Articolo di Chiara De Luca
Foto di Roberta De Tommasi
Il 13 agosto è il terzo giorno di Sziget. Sul Main Stage si alternano Paris Paloma, Loyle Carner, Lewis Capaldi e Florence + The Machine, mentre dopo mezzanotte il Delta District ospita i set di Parcels, Dom Dolla, Richie Hawtin e Boys Noize.
Nel pomeriggio, sul Light Stage – il palco diurno del festival, che quest’anno ospita anche il progetto New Sounds of Italy, realizzato con il sostegno del MiC e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea” – si esibiscono in successione due band italiane: i Little Pieces of Marmelade e I Patagarri. Le abbiamo intervistate entrambe.
Little Pieces of Marmelade: «Abbiamo capito che ci dobbiamo fidare di noi»
Il duo, formato da Daniele “DD” Ciuffreda e Francesco “Frankie” Antinori, arriva allo Sziget dopo aver vinto un contest molto competitivo, con alle spalle 404DEI (Errore degli dei), il loro ultimo disco in italiano. Li abbiamo intervistati subito prima della loro esibizione al Light Stage.
Nel 2022, in un’intervista su Exitwell, ci avevate detto che stavate provando a entrare in qualche festival internazionale e che sembrava «più difficile del previsto». Ora siete al Sziget dopo aver vinto un contest molto competitivo. Cosa è cambiato in questi anni per arrivarci?
Frankie: È cambiato che nel ’22, quando dicevamo quella cosa lì, ci fidavamo molto degli altri: il manager, l’etichetta… ci fidavamo di quelli che ti dicono “devi girare a destra, devi mettere la freccia”… invece no! Abbiamo capito che ci dobbiamo fidare di noi. Siamo arrivati qui perché abbiamo scelto noi di fare queste canzoni, di fare questo tipo di live, di presentarci in discografia con gli ultimi due dischi che abbiamo fatto: dalla tua volontà artistica possono nascere un sacco di cose, perché poi l’impegno ti porta qui.
DD: Impegno, dedizione, frustrazione… quanta ce n’è. Ma proprio per quello abbiamo imparato a camminare con le nostre gambe e ad andare avanti, e questa cosa ci ha aiutati molto.
Siete in due, ma sul palco coprite il lavoro di molti più musicisti: su un palco importante come quello di Sziget, questa scelta “minimale” diventa un punto di forza o una sfida in più?
DD: Dipende, può essere un punto di forza o un punto a sfavore, ma noi siamo cresciuti così in due, quindi si è instaurata una certa sintonia…».
Frankie: «Un certo suono e una sintonia nel suono.
DD: Esatto. E ormai ci sentiamo sicuri di suonare in due. Sappiamo che un altro membro potrebbe portarci fuori strada, magari.
Siete passati da un palco televisivo a quello dell’Island of Freedom: come avete creato libertà nel primo caso, e cosa di quel “rigore televisivo” vi è rimasto?
DD: Sicuramente il mondo televisivo ci ha insegnato a essere veloci, senza pensare troppo. “C’è da fare questo? Vai, subito!” Questa cosa per noi è stata fondamentale.
Frankie: Quella cosa lì ti fa capire anche se hai le palle per fare questo mestiere, perché comunque ti arriva il discografico e ti dice: “Ce l’hai il singolo per domani a mezzogiorno?”, e sono le due di notte. Se tu ci pensi troppo, sei fuori dai giochi. La TV ci ha insegnato che non c’è tempo: sono tutti più belli di te, più bravi di te, più fighi di te, e tu non hai tempo. Se riesci a inserirti in quel tempo lì, allora negli altri contesti sei il numero uno. Dobbiamo tanto alla TV, dobbiamo tanto al programma che abbiamo fatto, perché ne siamo usciti più noi di quello che eravamo prima.
E la libertà, invece, come l’avete portata sul palco – se l’avete portata?
Frankie: Non ci siamo snaturati solo per quello. Se loro ci dicevano “fate questo”, noi dicevamo “no”. Considera che avevi un armadio infinito di vestiti costosi… e tu dici “no, mi vesto così”. Nonostante la TV, il trucco, il parrucco, tu ci vai con la t-shirt della band dell’amico tuo, con le Converse. E quella è rottura. Ti esponi più così che con la musica, in quei contesti là. Quindi siamo stati noi.
In 404DEI (Errore degli dei) parlate spesso di sistemi che si rompono, di meccanismi che smettono di funzionare. Suonate in un paese dove, negli ultimi anni, si è discusso molto di cosa un sistema permetta o no di dire, di mostrare, di essere. Scrivendo quelle canzoni, un contesto come questo vi era passato per la testa, o è tutto autoreferenziale?
DD: I nostri testi in realtà non parlano mai troppo di politica in senso stretto. È sempre inerente alla musica: si tratta della politica che facciamo nella musica. Secondo me c’è tanto marcio anche lì. Se guardi il Parlamento o vedi la radio e il mainstream, per me è la stessa cosa.
