Ci sono tante cose che la musica può dire. Può parlare del sociale, del grottesco, del buffo, del disgusto verso i no­stri tempi. I The Fucking Shalalalas sembra che vogliano parlare del Bello e del Poetico nella vita di tutti i giorni. Come se la loro musica fosse scritta su un diario nascosto all’ombra di un cassetto e protetto dal segreto di un luc­chetto. E il segreto custodito all’interno è che si può dire tanto anche col silenzio. Per creare questa musica da ca­meretta per loro non ci vuole molto, basta una chitarra, un violino e un pianoforte (più altri “strumentini vari”), che suonano come se fossero lì nella stanza accanto a te.

Ma non è semplice esser credibili, per dire tanto con po­co e non risultare insulsi o banali. Il loro primo lavoro, un Ep che porta il loro stesso nome, finge di esser ingenuo per potersi mimetizzare e svelare a poco a poco: i The Fucking Shalalalas riescono nell’intento di valorizzare gli arran­giamenti, che nel contesto dell’atmosfera e dell’assenza si rivelano sempre efficaci e mai invadenti, creando pic­coli quadretti domestici di pace e tranquillità. Senza l’in­vadente presenza della batteria, i brani possono godere di un respiro più intimo, lasciando ai tanti strumenti acusti­ci il compito di attirare l’attenzione. Tutto il gioco ruota in­torno alle voci dei due cantanti: più delicata quella di Sara Cecchetto, maggiormente profonda la voce di Alessandro Lepre, che spesso si sovrappongono in intrecci efficaci. Dai brani più zuccherini, come “Jenny” o “Tiramisù”, al bucoli­co “Lying on a hill” verso il quasi rock della programmatica “Let’s Shalalala”: il risultato finale è un folk minimale e so­gnante che si riveste di una paletta sonora dai colori mol­to vari, ma sempre nella maniera più lo-fi, sincera, spon­tanea e in definitiva naïf possibile. La musica dei Fucking Shalalalas è una musica di disimpegno e leggerezza, delica­tezza e sussurro. Sedetevi davanti al camino, con un album di foto tra le mani e i The Fucking Shalalalas nelle orecchie.

Riccardo De Stefano

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