Con il suo nuovo album The Dark Side of Minigolf, TUM propone un viaggio intimo e malinconico, tra riflessioni personali, esperienze di vita e influenze musicali e culturali che hanno plasmato il suo linguaggio artistico.
Dalla carriera con la band Pocket Chestnut alla fase solista, l’artista racconta come i viaggi, le amicizie e le sfide personali abbiano contribuito a dare forma a brani densi di emozioni e spunti di introspezione. In questa intervista, TUM si apre sulla genesi delle sue canzoni, sugli arrangiamenti, sulle ispirazioni e sul rapporto con il mondo musicale contemporaneo, offrendo uno sguardo autentico e diretto sulla sua poetica.
Le canzoni non nascono mai a tavolino partendo dalle emozioni che voglio raccontare, sono più un gesto istintivo in cui le emozioni si manifestano instintivamente. È come se volessero uscire e trovano quel canale come via di fuga. Dark Side of Minigolf è la prova che esiste sempre un lato della medaglia che non vogliamo guardare negli occhi ma con cui dobbiamo fare i conti, specie a 40 anni e con il flipper di emozioni che ci troviamo dentro. È il mio ritratto sfocato dopo tre anni di vita vissuta tra lutti, cantonate ma anche amicizie solide e sorrisi sinceri, è un inno ad apprezzare quello che ho e a dargli la giusta dignità che si merita con queste canzonette. Come diceva quel tale, la mia gloria da stronzi…
Hai iniziato con la band Pocket Chestnut e poi sei passato alla carriera solista. In che modo questa transizione ha influenzato il tuo modo di scrivere canzoni e di concepire gli arrangiamenti?
Sicuramente stare in una band per 8 anni è stata un’ottima palestra. per capire meglio cosa fare. Non posso certo parlare di evoluzione stilistica nel mio caso perchè non ho grandi doti tecniche nè studi di alcuno strumento. Credo di avere affinito l’orecchio e essermi aperto all’ascolto. In questo disco ci suonano persone di talento senza le quali non avrei mai potuto rendere il disco come lo puoi sentire. Penso a Christian Chierici che mi ha aiutato a tirar fuori dal cilindro brani come The Moon! o You are not Here. Penso al lavoro alle batterie fatto da Matteo Baldrighi e Paolo Merlin. Sono grato di questi “little help from my friends” vecchi o nuovi che siano, gli amici restano una delle risorse più importanti che ho, nella musica come nella vita.
La tua musica mescola sensibilità folk‑indie con momenti di rock alternativo e arrangiamenti personali. Quali artisti o esperienze di vita senti che hanno plasmato maggiormente il tuo linguaggio musicale?
Vi consiglio di leggere How to Write a song di Jeff Tweedy, per me è un maestro assoluto nella scrittura delle canzoni, il suo stile folk country traccia un solco profondo ma quello che più mi meraviglia sono le sfumature che riesce a dare alle canzoni. Ultimamente è uscito un suo triplo disco ed è incredibilmente tutto magico, non conosco alcun artista vivente che potrebbe fare una cosa del genere.
Molti tuoi brani sembrano riflettere sul concetto di viaggio, sia interiore che geografico. Ci puoi raccontare un’esperienza reale che ha ispirato una canzone o una scena dell’album?
Le canzoni spesso nascono in viaggio, quando la smettiamo di immaginare posti nuovi e possiamo finalmente viverli lasciando entrare la diversità della cultura nuova dentro di noi, lasciandoci contaminare. Non ero mai stato in Africa prima di fare un viaggio in Sudafrica e Mozombico 3 anni fa e durante un safari nel parco del Krugen è nata Komatiport che è una vecchia stazione coloniale oggi adibita ad area di servizio nel parco. Ascoltavo tantissimo Graceland di Paul Simon e mi piaceva l’idea di farla suonare così, poi vista la complessita sul disco l’ho tenuta semplice con percussioni e ukulele. D’altra parte non sono Paul Simon ed è anche giusto così.
Nel panorama musicale odierno molti artisti coltivano una presenza costante sui social. Tu hai spesso espresso un approccio più lontano dalle regole del mercato e dei social media: come bilanci la tua autenticità artistica con le esigenze della scena musicale contemporanea?
Mi annoia dover dire qualcosa per forza solo per ricordare a mille scroller che ci sono anche io e che devono dedicarmi 4 secondi di attenzione…mi sento stupido. Ho fatto un disco e ho detto “se vi va ascoltatelo”, se suono dal vivo posso dire “se vi va venite a sentire” non ho molto altro da dire. Fortuna che con la musica non ci devo campare e non sono costretto a fare il fantoccio dei social media per medicare attenzione, qualche anno fa mi divertivano ma il giochino mi ha stancato da un pezzo. Non è per snobismo è semplicemente una scelta di cosa mi piace fare e cosa no.







