di Giovanni Flamini

Mettiamo le mani avanti: questo non è un articolo di critica. Piuttosto è l’accorato appello di un fan, un grande fan, che pensa che Calcutta sia un grande autore e che abbia detto qualcosa di importante sulla nostra generazione e sulla nostra epoca. Ma “Orgasmo” è un pezzo debole, volgare e a tratti imbarazzante.

Per carità, nulla di nuovo sul fronte Calcutta, sia per i fan che per i detrattori: in fondo il grande merito del cantautore di Latina, il motivo per cui la sua storia è esplosa in maniera così evidente, è stato quello di sviscerarsi fino all’inverosimile, a costo di risultare sgradevole. Calcutta è stato l’incarnazione di tutto lo schifo che la nostra generazione si porta dentro e con cui fa fatica a fare i conti, così come “Mainstream” è stata una sorta di catarsi collettiva che ci ha portato tutti a sputare allo specchio per lavarci la faccia (semi-cit. ). Ma la magia sembra essere finita.

Parliamo chiaro: “Orgasmo” è un pezzo che non ha nulla da dire. Fra tutte le strade che in questi due anni si potevano immaginare per il secondo album di Calcutta, quella di “Orgasmo” pareva la meno quotata. In fondo, il ruolo di cantore generazionale porta con sé anche un privilegio: quello di poter indicare la strada, la via da seguire. E infatti la lungimiranza di “Mainstream” negli ultimi due anni ha prodotto una serie sconclusionata di emuli del Calcutta nazionale che non ha ancora fine. È il mercato musicale del disagio, quello che ha prodotto cantautori finto-tristi che parlano dei loro problemi, ma senza metterci la faccia fino in fondo, rivestendo la tristezza di una patina allegra e elevando lo spleen a stile di vita, senza provarne neanche una briciola.

In fondo, il ruolo di cantore generazionale porta con sé anche un privilegio: quello di poter indicare la strada, la via da seguire.

Il motivo per cui Calcutta è Calcutta e gli altri non sono un cazzo, invece, è che lui ci ha messo la faccia. Paradossalmente, un cantante che riempie i palazzetti dello sport si è preoccupato di mettere a nudo le proprie bassezze molto meno di quanto facciamo quotidianamente noi signori nessuno. E allora da dove viene “Orgasmo”?

Il problema, qui, non è tanto nella canzone in sé, piuttosto in quello che lascia intravedere. Versi come “Tutte le strade mi portano alle tue mutande” oppure “mi hai chiesto un orgasmo profondo, forse il più profondo del mondo” non hanno nulla a che vedere con “preferirei perderti in un bosco che per un posto fisso”. Sono versi vuoti, scialbi, facili, un’esasperazione dei cliché a cui Calcutta stesso ci aveva abituati. Con un solo singolo, Calcutta ci ha fatto immaginare il rischio che possa trasformarsi in un’imitazione di se stesso. E pensare che l’autore più talentuoso della sua generazione possa smettere di dire qualcosa per fare cassa fin quando fa male fin quando ce n’è è qualcosa che fa abbastanza paura. Perché sarebbe un’ulteriore conferma di un mondo musicale alla frutta, tutto preso a cavalcare i fenomeni del momento, piuttosto che raccontare qualcosa di vero e di autentico.

Probabilmente è anche giusto che sia così. È sacrosanto che dopo essere stato per un certo periodo lo zeitgeist dei millennials, Calcutta voglia trovare una propria identità musicale, canonizzando la sua scrittura. Ma forse, allora, sarebbe meglio restare nell’ombra, come Contessa de I Cani, per non rovinare quanto di bello creato finora. E nell’ombra Calcutta ha dimostrato di sapersi muovere bene fin dall’inizio. Anzi, forse era proprio quella l’evoluzione artisticamente (non economicamente) più congeniale alla sua carriera. Scrivendo per altri, Edro ha dimostrato il proprio talento, senza piegarsi alle esigenze del mercato e scrivendo dei gran versi che in un certo senso catturano la nostra realtà molto più di altre sue canzoni: il ritornello di “Milano Intorno” per J-Ax e Fedez è fenomenale e “queste cose vorrei dirtele sopra alla techno” è il verso d’amore definitivo della nostra epoca.

Ma forse è troppo presto per poter esprimere un giudizio. È uscito soltanto un singolo e non sarebbe giusto ricorrere a una sentenza affrettata. Del resto è la stessa cosa che abbiamo fatto tutti con Mainstream, prima di finire a cantare “Frosinone” sotto la doccia.

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