Articolo di Chiara De Luca
L’11 agosto Óbuda Island torna a riempirsi. Per cinque giorni l’isola smette di essere solo un pezzo di Budapest e diventa quella che da più di trent’anni chiamano “l’Isola della Libertà”: palchi, tende, teatro, circo, installazioni e centinaia di migliaia di persone arrivate da più di cento paesi. Quest’anno il Sziget riparte anche da un dettaglio non da poco: dopo gli anni sotto Superstruct Entertainment, il festival è tornato nelle mani del suo fondatore, Károly Gerendai. Sul cartellone di questa edizione ci sono nomi come Florence + The Machine, Twenty One Pilots, Zara Larsson, Bring Me The Horizon, Lewis Capaldi, Skepta, e un programma elettronico che comprende Peggy Gou, Richie Hawtin, Dixon e Joris Voorn. Tra le migliaia di show distribuiti sull’isola, quello che raccontiamo oggi è tutto italiano.
Il primo giorno di Sziget porta sull’isola due artiste che dell’Italia raccontano cose diverse, ma con una radice comune: Giulia Mei – che sul palco ha mescolato musica classica, cantautorato ed elettronica portando Bandiera in un paese che sui diritti sta combattendo la sua battaglia – e Ginevra, che sull’isola ci arriva con il suo immaginario d’acqua e il suo vissuto di donna. Le abbiamo intervistate entrambe.

Foto di Roberta De Tommasi
Giulia Mei: «La musica classica era la regola, l’elettronica è la mia libertà»
Giulia Mei arriva sul palco del Sziget con un percorso che parte da lontano: pianoforte classico, anni di studio, e la scelta di destrutturare tutto quel bagaglio nel suo secondo album, Io della musica non ci ho capito niente. Le abbiamo chiesto come è nato l’incontro tra classica, cantautorato ed elettronica, e cosa ha significato portarlo su un palco come questo.
Nel tuo ultimo disco convivono musica classica ed elettronica, un incontro raro nel panorama italiano. L’hai portato fino allo Sziget, cantando in italiano davanti a un pubblico internazionale. Da dove nasce questo percorso?
Questo nasce dalla mia vita, dal mio percorso musicale. Ho suonato, ho studiato musica classica, pianoforte classico, sono un’insegnante di pianoforte: per tutta la vita quello è stato il mio background. Amo tantissimo la musica classica, e nell’ultimo disco volevo portare questa musica meravigliosa dentro la mia ricerca, che riguarda intanto il cantautorato – la canzone sempre al primo posto, con le parole, le storie, anche le mie battaglie – e poi la musica elettronica, che è un altro grande amore, perché è la musica della mia libertà. La musica classica per me è un mostro sacro, è stata la musica della regola, e nell’ultimo disco sono riuscita a destrutturarla. La musica elettronica invece è proprio libertà. Mi piace sperimentare, e il passaggio successivo era prendere tutte queste parti di me e metterle insieme. Da lì nasce questa mescolanza, questa Giulia un po’ folle – però ci divertiamo.
Questa edizione dello Sziget segna un ritorno: dopo anni sotto un’agenzia di eventi, il festival è tornato nelle mani del suo ideatore. Tu arrivi da un percorso fatto di centri sociali e circoli Arci. Hai ritrovato la stessa libertà, sul palco e nella risposta del pubblico?
Penso sia stato uno dei concerti più belli, se non il più bello, di questo tour. La risposta è stata molto migliore di come l’avessi immaginata. Le persone erano gasatissime, erano dentro la musica: ho ricevuto un affetto, un amore e una partecipazione enormi. C’erano tanti italiani, ma anche i non italiani ballavano, perché la musica fa questo: non le importa che lingua parli o da dove vieni, unisce. Credo che oggi possa avere un ruolo importante anche rispetto ai fatti di questi giorni. Questo [l’Ungheria, ndr] è un paese dove ci sono problematiche non troppo lontane da quelle che stiamo vivendo noi in Italia, e credo che la musica unisca davvero i popoli. Sento questo gemellaggio tra Italia e Ungheria, tra tutte le persone che in questo momento lottano per i diritti, per i diritti umani, per la libertà.
Bandiera è diventata un inno su un tema che riguarda l’Italia, ma non solo. Cosa rappresenta per te portarlo in un paese che magari non capisce le parole, ma ne coglie la forza?
Per me è lotta, è impegno, fatto attraverso l’unica cosa che forse mi riesce nella vita: la musica. Significa portare una voce in un paese dove c’è una battaglia in corso, non solo per i diritti delle donne, ma anche per la comunità LGBTQIA+, per tutto quello che si è vissuto con l’ostracismo verso il Pride. Portare una canzone che parla di libertà, di riprendersi il proprio corpo, in un paese che magari non capisce la lingua… qualcosa arriva comunque. Magari arriva solo una frase, ma quell’unione porta le persone ad ascoltare e a pensare: “questa persona di un altro paese è venuta a raccontare la mia storia, una battaglia che è mia, che è nostra”. Spero di aver portato qualcosa in più. Questo non lo sapremo mai del tutto, ma io me lo auguro.
La risposta del pubblico sembra aver colto il messaggio. Cosa ti porti da questo palco per i prossimi live?
È stata una delle cose più importanti che ho fatto finora nel mio percorso. Fare un festival del genere è una tappa importante, e non è stato facile: a livello tecnico siamo in tanti, e fare un soundcheck in dieci minuti, attaccare, suonare, è una grande esperienza – sono i palchi tipo Primo Maggio [di Roma, ndr]. Ringrazio tutti i ragazzi che lavorano con me: il mio fonico, bravissimo, e tutti quelli che hanno reso possibile che, una volta premuto play, suonassimo e basta. E poi l’energia di un palco così. Ma soprattutto la città: ieri sono arrivata presto, mi sono fatta un giro per Budapest ed è bellissima.

