Li avevamo lasciati nel 2011 con un EP di tre brani, pochi.
Succede che quando ascolti una band come i Suntiago in un disco di appena tre brani non vedi l’ora che ti sfornino un album. Te li vai a sentire ogni volta che suonano live, poi tornando a casa in macchina hai solo quei tre brani e non vedi l’ora che ti sfornino un album. Ne parli con i tuoi amici, ne tessi le lodi e non vedi l’ora che ti sfornino un album.

E alla fine l’album te lo sfornano davvero!

SPOP” è il nuovo album dei Suntiago e abbiamo chiesto proprio a loro di parlarcene in anteprima per ExitWell:

Questo è un album molto importante per i Suntiago, raccoglie il lavoro di 3 anni di attività  incessante. Lo abbiamo fatto da soli, un po’ per scelta, un po’ per necessità. Se senti in giro tra gli addetti ai lavori, i discorsi sullo stato della discografia sono più o meno questi: “l’autoproduzione è l’unica via per una band emergente, è tutto libero ormai con il web, non ci sono barriere, la grande industria discografica è al tramonto“ dal momento che “non ci sono più soldi in giro, ormai tutti possono farsi il disco con pochi euro e via dicendo…”. Tutto ciò è vero in parte. Per noi la sfida era riuscire a fare da soli un album capace di staccarsi dalla nicchia dell’autoproduzione, volevamo che suonasse con tutti quei dettagli che possono essere figli di un’idea artistica ragionata, come se dietro ci fosse stato un produttore artistico. Non siamo alfieri del “ce lo facciamo da soli il disco, siamo tanto bravi che non ci serve una produzione esterna”, piuttosto l’obiettivo era di  rispondere ad una semplice domanda: cosa ci passa in testa se pensiamo all’album dei Suntiago? Un anno di lavoro e la risposta è arrivata. Il risultato finale è molto eclettico, privo di quell’omologazione stilistica che si trova in buona parte delle produzioni italiane. È anche una lama a doppio taglio il fatto di non avere un sound costante. Abbiamo privilegiato però la scelta del nostro stile, un discorso già iniziato con l’ep“12:34” del 2011: sviluppare quello che abbiamo in testa per la parola “rock (in italiano)”.

Musicalmente parlando, nel disco ci puoi trovare una montagna di riferimenti musicali: dai riff funk, quelli post-che ti pare, i riverberi psichedelici, gli assoli alla Jimmy Page, i synth, le trombe, gli intermezzi etnici, le melodie vocali di impatto e via dicendo…l’importante è che tutto questo fosse funzionale ed al servizio di una sola e semplice cosa: le canzoni. Questa è stata l’unica regola da non infrangere. Paradossalmente l’impegno più grande a livello di tempo è stata la riscrittura di buona parte dei testi, essendo insoddisfatti delle bozze iniziali. Un processo a volte snervante nel quale non ci siamo mai accontentati delle prime idee, se non per pochi “guizzi creativi”. Partendo da concetti base scelti come soggetti per i testi,  lentamente e frase dopo frase, siamo arrivati ad un compromesso che potesse esaudire le nostre aspettative, cercando di limare gli spigoli di una lingua italiana che è sempre stata difficilmente a proprio agio nell’idea che abbiamo di “rock in italiano”. A volte il testo arriva dritto al punto, altre esprime concetti che ciascuno può interpretare a modo proprio ma che per noi ha un significato definito, magari nascosto dietro molteplici metafore… Detto questo abbiamo già parlato troppo, non vi resta che ascoltare l’album!!!

E noi l’album ce lo siamo gustato in anteprima, troverete una recensione sul prossimo numero di ExitWell Magazine. Nel frattempo potete venirvene a prendere una copia domenica 21 aprile a Locanda Atlantide, serata sponsorizzata da ExitWell.
(clicca qui per l’evento facebook)

 

Francesco Galassi

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