– di Martina Rossato –
Satantango, disco di debutto dell’omonima band, è un attraversamento emotivo che mescola shoegaze, cantautorato, echi cinematografici e ricordi di provincia.
Un disco che sembra provenire da un luogo e da un tempo indefiniti, sospeso tra paesaggi padani e schermi in bianco e nero, dove la voce si fa guida e la produzione volutamente imperfetta diventa un’estetica.
La band ci ha raccontato la genesi del proprio immaginario, il legame con il cinema d’autore, la ricerca dell’irregolarità come valore umano e sonoro, e il bisogno di trovare un altrove rimanendo esattamente dove si è.
Il disco è un misto di generi che dà la sensazione di essere fuori dal tempo. A livello sonoro avete utilizzato qualche “chicca” particolare in studio—strumenti inconsueti, microfoni vintage, tecniche di ripresa speciali?
Innanzitutto grazie! Ci fa molto piacere che l’ascoltatore si senta portato fuori dal tempo. A livello di registrazione abbiamo lavorato con un vecchio Mac del 2009, un microfono a condensatore e una scheda audio mezza rotta: cercavamo un suono sporco, imperfetto, ma al contempo avvolgente, in modo da creare una bolla in cui l’ascoltatore possa calarsi e isolarsi dal mondo esterno. Rispetto ai provini originali soltanto alcune batterie sono state riregistrate in una fase successiva, proprio per mantenere “quel qualcosa”. L’effetto fuori dal tempo è forse creato anche dall’unione delle nostre varie influenze, dagli anni 70 ai 90, fino all’utilizzo di distorsori ed effetti radio retrò sulle voci.
Nel vostro lavoro il tema del perdersi e ritrovarsi ritorna spesso, così come un’atmosfera nebbiosa evocata anche dalla copertina. Come avete costruito questo immaginario e cosa rappresenta per voi?
L’immaginario del disco viene in gran parte dai luoghi in cui viviamo, dai campi immersi nella foschia, ma anche da un universo cinematografico a cui siamo molto legati. Ovviamente dobbiamo tanto al film di Béla Tarr da cui prendiamo il nome: sebbene sia ambientato nell’Ungheria degli anni 80, sin dalla prima scena abbiamo pensato “Sembra casa nostra”, le stesse cascine perse nel nulla, lo stesso malinconico senso di desolazione. Tutta la nostra musica deve tanto alla provincia, una provincia ancora abbastanza agreste, quindi è stato molto naturale parlarne e calarne l’immaginario in musica. Chi nasce qui è sempre in bilico tra la tentazione di scappare e il desiderio di rimanere perché affezionato a casa propria.
La voce di Valentina sembra cucita su queste atmosfere. Quali sono le sue esperienze musicali pregresse e quali elementi hanno contribuito maggiormente a formarla?
Abbiamo fatto un lavoro preciso sulla voce: doveva essere distinguibile in un contesto italiano, ma anche calarsi bene nelle atmosfere eteree dell’arrangiamento. In molti punti è stata sporcata con distorsioni ed effetti vintage, in altri preferivamo fosse meno precisa e più espressiva, quindi abbiamo tenuto anche take graffiate o leggermente stonate. Nell’album la voce è stata utilizzata principalmente in tre modi: false corde sulle note basse, con un effetto vicino allo slow core, mentre in altre canzoni come Cinema Tognazzi una voce più “di testa” sulle note alte , quasi a richiamare le voci sognanti degli anni 20-30; poi in realtà nella maggior parte dei pezzi volevamo ci fosse l’elemento “coro” di voci shoegaze, quindi è molto presente anche la voce di Gianmarco.
Prima ancora di leggere il comunicato stampa ho pensato a Godard: le canzoni hanno un taglio fortemente cinematografico. La prima traccia, 9.11, rimanda a un’immagine collettiva potentissima, ma filtrata attraverso la vostra lente musicale. Come nasce questa scelta narrativa?
Tutto l’album è ispirato al cinema e parla di cinema, dal titolo fino alle singole canzoni: la scelta narrativa è stata proprio quella di un racconto, con un inizio, uno sviluppo e una fine coerenti tra loro. Godard è sicuramente un autore che ci ha influenzati: lui esplorava spesso il rapporto tra vita vera, oscura, desolata, e la realtà più profonda che solo l’arte può disvelare. Ci è molto caro sia per i temi trattati che per il linguaggio, che abbiamo cercato di trasportare in musica: 9.11 ad esempio è proprio un pezzo a flash che richiama il suo tipico montaggio. Ovviamente l’11 settembre è una data marchiata nei ricordi di tutti, volevamo che sin dalla prima canzone il racconto dell’album fosse sia intimo che collettivo. Tutti si ricordano dove e con chi erano in quel momento, è stato una vera e propria lacerazione tra il mondo come lo conoscevamo prima e il mondo che ci siamo ritrovati ora. Un disorientamento sia personale che generale.
Nel disco sembra esserci una ricerca dichiarata dell’imperfezione. Che valore attribuite a ciò che non è “perfetto”? Cosa trovate di bello e necessario nel lasciare visibili le crepe?
Nell’arte in generale ci piace che ci sia qualche sbavatura, qualcosa che inizialmente può sembrare sbagliato. Nella musica amiamo l’imperfezione, ne lascia intravedere la parte più umana, soprattutto in un periodo di produzioni ultrapatinate come oggi. La perfezione, oltre che forse irraggiungibile, ci sembra anche fredda e asettica. Durante tutta la registrazione abbiamo sempre preferito una take imperfetta ma “magica” rispetto a una perfetta ma fredda, tanto che quando si è giunti alla fase finale della produzione si è scelto di tenere quasi tutto il materiale originale, nato come provino. Il disco è pieno di parti di chitarra scordate e take “buona alla prima”, unite però a una scrittura molto pensata, soprattutto nei testi di alcuni brani.
Cosa c’è dietro l’immagine di copertina? Perché quello specifico luogo è diventato simbolo del vostro primo disco?
La copertina è una fotografia scattata da Valentina della piccola centrale idroelettrica sulla ciclabile dietro casa alla quale siamo affezionati. Si tratta di un luogo a cui siamo legati da sempre, gran parte delle canzoni del disco sono nate proprio lì.
Avete scelto di cantare in italiano pur muovendovi in un universo sonoro molto internazionale e contaminato. Come sarebbe cambiato il progetto se lo aveste fatto in inglese, o magari in francese? Cosa cambia per voi nel rapporto tra lingua e identità sonora?
Non potevamo cantare in nessun’altra lingua. L’italiano è la nostra lingua, è l’unica che ci permette di esprimere certi concetti. Ed è una lingua bellissima, anche se spesso difficile da maneggiare a livello metrico. Unire testi in italiano, a tratti cantautorali, con sonorità alternative, shoegaze e dark ci ha sempre intrigato. Tutto l’immaginario del disco è italiano, in alcuni momenti quasi prettamente padano, non saremmo riusciti a esprimerlo ugualmente in un’altra lingua a immaginare le stesse canzoni cantate in inglese o francese.
Il disco ha suoni chiusi, intimi, ma al tempo stesso evoca spazi sconfinati. Un dualismo affascinante. Quali sono le “prigioni” personali o artistiche da cui cercate di evadere?
Con questo disco volevamo buttare giù una porta rimanendo esattamente dove eravamo. Così siamo usciti da quelle prigioni artistiche e personali di cui parli, è bastato capire che non c’erano.