Quattro brasiliani a Milano. Sembra il titolo di qualche sciocca commedia e invece è la storia di una delle migliori band di questi anni. I Selton vengono dal Brasile, ma scordatevi Rio de Janerio e il suo clima fantastico: i quattro gaùchos di Porto Alegre, molto a sud, sono Daniel Plentz (batteria, voci), Eduardo Stein Dechtiar (basso, voce), Ramiro Levy (chitarra, voce, ukulele) e Ricardo Fischmann (voce, chitarra). Prima un viaggio transoceanico per approdare alle Ramblas di Barcellona per poi giungere da noi e realizzare quattro album: l’ultimo, del 2016, si chiama Loreto Paradiso ed è incredibile, figlio conscio delle tre realtà musicali diverse che hanno vissuto e di questi anni di gavetta.

Ricardo: Suonare in questi tre paesi non è una cosa così diversa. In Italia si mangia da Dio quello sicuramente! In Europa le cose solo un po’ più organizzate ma ci sono posti e posti, la cosa più importante è riuscire a comunicare con il pubblico. In ognuno di questi luoghi abbiamo avuto un momento di vita diverso. In Spagna non abbiamo vissuto l’industria musicale spagnola, suonavamo per strada i Beatles in inglese e quindi forse quello che ci è arrivata è più la musica sixties che qualcosa di spagnolo in sé. Ramiro: E anche quella anima “busker”, da artisti di strada. Ognuno di questi luoghi alla fine ci ha regalato cose molto diverse. È il Brasile per noi ad essere la più grande novità: solo da Saudade [il loro terzo album, del 2013. ndr] abbiamo iniziato a girare il paese, ed è una esperienza strana essere una band “straniera” a casa. Il riscontro è stato super positivo, sia per Saudade che per Loreto Paradiso. Ovviamente lì abbiamo meno seguito rispetto all’Italia, perché di fatto stiamo iniziando ora a muoverci, ma le recensioni sono tutte molto positive. Quando è uscito Saudade abbiamo perfino vinto il premio come “miglior gruppo rock del Brasile” e non essendo in Brasile – e non essendo un gruppo rock – è stato abbastanza strano!

selton-loreto-paradiso

Ma in quanto a creatività, i Selton non li battenessuno: per il lancio e la promozione del disco e del singolo “Voglia di infinito” sono andati oltre qualsiasi strategia preconfezionata.

Ricardo: Per il lancio del disco abbiamo creato all’interno del cortile del palazzo dove viviamo una spiaggia: abbiamo messo tre tonnellate di sabbia con delle sdraio e organizzato un pre-ascolto del disco. Cerchiamo sempre qualche idea unica per promuovere la nostra musica: per l’uscita del video di “Voglia di infinito” abbiamo pensato che la cosa più bella era regalare un’avventura a qualcuno.Sempre nel nostro cortile c’è un’agenzia di viaggi,così c’è venuto in mente di organizzare questo Cammino di Santiago per un vincitore.

Daniel: per noi era importante che questa avventura fosse vissuta da una sola persona: volevamo un contesto di auto conoscenza, un viaggio personale, proprio in linea con lo spirito del brano. Alla produzione e alla cura dei suoni dell’album c’è Tommaso Colliva, produttore simbolo di un’intera epoca dell’alternative.

Daniel: Tommaso Colliva è un amico da tanti anni. Ci ha sempre aiutato nel dare un’impronta ai nostri dischi: mentre per Saudade ha lavorato sulle nostre idee senza grandi cambiamenti, per Loreto Paradiso abbiamo lavorato insieme moltissimo sulla ricerca di suoni particolari e in particolare sulla post-produzione. Per la pre-produzione ci ha aiutato Federico Dragogna dei Ministri. Abbiamo poi sperimentato sulle voci e sulla programmazione elettronica e speso settimane davanti al computer. Una volta chiuso tutto abbiamo chiesto a Tommaso di fare un mix “creativo”: ha messo tanto di suo e molte delle sonorità e dei suoni sono dovuti a tutto il tempo che ha speso su ogni singolo pezzo. C’è molto di lui nel disco.

E di nuovo, nei credits, fa capolino Dente come “italian lyrics supervisor”.

