Entrare nel mondo del music business, si sa, non è affatto cosa semplice, specie se si è alla ricerca dell’originalità, della diversificazione e della vera libertà artistica. Un’operazione complicata anche per l’artista, nella quale ci si va a scontrare con necessità di mercato e compromessi che spesso lasciano in balia di qualcosa che non è più figlio della loro piena espressività.

Tutto questo sembra essere solo un’antica leggenda quando varco i cancelli del Monk live club per prendere parte al Bassa Fedeltà Fest, il 22 ottobre 2017, evento che mette una bella pietra miliare nel giorno dei due anni dall’inizio dell’attività di questa indie label.

Mi accoglie Sara Colantonio, ideatrice ed executive producer di Bassa Fedeltà che mi spiega:

“L’etichetta è nata in cinque minuti, in realtà. Lavoravo come speaker in una radio locale, e mi è capitato di ascoltare un’intervista della band The Shalalalas mentre stavo riordinando l’archivio. Dicevano proprio in quel momento che cercavano un’etichetta che producesse i loro brani ed io mi sono proposta come produttrice. In realtà non sapevo nulla di cosa fosse o come funzionasse un’etichetta, e quindi ho passato l’estate a studiare e a cercare contatti per dare vita a questo progetto. Nell’inverno del 2015 abbiamo registrato l’album in studio e dopo l’uscita abbiamo avuto ottimi riscontri e grandi soddisfazioni; con i The Shalalalas siamo andati subito al Primavera Sound, poi alle finali di Sanremo Giovani su Rai 1, nonché sono stati autori di parte della colonna sonora della fiction “L’Allieva” trasmessa sul primo canale nazionale. Ho poi incontrato altri artisti come La Distanza Della Luna, Le Cardamomò, una grande signora della canzone italiana come Giulia Ananìa, e gli Wyns”.

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È un etichetta che punta ad accogliere nel suo roster generi diversi, senza limitazioni di sound o di lingua. E la serata rispecchia benissimo la varietà di colori e di suoni degli album prodotti da Bassa Fedeltà: due palchi, sui quali si alternano senza sosta i concerti degli artisti dell’etichetta. Si passa dal cantautorato pop rock misto a splendide poesie romanesche di Giulia Ananìa, all’alternative infuocato e romantico degli Wyns, dalle ensuali ed ipnotiche atmosfere create da Le Cardamomò (definire il genere sarebbe un’impresa degna di un eroe greco, meglio solo ascoltare e vivere la loro magica performance di un’artisticità impressionante) all’elettronica dei Distanza della Luna, fino al british folk dei Shalalalas, che colgono l’occasione per presentare qualche pezzo del loro nuovo album in uscita a gennaio.

Ma come fare a convogliare tutta questa diversità artistica?

“Ovviamente seguiamo strade molto diverse per i nostri artisti a seconda della lingua con la quale si esprimono e in base al loro sound. Per alcuni è molto più semplice trovare date all’estero piuttosto che qui nel nostro paese, dove c’è ancora un attaccamento alla lingua italiana non indifferente”.

Il pubblico è variegato tanto quanto gli artisti in scena e c’è una bellissima atmosfera che si insedia tra le quattro mura del Monk.

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I primi due anni sono stati belli, ma altrettanto ricchi di novità si prospettano i prossimi come mi racconta Sara:

“Per l’anno prossimo ci stiamo preparando a lanciare due nuovi artisti di cui per ora non posso dire molto, ma che aggiungeranno ancora diversità e originalità al nostro già ricchissimo catalogo artistico”.

Ma non avrei mai potuto resistere alla tentazione di salutare Sara con un’ultima domanda, se vogliamo più “filosofica”, qualcosa di cui silenziosamente tutti gli addetti ai lavori si interrogano dandosi ognuno una risposta diversa: che cos’è l’indie?

“Credo che oggi molti gruppi si definiscano indie perché indie va bene, indie è buono. In realtà penso si tratti più di uno status, di qualcosa che non ha a che fare con il sound quanto con la propria libertà artistica. Molti degli artisti che oggi vengono ancora messi nel calderone dell’indie sono in realtà parte del mainstream musicale.

Indie è non seguire le mode, credo sia anche quello che sto cercando di fare io con la mia etichetta, ossia spingere gli artisti ad essere sé stessi nella maniera più assoluta, liberi”.

Francesco Pepe

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