– di Martina Rossato –
Divanetti del Detune, Milano, 2 dicembre 2025
Dopo la data sold out dell’8 novembre al Wishlist Club di Roma, i Sanlevigo sono tornati on the road con Spettri, il nuovo album pubblicato il 19 settembre per Artist First. La band romana nasce nel 2017 e si fa conoscere con un’intensa attività live.
Con Spettri, i Sanlevigo affrontano un viaggio nei territori liminali dell’animo umano attraversando cinque anni segnati da pandemia, precarietà, conflitti e spaesamento generazionale. Un concept che unisce post-punk, new wave e indie-rock in dieci tracce che diventano stazioni emotive.
Il tour vuole trasformare tutto questo in un rito collettivo, uno spazio dove smontare l’individualismo e restituire colore a un presente che sembra averlo perso.
Parto dalla domanda che mi tormenta da quando chiacchierando avete accennato al post concerto di Roma: è vero che c’era un tipo che girava con la foto di Laura Palmer in mano?
Matteo | Sì, guarda, era lui [mostra la foto di un buffo personaggio bardato per il freddo e con in mano la classica foto di Laura Palmer, quella che appare nei titoli di coda, nda]. Andava in giro tenendola come fosse un portafortuna, una scena assurda.
Mattia | E il suo amico era perfino più fuori di lui. Fai conto che ci ho pure discusso: se ne usciva dicendo che la terza stagione di Twin Peaks fa schifo. Ma che siamo impazziti?
Matteo | Io lì gli ho detto: “Fratello, semplicemente non c’entra nulla con le prime due. È un’altra opera”. Poi oh, c’è chi preferisce la parte super-soap della seconda stagione, quella di James…
Mattia | Quella parte ha quasi un suo senso, ma per me la terza stagione è dieci a zero, su un livello totalmente diverso.
Matteo | E poi rivedere come hanno ripreso Fuoco cammina con me… è troppo bello: senza quel film non puoi entrare nella terza stagione.
Emanuele | Comunque sì: quei due erano fomentatissimi. Sembrava stessero per andare a evocarla, Laura Palmer [ride, nda].
Siete molto legati all’immaginario lynchiano: quanto vi influenza quando scrivete o parlate di musica?
Matteo | Molto. Nel primo EP avevamo pure inserito campioni della voce del Nano. Era su Doppelgänger, uscita sei anni fa… che impressione pensarci.
Lorenzo | La suoniamo ancora ai live, con la chitarra e con me al basso. E io col basso ormai faccio quello che posso: lo maltratto da vent’anni.
Emanuele | Senza sintetizzatore dobbiamo reinventare certe parti. Non è sempre possibile portare tutta la strumentazione dietro: ad esempio oggi siamo qui in treno con mille zaini e strumenti essenziali.
Matteo | Anche perché domani dobbiamo andare in Belgio per una data lì!
Parlando di Doppelgänger, il tema del doppio, soprattutto a livello mentale, è fortissimo in Twin Peaks e anche nella vostra musica. Quanto ci state dentro? E quanto dovete frenarvi per non perdervi?
Mattia | Siamo equilibrati, direi: c’è una parte della band più razionale e una totalmente istintiva. Io sono quello irrazionale.
Emanuele | Nella fase creativa rischiamo di impazzire: proponiamo mille versioni dello stesso pezzo, ci ossessioniamo. Serve incanalare il tutto per non andare fuori di testa.
Lorenzo | Dipende dal progetto, ma sì: qualcuno deve chiudere i cerchi e riportare tutti coi piedi per terra.
Matteo | E Mattia resta comunque il più irrazionale.
L’estetica di Spettri è un bel cambiamento rispetto alla copertina di Un giorno all’alba: spazi liminali, brutalismo, sogno lucido. Da dove nasce?
Mattia | Nasce grazie a Claudio Fabietti. Gli abbiamo portato un mondo di screenshot, suggestioni, atmosfere che ci avevano segnato durante la pandemia. Ha preso tutto e l’ha trasformato nella stanza della copertina.
Lorenzo | Ha preso le nostre ossessioni e le ha rese solide.