Frankie: Diciamo che in 404 – l’ultimo disco in italiano – cerchiamo di denunciare il sistema in cui viviamo. Accendi la TV e la musica che abbiamo, quella che ci spacciano per alternativa in Italia, in realtà suona come la politica che abbiamo, non è davvero alternativa. Nell’album volevamo raccontare questo. C’è un mare di musicisti, artisti, teatranti e registi che denunciano queste cose, ma sembra che il pubblico ormai sia totalmente abituato a quello che ci propinano. Dovremmo parlare di cose serie, di quello che non va – e mi sembra che siamo pieni di cose che non vanno, che ostacolano il percorso di artisti come noi e di nuovi artisti. Noi a quattordici anni ci potevamo permettere di sognare. Per chi inizia oggi è tosta. Vorrei dire a chi è ormai arrivato di aiutarci: non ce l’ho con loro, però li invito. Siamo pieni di artisti in Italia che hanno un botto di cose belle da dire e non hanno spazio.
I Patagarri: «La strada ti insegna a risucchiare la gente con l’energia del palco»
A distanza di pochi minuti, sullo stesso Light Stage, sale la formazione milanese de I Patagarri, cresciuta suonando gipsy jazz, swing e blues nei mercati rionali e nei locali di Milano prima di arrivare a X Factor. Li abbiamo raggiunti con Nicholas Guandalini (basso), Francesco Parazzoli (tromba e voce), Arturo Monico (trombone e percussioni), Jacopo Protti (chitarra), Giovanni Monaco (clarinetto e sassofono) e Daniele Corradi (chitarra).
Il vostro sound invita al ballo e alla partecipazione fisica. In un contesto con nazionalità diverse, cosa avete visto succedere sotto il palco? Che tipo di energia c’era?
Nicholas: Bellissima.
Francesco: All’inizio avevamo un po’ paura, vedevamo dal backstage che era un po’ magra la situazione. Poi zoccolo duro, con gli italiani ovviamente davanti. Ma mi è sembrato che comunque un bel po’ di curiosi si avvicinasse, magari gente che si chiedeva cosa fosse questo polverone, questo disagio che sentiva. Magari non capivano i testi o le presentazioni, ma l’energia la sentivano.
Cosa vi aspettavate da questo live e come vi siete preparati?
Nicholas: Ci siamo preparati facendo un sacco di ore di van, anche perché nei giorni scorsi eravamo in parti molto dislocate. Scherzi a parte, diciamo che la preparazione è stata più psicologica che fisica.
Siete cresciuti come artisti di strada, ora siete in un festival internazionale che si racconta come “The Island of Freedom”. Avete riscontrato diversità in questi due modi di vivere la libertà?
Arturo: Essendo il palco molto vicino al pubblico, c’era molto contatto. Un po’ come in strada, si sentiva il calore del pubblico.
Jacopo: Secondo me dovevi prendere le persone e attirarle a te, dovevi risucchiare la gente che passava con l’energia del palco, ed è una cosa che fai in strada – quindi era proprio pane per i nostri denti.
Francesco: Poi ovviamente c’è un altro discorso: la strada è gratis. Ma questa è tutta un’altra questione, no?.
Il vostro repertorio pesca da tradizioni diverse – a volte quasi lasciate ai margini – creando così un nuovo spazio. Suonarlo in un paese come l’Ungheria, dove si discute spesso su chi abbia diritto o meno di occupare determinati spazi, che forza genera secondo voi?
Francesco: Quando abbiamo suonato Bella ciao c’è stata un po’ una commozione generale, o comunque una grande emozione, a maggior ragione sapendo qual è la situazione qui. È stato veramente un piacere farlo e portare le nostre canzoni e i nostri ideali in un posto del genere. Andare a predicare ai convertiti è super facile, se vai nel centro sociale e suoni questo è sempre una figata, ma in un contesto così – che comunque è bello fricchettone – però sei in Ungheria, quindi insomma non si sa mai. Ma è sicuramente altrettanto un piacere.
Nicholas: Alla faccia di tutti gli adesivi fascistissimi che abbiamo visto in metro.

Un’isola, mille modi diversi di esprimere libertà
Restano, in questo terzo giorno di Sziget, due modi diversi di intendere la libertà su un palco: i Little Pieces of Marmelade, che dopo anni insieme hanno scelto di fidarsi solo di se stessi e portano a Óbuda Island un disco che parla di sistemi rotti; e I Patagarri, che sull’isola ritrovano lo stesso corpo a corpo con il pubblico imparato per strada, e che in Bella ciao trovano un modo per portare i propri ideali in un paese dove la libertà, in questi giorni, è tutt’altro che scontata. Più tardi, sul Main Stage, sarà il turno di Loyle Carner, Lewis Capaldi e Florence + The Machine; più tardi ancora, sul Delta District, la notte apparterrà a Richie Hawtin e Boys Noize. Ma il Day 3 di Sziget, per l’Italia, comincia qui, sul Light Stage, con due band che hanno imparato a fidarsi solo delle proprie gambe.