Foto di Roberta De Tommasi
Ginevra: «Dove c’è acqua sono contenta, qualsiasi fiume sia»
A pochi minuti di distanza, sul palco sale anche Ginevra: nella sua musica torna spesso l’immaginario dell’acqua – non a caso Ragazza di fiume è uno dei brani del suo ultimo album, Femina – e porta sul palco un vissuto, quello femminile, che in questi giorni non è mai un tema astratto. L’abbiamo raggiunta subito dopo il suo set al Light Stage.
Nella tua musica torna spesso l’immaginario dell’acqua. Oggi sei su un’isola, circondata dal Danubio — un’acqua diversa da quella a cui sei abituata. Cosa succede a quell’immaginario in un contesto così lontano dal tuo quotidiano??
Guarda, in realtà oggi, per quanto questo sia un festival gigantesco, è stato tutto molto naturale. Ho suonato sul Light Stage, che è un palco piuttosto compatto, minimal, intimo: è stato un flusso naturale. E ieri sera, quando sono arrivata, ho pensato a Torino, perché io sono di Torino, e questa città, con i ponti e il fiume, in alcune cose me l’ha ricordata. Non è la stessa acqua, però dove c’è acqua io sono contenta — qualsiasi fiume sia, qualsiasi posto sia. Mi fa sentire un po’ più a mio agio, probabilmente nell’inconscio.

Foto di Kimberley Ross
Sei stata ospite a Sanremo nel 2022, in duetto con La Rappresentante di Lista, Cosmo e Margherita Vicario: un palco fatto di tempi televisivi stretti e una macchina organizzativa precisa. Oggi sei sull’Isola della Libertà. Come si collocano, per te, questi due palchi?
Sanremo è stato un battesimo incredibile, molto bello. Ma in realtà sono molto più abituata a contesti come questo: Sanremo resta un palco televisivo, anche se si chiama festival. Qui mi sento più a mio agio – la maggior parte delle volte sono in tour nei club, o in festival estivi più o meno grandi, sono i palchi della gavetta, quelli che fa chi arriva dal basso come me. Sanremo resta quella cosa dorata ma lontana: un palco che sicuramente ti fa venire del timore ma che per molti è stato un trampolino. Non so se mi sentirò mai pronta per quella cosa, sinceramente, anche se in Italia è una domanda che prima o poi ti arriva comunque. Io resto concentrata sul fare la musica come la voglio fare e sul raccontarmi nel mio modo. Se le cose dovessero coincidere un giorno, bene; se no, sono comunque contenta del percorso che sto facendo.
Nel tuo ultimo disco c’è molto il racconto di te: i trent’anni, la consapevolezza, l’essere donna. Cosa hai pensato portando questa narrazione, e questa lotta per i diritti delle donne, in un paese come l’Ungheria, dove il tema dei diritti è delicato?
Devo essere sincera: non sono del tutto consapevole di come sia la situazione dei diritti in Ungheria rispetto alla nostra. Da noi le cose sono sicuramente evolute rispetto a qualche anno fa, però non siamo arrivate dove dovremmo: leggevo proprio oggi che forse avremo modo di votare per un referendum sull’educazione sessuo-affettiva a scuola, che ancora manca. Finché ci sono buchi del genere, anche nel nostro paese ci sono dei problemi. La mia narrazione è una narrazione femminile, non necessariamente politica – ma lo diventa proprio perché non c’è ancora abbastanza spazio per questo tipo di racconto. Oggi c’erano tanti italiani, per la prima volta ho raccontato alcune delle mie canzoni in inglese e ho presentato Femina – anche uno dei brani del disco – a un pubblico internazionale. Non so se sono riuscita a far capire fino in fondo quanto fosse un brano scomodo, ma mi è sembrata ci fosse reattività, anche se magari questo è un posto molto internazionale e non rappresenta l’audience ungherese che c’è fuori dall’isola. Uno dei miei obiettivi con questo disco era suonarlo in più contesti possibili, anche all’estero, e sono contenta di averlo portato anche qui.
Se potessi firmare adesso per salire su un palco, quale sarebbe il tuo palco dei sogni?
Oddio, dei sogni… sai che non ne ho veramente uno? Sicuramente mi piacerebbe suonare di più all’estero, l’ho sempre voluto fare – il mio primissimo progetto era in inglese, quindi quel sogno c’è sempre stato. Non è semplicissimo: suonare in Italia ha già dei costi pazzeschi, figurati portare fuori la musica italiana. Ma sarebbe una figata andare al Primavera Sound Festival – una situazione molto simile a questa, ma in un altro Paese – oppure fare delle piccole date in Francia, in UK: lì sicuramente sarebbe un contesto giusto per quello che faccio io.
Un’isola, due voci
Restano, alla fine di questo primo giorno di Sziget, due modi diversi di stare su un palco: Giulia Mei che porta Bandiera a un pubblico che non ha bisogno di capire l’italiano per capire di cosa sta parlando, e Ginevra che ritrova, nel Danubio attorno a Óbuda Island, un pezzo della sua Torino. Due voci, due storie, un solo Day 1.







