Degne di nota anche altre esibizioni, tra cui quella della vincitrice Arisa e del secondo classificato Gualazzi (con l’apparentemente inutile membro dei The Bloody Beetroots). Oddio, i brutti momenti ci sono stati: l’insopportabile monologo populista di Crozza, l’inspiegabile presenza della nullafacente Casta e qualche altra performance sottotono. Ma si è notata palesemente una cosa: l’indie ormai tira. E non solo dal 2014.

In(d)i(e)zio

Sul palco sanremese, specie nel corso degli ultimi quindici anni, sono passati alcuni artisti che possono definirsi indipendenti, se non per quanto concerne l’etichetta discografica quantomeno per il senso di appartenenza che hanno sempre avuto con quel movimento. Tra questi è impossibile non citare gli ormai pezzi grossi SubsonicaBluvertigoMarlene KuntzMarta sui Tubi ed Afterhours. I primi sono quelli che hanno saputo sfruttare la vetrina sanremese in modo migliore, portando l’ottima “Tutti i miei sba- gli” e contestualizzando il loro comportamento con la ras- segna. Bene, ma non benissimo, è andata ai Bluvertigo,

che con “L’Assenzio” hanno sì piazzato un buon colpo, ma non in grado di scalfire la corazza del pubblico generalista. Passando quindi per reietti, prima che Morgan sfondasse con un prodotto tipicamente mainstream come X-Factor, abbandonando la nave Bluvertigo. Gli Afterhours hanno gettato alle ortiche il nobile intento di far conoscere la compilation Il paese è reale, contenente il meglio dell’indie italico, portando l’omonimo brano (difficile anche per chi è sempre stato abituato ad ascoltarli) replicato in maniera non certo brillante on stage. È obbligatorio anche citare i La Crus con l’eccellente “Io Confesso”, esempio perfetto di classe mista a mestiere e coscienza.

Pesci piccoli?

Ma oltre ai big degli small – che lo sono nella misura in cui lo si vuol credere – ci sono stati anche degli indie meno in vista. Tra questi va citato Zibba, cantautore di gran classe che ha stupito nelle nuove proposte del festival 2014, aggiudicandosi anche il premio Mia Martini. Altrettanto bravo Rocco Hunt, che con il suo rap ha raggiunto il massimo risultato possibile. Se andiamo indietro negli anni troviamo anche la splendida Patrizia Laquidara e l’insospettabile Moltheni (ora Umberto Maria Giardini). Ma è solo recentemente che ci si è accorti, a livello televisivo, dell’esistenza del sottobosco indie.

P.s. Tutto bello, ma Loro sono miei!

Ci sono dei fan che non posso nemmeno definirsi tali. Sono peggio del genitore più possessivo sulla faccia della terra. Solo l’ultras più estremo può paragonarvisi. Ragionano così: “amo l’artista X → l’artista X è mio”. E se partecipa a Sanremo, ed io non sono concorde, significa che si è venduto. Il meccanismo, insomma, è viziato da un’emozionalità talmente forte che annulla totalmente la capacità critica. Un po’ come quello che spinge la madre possessiva a negare opportunità di crescita ad un figlio.

Francesco Bommartini

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