Emanuele | Anche perché rischiava di diventare copia-incolla del liminale che girava ovunque, invece lui ci ha lavorato mesi per renderlo originale.
Matteo | È pieno di reference nascoste. Qualcuno ci ha detto che ha capito la copertina solo dopo aver ascoltato il disco: la parte estetica è quella magia lì.
La vostra musica è molto visiva. E parla molto al presente.
Mattia | Con Spettri abbiamo scritto il nostro punto di vista su cose attuali, e il bello è che ci ascoltano un sacco di giovanissimi: dai 16/17 anni. È bellissimo.
Matteo | Sì, e secondo me è perché i ragazzi capiscono subito se sei sincero. I millennial spesso restano in superficie, i più giovani invece scavano. E poi Montesi ci ha menzionati: il suo pubblico è giovanissimo.
Emanuele | Tra l’altro è un’età a cui la pandemia ha spezzato la formazione sociale. Chi durante il lockdown aveva 14/15 anni è stato inevitabilmente deformato dalla situazione mondiale.
Matteo | La cosa bella è che in loro vedi proprio il rifiuto dei modelli: lavoro, social, apparenza. Hanno la stessa rabbia sotterranea del post-punk.
Vedendolo da fuori sembrerebbe essere un fenomeno molto romano, questo dei millennial che si scontrano con la generazione Z. E fuori da Roma com’è la scena?
Matteo | A Torino è sempre festa. Parma è silenziosa, attentissima.
Lorenzo | Ti ascoltano come se stessi parlando nel bosco, è figo e straniante.
Mattia | La provincia di Salerno invece esplode, abbiamo un fan club vero. Andiamo anche per loro, il gruppo che si è creato spontaneamente incontrandosi ai nostri concerti. In generale penso che la scena italiana sia stata rovinata da chi l’ha gestita per anni.
E voi dove vi collocate in tutto questo?
Matteo | Siamo un’isola. Non facciamo le cose per scalare, non abbiamo il mindset “Sanremo o morte”. Lacorsa a Sanremo è un sintomo di un sistema che non funziona: c’è chi suona solo per soldi.
E tornando a Spettri, le tracce sembrano dieci stazioni. Era pensato così?
Mattia | Non dall’inizio, nel senso che avevamo mille idee sparse, poi a un certo punto tutto si è unito. E Spettri si è rivelato per quello che era: un concept.
Matteo | L’ordine è venuto naturale: alcune tracce dovevano aprire, altre chiudere.
Emanuele | Riascoltare il disco traccia dopo traccia è stato come guardare la mappa solo dopo aver camminato.
E cosa definisce il disco dal punto di vista tecnico?
Lorenzo | Elettronica, strumenti vintage e un lavoro molto “dal vivo”. Jesse Germanò ci ha seguito con compressori e strumenti anni ’70.
Mattia | E l’ampli anni ’50 costruito in un’officina: quello ha scolpito il suono. È un amplificatore quasi unico, nel senso che ne sono stati costruiti pochissimi.
Matteo | Ma anche la chitarra in sughero, il basso vecchissimo… tutto ha dato un sapore preciso.
E come si porta quel suono in live?
Mattia | Portiamo quello che possiamo. In Italia non sempre trovi sale che suonano come vorresti. Ma quando arrivi al concerto e anche solo tre persone conoscono i pezzi… basta quello.
Matteo | Abbiamo fatto dieci ore di macchina? Ma saremmo disposti a farne anche venti!
Emanuele | Quando il pubblico canta con noi non sentiamo più niente, è incredibile.
E infatti parlate del live come rito collettivo.
Matteo | Sì, perché è il punto finale e cambia sempre: a seconda della sala, del suono, delle persone. Cambiamo scalette, mischiamo pezzi vecchi e nuovi. È come mettere in campo una formazione diversa ogni sera, ed è lì che il progetto prende davvero vita.
PROSSIME DATE DEL TOUR:
27.12 Palo del colle (BA) – Rigenera
09.01 Verona – Anteprima
17.01 Cremona – Arcipelago
30.01 Palermo – Mindhouse