Ricardo: Dente ci dà una mano con l’italiano dal 2010, ma ogni anno sempre di meno. Adesso interviene molto meno e non ci sgrida più come una volta: forse nel prossimo disco di Dente saremo noi a scrivere i testi a lui! È un aiuto essenziale non essendo madrelingua, perché capita di pensare di avere scritto una cosa geniale ma che in realtà non si capisce o semplicemente suona male. Dente è un ottimo un giocatore da avere nella nostra squadra.

Ramiro: Ci ha fatto i complimenti dopo aver sentito i pezzi e ha dato giusto qualche suggerimento. Però è bello perché ci troviamo bene con lui e grazie a lui abbiamo imparato molto, specialmente all’inizio quando avevamo meno confidenza con la lingua e ci mostrava i suoi processi compositivi. È stata una bella scuola per noi.

un-giorno-in-paradiso-con-i-selton

Se il Brasile gli ha donato le armonie malinconiche degli accordi di settima (in evidenza particolare nell’atmosferica “Junto separado”, wild card dell’album), la Spagna gli ha regalato l’esperienza della strada. Mentre l’Italia li ha formati nella tradizione della canzone.

Ricardo: La musica italiana ci ha sicuramente insegnato l’essenzialità della parola, non che non fosse importante per noi ma abbiamo capito qui quanto avesse un ruolo centrale.

Daniel: In Italia la tradizione lirica della canzone è molto più forte che in Brasile, dove più che sulla parola ci si basa sui ritmi: è musica che si ascolta più col corpo che con la testa. Questo aspetto della scrittura italiana è una cosa che ci sta a cuore.

Ramiro: È impossibile negare che l’Italia ci abbia anche formato come musicisti, perfino nel modo di scrivere: da Jannacci fino a Dente o a Daniele Silvestri, c’è tanta musica italiana che ascoltiamo e abbiamo imparato molto da loro, avvicinandoci alla lingua.

I Selton cantano in portoghese, italiano, inglese, spesso nella stessa traccia (come nella potentissima title track che dà il via all’album). Un pop raffinatissimo, assai orecchiabile ma mai facile, tanto nei brani più radiofonici (i due singoli “Voglia di infinito” e “Buoni propositi”) quanto nei momenti più intimi (splendido l’interludio di “Junto separado” e “Settembre/Duty free romance”, o l’adagio che chiude l’album: “Hokkaido Goodbye”). Una fusione a freddo di ritmi samba (come nella frenesia corale del finale del singolo “Voglia di infinito” o il “Samba delle 6” col suo Carnevale da Sambodromo) con il meglio del pop internazionale (“Be my life”, “Don’t play with macumba”) grazie alla limpidezza delle voci e delle sempre cristalline armonie vocali.

Daniel: Volevamo rappresentare esteticamente questo melting pot di influenze che abbiamo, ci piaceva l’idea di unire gli opposti. Ogni suono doveva avere un perché e un carattere molto presente. Volevamo mettere le voci in primo piano, dando più risalto alle armonie: proprio avendo iniziato suonando i Beatles per strada, con una chitarra e un basso senza amplificatore, abbiamo dovuto lavorare sull’unica cosa che avevamo, cioè le nostre quattro voci. Da lì la voglia di metterle in primo piano per costruire l’estetica di questo disco.

Ricardo: Il multilinguismo ci viene spontaneo: in testa abbiamo tutte le lingue,e nessuna lingua al contempo. Non c’è una regola: ognuno di noi scrive o partecipa ai pezzi degli altri, quindi se nel pezzo di Ramiro ho sentito qualcosa di bello in portoghese lo propongo. Questo gioco lo abbiamo fatto con tutte le canzoni e abbiamo scoperto che aiuta molto a conoscere i propri brani: devi capire cosa stai dicendo e una volta che sei entrato dentro i brani capisci in che modo esprimerti al meglio, magari mescolando tutto come in “Loreto Paradiso” che apre il disco e dà l’identità a tutto l’album.

Stranieri in una terra strana, prendono dalle loro origini svicolando dal cliché, nonostante tutte le tare mentale di noi italiani. C’è il tropicalismo di Gil e Veloso, ma anche la cura sonora dei Vampire Weekend e quel tocco di magia e personalità che un certo quartetto di Liverpool gli ha trasmesso. Quindi, come raccontano in “Qualcuno mi ascolta”, brano sicuramente autobiografico, “’Mi fai una bossa?’/Amico sai, la bossa nova è vecchia ormai/ È andata a quel paese con i soldi della SIAE”. Un modo per raccontare la propria vita, in maniera leggera e distaccata.

Ramiro: Sì, soffriamo ogni tanto il cliché, ma un po’ ci siamo abituati – o ci stiamo abituando – ad affrontarlo. “Qualcuno mi ascolta?” è anche un tentativo di dire la nostra riguardo a quello. Però è buffo perché proviamo questa condizione anche in Brasile: persone che ci dicono “ormai siete sistemati siete Europa, avete spaccato e non tornate più” le troviamo sempre. Ci sono lati positivi e negativi dell’essere lontano da casa e aggrapparci ai luoghi comuni serve a facilitare le cose, quando in realtà il mondo è più complesso e non puoi mettere le cose in scatole.

Ricardo: Bisogna dire che tutti noi scriviamo. C’è chi ha un approccio più autobiografico e c’è chi raccoglie quel che ha intorno. Siamo democratici e ci piace unire le forze, non c’è un leader come si avverte guardandoci suonare dal vivo. C’è dell’autobiografico ma non è letterale necessariamente, questo è il bello dello scrivere: non svelare mai cosa è vero e cosa no. Quelli che ci ascoltano sono liberi di pensare quel che vogliono e di immedesimarsi.

selton-voglia-di-infinito-v

Loreto è quindi l’incarnazione fisica e geografica delle scelte che si devono effettuare, giuste o sbagliate che siano. Tema portante del disco è la ricerca di questo spazio privato e personale, dove trovare la propria identità per tirare le somme capendo che non c’è paradiso migliore di quello che abbiamo costruito noi stessi. Che sia la frenetica Loreto o un’assolata spiaggia bagnata dall’oceano, o le trafficate Ramblas spagnole, lo scopo ultimo è sempre quello di ricercare la felicità, senza perdere quel pizzico di nostalgia e di malinconia tipica del popolo brasiliano. Perché l’una non può esistere senza l’altra.

Ramiro: Saudade parlava di questa mancanza di un luogo, una casa che non c’è più. Loreto Paradiso è accettare le nostre scelte, accettare il posto in cui siamo e farlo diventare un paradiso. Arrivati in Italia Loreto era un posto molto ostile, molto caotico, metropolitano. Poi è iniziato a diventare un piccolo paradiso per noi: abbiamo creato la nostra isola intorno a noi e quello è il messaggio del disco.

Ricardo: Come si vede anche dalla copertina è tutto una metafora, è chiaramente un’isola e quest’isola noi la vediamo un po’ come noi: è a contatto con il mondo ma è anche autosufficiente. La parola chiave è proprio “accettare”, accettare le tue scelte ad esempio. Puoi guardare indietro o avanti o vivere il momento però hai fatto delle scelte e non puoi sempre cercare qualcosa di diverso. Devi capire quello che vuoi fare, provare a farlo tutti i giorni e poi in qualche modo vedere se stai continuando a fare la cosa giusta.

Daniel: È un luogo mentale, riuscire a vedere quello che c’è di bello intorno a te e se non c’è niente di bello o ti sposti o fai qualcosa per cambiare quello che hai intorno. Credo che sia una questione di mettersi in gioco e avere il coraggio di cambiare e fare qualcosa.

Proprio per questo ad epigrafe del disco il ritornello di “Up to me” (“Tocca a me”): “Tava no mato, do mato para Loreto, de Loreto para o palco, do palco pro mundo inteiro”. Dalla boscaglia al mondo intero, grazie alla musica. Chissà dove li porterà questa voglia di infinito.

Ricardo: Ci capita spesso di pensare a quello che succederà, ma il momento è talmente intenso che siamo concentrati sul presente. Abbiamo dei sogni: in Italia c’è un buon riscontro e possiamo crescere sempre più, vogliamo andare in Brasile e suonare. Poi andare in giro in Europa.

Ramiro: Quella frase è una sorta di riassunto del nostro percorso. Il “mato” per noi è un po’ il Brasile, oppure le strade a Barcellona, da lì fino a Loreto e al suonare così tanto dal vivo. E poi una volta arrivati là, spingersi ancora oltre, magari al mondo intero! Non ci siamo ancora arrivati ma chissà…

Riccardo De Stefano

Share on FacebookPin on PinterestTweet about this on TwitterShare on Google+Email this to someone